mercoledì 22 marzo 2017

Luigi Natoli: Squarcialupo.


 
 
Prezzo di copertina € 24,00 - Sconto 15%

Luigi Natoli: Squarcialupo. Romanzo storico siciliano.


Buio profondo nella strada. E non un'anima viva: solo due cani che si udivano ringhiare invisibili, sotto la pioggia minuta e uguale che cadeva silenziosamente dalle prime ore della sera. Una porta si schiuse lentamente, lasciando travedere una luce rossiccia, e una testa si sporse fuori: guardò a destra, guardò a sinistra, poi in alto, dove l'alta torre di un vecchio palazzo si perdeva nelle tenebre: infine rientrò e richiuse.
Dentro v'erano cinque uomini, seduti intorno a una tavola, illuminata dalla luce rossastra oscillante di una lucerna di terra cotta. Un boccale stava fra loro. Un'altra tavola, tra panche e scranne si trovava alla parete opposta, in quella stanza, non troppo grande, fuliginosa, che sapeva di vino e di unto. In fondo si vedevano incerti nella penombra, un banco con altri boccali, e dietro il banco due botti. Era una taverna.
A quell'ora, essendo già suonata da un pezzo l'ora del coprifuoco, nessuno avrebbe dovuto trovarcisi: ma quei cinque avventori avevano qualche cosa di singolare che aveva obbligato il tavernaio a lasciarli stare nella taverna, contentandosi di chiudere la porta.
Quei cinque uomini erano armati di spada e pugnali; ma più delle armi che tutti per altro portavano, incuteva soggezione l'aspetto. Erano bravacci, avanzi forse di quelle soldatesche spagnole che pochi anni innanzi, ritornati dall'Africa, avevano suscitato in Palermo una sommossa con tante uccisioni che la fecero dire un piccolo Vespro.
Avevano certamente qualche ragione per trattenersi in quella taverna oltre l’ora consentita dai bandi: e il tavernaio non aveva osato mandarli via, oltre che per non subire prepotenze, anche perché di convegni simili questo non era il primo....
 
Luigi Natoli: Squarcialupo.
Pagine 684 - Prezzo di copertina € 24,00 - Sconto 15%
Disponibile dal catalogo prodotti della casa editrice, su Amazon e in tutti i siti di vendita on line.
Disponibile presso le librerie indicate nel sito della casa editrice.
 

lunedì 13 marzo 2017

Luigi Natoli: Vicende politiche di Palermo. Tratto da: Guida di palermo e suoi dintorni 1891

Luigi Natoli apre il volume della Guida di Palermo e suoi dintorni 1891con la storia di Palermo dalle origini all'ingresso di Giuseppe Garibaldi il 27 maggio 1860. Una narrazione chiara e dettagliata, come è uso dell'autore in tutte le sue opere.
 
Le origini di Palermo sono involte nella oscurità dei tempi; quello che si sa con certezza è che fu uno dei numerosi empori dei Fenici, popolo navigatore e commerciante. Quando, nell’ottavo secolo a.c. i Fenici cominciarono ad abbandonare le loro colonie, si ridussero ad abitare in Palermo, Solunto e Mozia. Forse da allora cominciò l’ingrandimento della città, e data quella parte che i Greci chiamarono Neapoli, a differenza della città antica, Paleopoli, che era la vera e propria Palermo. Il primo nome della quale, secondo alcune monete e congetture del Gesenius, del Movers e del Bartelèmy, fu Mahhanat, quasi campo fortificato; secondo altre monete, e l’opinione più accreditata, fu Tsits, Sis, che equivale a fiore. Ma è possibile che le due diciture si riferiscano alle due parti della città, l’antica e la nuova. Il nome di Panormo, poi Palermo, venne dai Greci, che così la dissero per l’ampiezza e la sicurtà del suo porto. Su di essa, la potente e gelosa Cartagine che aveva comune l’origine, stese le sue mire; pare che da prima le due città abbiano stretto una lega; ma progredendo i Greci dalle coste orientali, e cominciata la lotta fra le schiatte elleniche e le fenicie, Palermo soggiacque alla preponderanza cartaginese, e diventò centro e base delle operazioni di guerra. E durante la guerra contro Imera, nel porto di Palermo si ricoverò il navilio cartaginese forte di 200 triremi e 300 onerarie – secondo Diodoro; e di qui nel 480 a.C. mosse Amilcare contro Ierone. Imilcone se ne fece base nella guerra contro Dionisio tiranno di Siracusa. Nel 276, Pirro re d’Epiro, chiamato dai Siracusani, la tolse ai Cartaginesi ma per poco. Abbandonata da costoro la Sicilia, vi vennero i Romani che ingaggiavano il gran duello contro i Cartaginesi...
 
Luigi Natoli: Guida di Palermo e suoi dintorni
Prezzo di copertina € 19,00 - Sconto 15%
 

mercoledì 1 marzo 2017

Luigi Natoli: Il primo duello di Fabrizio di Torralba


A ventidue ore meno qualche minuto Fabrizio di Torralba giungeva al bastione di Porta di Castro. Questa porta secentesca a bugna, d’una bella tinta dorata non esiste più; il bastione c’è ancora, ma sguarnito da un pezzo: esso circonda il torrione meridionale del Palazzo reale, dominante la porta, e gira sulla piazza ora detta dell’Indipendenza. Allora si chiamava di santa Teresa, pel convento dei Teresiani che sorgeva a uno dei lati. Un corpo avanzato, munito di feritoie, faceva come una trincea a questo lato del bastione, che si prolungava poi per quanto era lungo il Palazzo reale, e ne sosteneva il giardino, e svoltava a Porta Nuova, di cui primamente era la difesa.
Fabrizio giunse primo, e aspettò al canto del corpo avanzato: ma qualche minuto dopo giunse il tenente di Roccasparta. Si salutarono con un freddo cenno del capo; e ritrattisi più in fondo, snudarono le armi e si misero in guardia. Allora, due che volevano sbudellarsi  non si perdevano dietro regole e formule cavalleresche: la cavalleria era in questo, nell’aver coraggio a battersi lealmente. Aver testimoni non era indispensabile, e tanto meno medici; i testimoni qualche volta si conducevano. Quando il duello aveva una certa solennità, era preceduto da un cartello di sfida, redatto secondo le formule e il cerimoniale dell’epoca: ma quando la sfida correva così, come era corsa tra Fabrizio e il tenente, non c’era bisogno di nulla.
Il tenente era in uniforme, aveva in capo la lucerna alta col fregio dorato, ed era armato della spada d’ordinanza, larga e lunga; Fabrizio toltosi il mantello e il nicchio, era in giamberga e armato di spadino, che pareva un gingillo al paragone della spada avversaria: ma il gingillo era una vecchia lama di Toledo di eccellente tempra.
Il cavaliere di Roccasparta si mise in guardia con aria spavalda, da uomo avvezzo a quel giuoco, stimando di mandare dopo due o tre movimenti lo spadino in aria, dare una sculacciata al temerario giovincello, e mandarlo a casa. Fabrizio era alle sue prime armi.
Scese in guardia, senza spacconeria, vigilante, cercando di leggere negli occhi e nella mano dell’avversario le azioni che avrebbe sviluppato. Alle prime mosse Fabrizio capì che il tenente cercava di disarmarlo, e allora mutò giuoco: s’era fin qui limitato a seguire l’azione del tenente, per conoscerne la portata; ora passava alle iniziative, e attaccò con una serie di azioni rapide e travolgenti, che costrinsero il Roccasparta ad indietreggiare.
Con una fulminea cavazione, lo spadino s’insinuò e colpì all’omero il tenente.
- È una! – disse Fabrizio, rimettendosi subito in guardia.
- È nulla! – rispose il tenente, assalendo con un fendente che avrebbe spaccato in due Fabrizio, se questi non avesse con un salto di fianco scansato il colpo e nel tempo stesso affondato una stoccata, che, pur alleviata in qualche modo, colpì al viso. Un mezzo pollice più in qua sarebbe penetrata nella bocca.
- E due!...
Il tenente abbassò la spada. Il sangue gli colava copioso dalla faccia e dall’omero.
- Basta! – disse – vi faccio i miei complimenti.
Fabrizio gli si avvicinò, gli porse la mano:
- Senza rancore! – rispose. – E lasciate ora che vi soccorra.
 
 
 
Luigi Natoli: I mille e un duelli del bel Torralba
Prezzo di copertina € 24,00 - Sconto 15%
Copertina di Niccolò Pizzorno, in cui viene riprodotto il primo duello di Fabrizio di Torralba



Luigi Natoli: Fabrizio di Torralba e i suoi duelli



Strana vita la sua, che l’obbligava a stare con una spada in pugno. E tuttavia egli riconosceva che non era un attaccabrighe: vivace sì, e insofferente di prepotenze e ingiustizie; e se si batteva gli era appunto per questo. Facendo l’esame della sua vita si trovava già con una ventina di duelli sulla coscienza. Gli ultimi sostenuti a Parigi non avrebbero potuto essere più buffi, salvo uno, con quel capitano Verger che aveva creduto di offrirsi come un successore di Montlimar e aveva suscitato lo sdegno di Rosalia. Fabrizio aveva trovato ingiuriose quelle proposte, il capitano gli aveva detto che non aveva bisogno di lezioni; Fabrizio aveva rimbeccato, ne era corsa una sfida, si erano battuti, il capitano aveva ricevuto un colpo alla testa che lo aveva tenuto per un mese a letto: Fabrizio un colpo al braccio e se l’era cavata in quindici giorni.
Ma gli altri duelli? Li passava in rassegna. Una volta si era battuto perché aveva riso al vedere un moscardino con un enorme colletto che gl’imprigionava il mento, e così largo che il capo gli si moveva dentro come la testa di una tartaruga nel guscio. Il moscardino si era fatto rosso come un gambero, lo aveva investito con un “che c’è da ridere imbecille?” al che egli aveva risposto: “rido perché ho trovato uno più imbecille di me”. Il moscardino aveva alzato il bastone a spirale. Fabrizio gli aveva buttato in faccia il vino di un bicchiere, sciupandogli la cravatta, la camicia e il panciotto di seta bianca. E naturalmente si erano battuti. Povero bellimbusto!... ci aveva rimessa un’orecchia, portata via da un colpo di sciabola.
Un’altra volta, per un cane. Un signore batteva spietatamente un cane, che non voleva seguirlo perché aveva la testa a una graziosa cagnetta. Egli aveva fermato il braccio di quel signore, dicendogli: – “Oibò! Non è da animo gentile battere così le bestie!” – Quel signore gli si era voltato rabbiosamente: egli, col suo sorriso beffardo, si era scusato: – “non sapevo che foste idrofobo”. – Quello a sentirsi preso per cane lo aveva sfidato lì per lì. Si erano battuti; e Fabrizio lo aveva ferito nella mano, perché si ricordasse di non picchiare più le bestie a quel modo inumano.
Un altro duello aveva avuto per difendere un commediante che non godeva le simpatie di una parte del pubblico della Comedie Francaise. Uno spettatore lo interrompeva durante la recita con sghignazzamenti e rifacendogli caricatamente il verso. Fabrizio gli aveva osservato puntamente che non c’era carità a tormentare quel pover’uomo, e quello a rispondergli che se non gli piaceva se ne andasse. Fabrizio aveva ribadito: – “Me ne andrò con voi, signore, per avere il piacere d’insegnarvi la buona creanza”. L’altro, fattosi più arrogante, s’era subito alzato per dare uno schiaffo, che era rimasto in aria perché Fabrizio, più lesto, gli aveva fermato la mano, ripiegandogli il braccio, e costringendolo a schiaffeggiarsi da sé. Erano stati separati, ma il domani si erano battuti: l’avversario, confuso dal giuoco rapido e insostenibile di Fabrizio, gli aveva voltato le spalle, e il ferro di questo lo aveva colpito in una natica. – È il solo posto dove vi si possa colpire!” – gli aveva detto Fabrizio, andandosene.
 
 
 
Luigi Natoli: I mille e un duelli del bel Torralba
Prezzo di copertina € 24,00 - Sconto 15%

martedì 21 febbraio 2017

Luigi Natoli: Palermo nel 1560 - Tratto da: Il capitan Terrore


La città di Palermo in quel tempo non era quale diventò circa mezzo secolo dopo. Ancora serbava presso a poco la forma dei tempi normanni, di una città dentro un’altra. La più antica, circondata da mura, è ancora visibile; le due strade che la percorrevano a destra e a sinistra e costeggiavano le mura esistono; sono a destra le vie Biscottai, G.M. Puglia, Giuseppe d’Alessi; comprendevano il monastero della Martorana, e per la via degli Schioppettieri giungevano a S. Antonino; a sinistra la via dell’Incoronazione, la via Celso, la salita Castellana, il vicolo S. Antonio, dove si congiungeva con l’altra. Queste due strade comprendevano la città antica. Sorsero di poi altre parti della città, che presero il nome di Albergheria, Kalsa a destra; e di Seralcadia, Conceria e Loggia a sinistra; dall’una parte e dall’altra, fra la città antica e i nuovi quartieri, nelle bassure, si riconosceva il letto di due fiumicelli, l’uno, a destra, era quello detto dai greci Kemonia e dagli arabi Ainzar, tradotto in Cannizzaro, e nel tempo del presente racconto era asciutto e petroso, con poche case, divenuto dopo “strada dei Tedeschi”; poi via Castro; l’altro, a sinistra, era stato il fluviolo, che dalla palude del Papireto scendeva giù per il Macello e per la Conceria, ma era anch’esso disseccato, e vi sorgevano già edifici come la Panneria (oggi Monte di Pietà) palazzi e case signorili.
La via principale, detta dai Normanni via Marmorea, ma che pel popolo si chiamò Cassaro (dall’arabo Kars, il castello) e cominciava dove sorse il Palazzo Reale, presso a poco la via Vittorio Emanuele giungeva alla parrocchia di S. Antonio, ed era chiusa da mura, sotto le quali si apriva la porta dei Patitelli, già mezzo diruta; di là dalla porta si stendeva la città verso il mare. Anche qui erano magnifici palazzi, e si apriva la vasta Piazza Marina col palazzo dei Chiaramonte, che a quel tempo non apparteneva al Sant’Offizio, il quale abitava invece il Castello a mare. E oltre ai palazzi, c’erano chiese e conventi. Di chiese ne sorgevano per altro dappertutto, come la Cattedrale, S. Agostino, S. Domenico e S. Francesco, e così monasteri, come il Salvatore, il Cancelliere, la Martorana, S. Caterina, la Pietà, le Vergini, dovunque c’era un terreno adatto se ne trovavano.
Ma fra tutte le strade la più notevole era quella del Cassaro. Era acciottolata, e aveva i  marciapiedi di mattoni; le case non oltrepassavano il terzo piano, e i prospetti erano quasi uguali, con i medesimi ornati; cosicchè parevano da un capo all’altro un palazzo solo. Non v’erano i Quattro Canti, non essendosi ancora tagliata la via Maqueda. Non vi era la magnifica fonte Pretoria; e la piazza del Palazzo pretorio o senatorio era molto più vasta; a questo Palazzo si accedeva da una porta a mezzogiorno, ora murata, innanzi alla quale erano due statue antiche, di cui una, salvata per miracolo, è conservata in una sala del Palazzo stesso.
 
 
 
Luigi Natoli: Il capitan Terrore.
Pagine 481 - Prezzo di copertina € 21,00 - Sconto 15%

giovedì 16 febbraio 2017

Luigi Natoli: La chiesa dell'Annunziata - Tratto da: Guida di Palermo e suoi dintorni 1891


Accanto alla chiesa di S. Giorgio dei Genovesi, sulla medesima linea si trova un’altra chiesa, detta
Chiesa dell’Annunziata, sul cui prospetto è incisa la data 1501; ma l’interno è più antico trovandosi mensione di essa nel 1345. – Sull’architrave della porta d’ingresso è scolpita una Salutazione; l’interno è di stile ogivale siciliano, a tre navi, divise da dodici colonne, sui capitelli delle quali sono scolpite le dodici Sibille. Il soffitto, di legno, diviso in 16 cassettoni si crede dipinto da Tomaso Vigilia, pittore palermitano del secolo XV, ma sotto restauri molto posteriori l’antico è scomparso. Notevole un antico trittico con S. Anna, la Vergine e S. Giovanni, con questa iscrizione: Jacopo Michele detto Gerardo da Pisa me pinse.
 Questa chiesa è storica perché vi avvenne l’8 settembre del 1518 l’uccisione di Giovan Luca Squarcialupo, che aveva tentato di scotere il giogo di Spagna per istituire una repubblica in Palermo. Convenuti qui i capi della rivolta, con altri nobili, furono da questi a tradimento uccisi. Da questo fatto venne il nome alla via. Il La Lumia opina che il fatto sia accaduto in altra chiesetta, che sorgeva accanto – dove fu posta recentemente una iscrizione apposita, e dove è il Reale Conservatorio di Musica...
N.d.e: La chiesa dell'Annunziata oggi non esiste più. Fu distrutta dai bombardamenti della seconda guerra mondiale. Il soffitto diviso in cassettoni, descritto da Luigi Natoli è esposto al Museo Diocesano di Palermo. La memoria di Giovan Luca Squarcialupo, è conservata dalla lapide posta sul muro del Conservatorio di Musica, nella piazza dove si trova la chiesa di S. Giorgio dei Genovesi.  

Luigi Natoli: Guida di Palermo e suoi dintorni 1891
Pagine 218 - Prezzo di copertina € 19,00 - Sconto 15%
 
 
Luigi Natoli: Squarcialupo
Pagine 684 - Prezzo di copertina € 24,00 - Sconto 15%
 
 
 
 

Luigi Natoli: Guida di Palermo e suoi dintorni 1891



Corredato della cartina di Palermo, nel 1891 (mis. 50x36 cm) riprodotta così come era nel volume originale

Luigi Natoli: Guida di Palermo e suoi dintorni. - Con cartina della città di Palermo nel 1891 (dimensioni 50x36 - ripiegata - riprodotta così come era nel volume originale)
Pagine 218 - Prezzo di copertina € 19,00 - Sconto 15%
Copertina di Niccolò Pizzorno
www.ibuonicuginieditori.it

mercoledì 15 febbraio 2017

Luigi Natoli: Aspetto generale della città di Palermo - Tratto da: Guida di Palermo e suoi dintorni 1891


La singolare disposizione delle vie principali e della via di circonvallazione che costeggiava le fortificazioni, ha reso assai facile dividere la città in sezioni, e agevole l’orientarsi per chi vuol fare un giro. Essa è percorsa nel mezzo da due strade diritte e lunghe che si tagliano ad angolo retto: la via Vittorio Emanuele che scende verso il mare, e la via Macqueda. Il punto di intersezione forma una piazza detta volgarmente Quattro Cantoni (P. E4). La via Vittorio Emanuele è limitata a mare dalla Porta Felice (P E6) e all’estremità opposta da Porta Nuova;(P. E2) uscendo dalla quale la via, prendendo il nome di Corso Calatafimi, si allunga in linea retta fino a Monreale per circa cinque Km. La via Macqueda ha a mezzogiorno la Porta di Vicari o S. Antonino (P. C4) a tramontana la Porta Macqueda (P. G4) ora distrutta. Di là dalla porta di S. Antonino la strada, preso nome di via Oreto, continua diritta sino al fiume; di là dalla Porta Macqueda, coi nomi di via Ruggero Settimo e via della Libertà, va, sempre in linea retta per alcuni Km fino quasi alla Favorita. La via di circonvallazione, intorno alle mura di un tempo, parte dal mare, a mezzogiorno, col nome di via Lincoln sino a Porta S. Antonino, continua col nome di via Tukery (così fu detta dal valoroso Tukery, dei Mille, ivi ferito nel 27 maggio 1860) fino alla piazza dell’Indipendenza a ponente; tira giù col nome di corso Alberto Amedeo, e piegando a settentrione scende coi nomi di via Volturno e via Cavour fino alla piazza del Castello. Questa via di circonvallazione forma il limite delle sezioni interne, che erano comprese nella città murata e che sono quattro, per effetto delle due vie principali che le dividono: esse prendono nome da quattro edifici civili che vi sorgono: Palazzo Reale, Monte Pietà, Castellammare, Tribunali. Le sezioni esterne, che si allargano di qua e di là intorno alla via di circonvallazione, son due, divise dal Corso Calatafimi. Tutta quella parte di città esterna che si trova a sinistra di chi guarda il mare, forma la sezione Molo, quella che si trova a destra, sezione Oreto od Orto Botanico.
 
Luigi Natoli: Guida di Palermo e suoi dintorni. - Con cartina della città di Palermo nel 1891 (dimensioni 50x36 - ripiegata)
Pagine 218 - Prezzo di copertina € 19,00 - Sconto 15%
Copertina di Niccolò Pizzorno
 

 

Luigi Natoli: Palermo nel 1401. Tratto da: Il paggio della regina Bianca.

Palermo offriva in quei tempi uno spettacolo curioso e singolare.
La sua pianta si era via via allargata fin dal tempo dei Romani; una città nuova era sorta oltre il letto del fiume il Maltempo; le cui sponde superiori, per esser piantate a “cimino” fecero dare grecamente il nome di Kèmonia, alla parte alta dell’Albergheria.
Il letto di questo fiumicello, che il Senato avea deviato da qualche tempo, per evitare le frequenti inondazioni, è riconoscibile nell’attuale via Castro.
Nel 1401 esso, d’inverno, correva ancora nel suo letto, e scendendo per le odierne vie di Casa Professa e dei Calderai, piegando per la contrada dei Tornieri, si univa al fiumetto della Conceria, e scendeva nel mare.
Di là da questo fiume era dunque sorta una città più vasta dell’antica, dovuta all’opera di espansione e di adattamento dei vari dominatori.
I Romani vi fabbricarono quasi tutta quella parte che oggi forma il mandamento Palazzo Reale; i Bisantini vi aggiunsero altre contrade, più in giù, che giungevano fin presso S. Francesco d’Assisi; gli ebrei vi costruirono le loro case e la Sinagoga, tra la moderna piazza del Ponticello e la contrada dei Calderai; gli Arabi vi edificarono una vera città, chiusa da mura, dove aveva sede il governo e serbavano il tesoro, e la chiamarono Kalesa, l’Eletta, nome che ancor serba, sincopato in Kalsa, o secondo la pronuncia palermitana hausa.
Queste nuove contrade col tempo si erano confuse; nel secolo XV i loro confini si erano cancellati, e solo era visibile qualche pezzo di muro o quale torre dalla Kalesa. Esternamente erano difese da una muraglia comune, che girava da occidente a mezzogiorno e piegava a oriente, sul mare; nella quale si aprivano alcune porte, due delle quali, sopravvissute al naufragio di tante altre cose e ai rinnovamenti edilizi, rimangono ancora, coi loro nomi antichi, ruderi gloriosi del passato: porta Mazzara (el Mahassaar) e porta S. Agata: di altre, come la porta delle Terme e quella dei Greci, rimane il nome. Delle muraglie qualche frammento è ancora visibile fra le case che vi si addossano, nei pressi dell’Ospedale Civico, e dietro la Caserma dei Carabinieri.
Dalla parte opposta, dall’altro lato dell’antica città si apriva una vasta palude, detta di Buonriposo, che per esser piena di papiri diede il nome di Papireto alla contrada. Essa un tempo si estendeva, costeggiando le mura settentrionali della città antica, e occupando l’area delle odierne piazze del Monte di Pietà, di S. Onofrio e dei mercati; ma a poco a poco s’era disseccata.
Nel secolo XV la palude s’era ristretta alla parte più alta, giungendo appena a S. Cosmo: stagnante spesso e miasmatica. Un emissario, che era il fiumetto o fiume della Conceria, la metteva in comunicazione col mare, e di là da questa palude eran sorti dal tempo degli Arabi altri borghi, che formavano un’altra città transpapiretana; e forse perché vi aveva avuto sede un cadi, dal nome composto di Sera-al-cadi, Seralcadi, era venuto il nome al quartiere, di Seralcadio, poi Civilcari; la cui parte superiore il popolo chiamò Capo.
Anche oggi, il visitatore curioso può riconoscere tanto l’antico letto del Maltempo o fiume di Kemonia, quanto quello della palude Papireta, nei due avvallamenti o parti più basse da via Castro a Lattarini a destra, dal Papireto alla piazza Caracciolo a sinistra, che lasciano anche oggi in mezzo più elevata, tutta la parte centrale della città fino a S. Antonio. Questa parrocchia, come si può vedere, resta infatti più alta dell’attuale livello del corso Vittorio Emanuele e della nuova via Roma: e più alte rimangono a sinistra le vie del Celso e delle Vergini, che sovrastano a quelle dei Candelai e alla piazza Nuova; e a destra le vie Biscottai e S.Chiara, e le chiese di S. Cataldo e della Martorana, che sovrastano alla via Castro, alla rua Formaggi, alla piazza del Ponticello e alla via dei Calderai.
L’antichissima Palermo era appunto questa parte centrale più alta, sovrastante alle altre or accennate. Essa era cinta di mura e di torri, che l’allargarsi successivo della città non distrusse.
Nel 1401, come abbiamo detto, queste mura e queste torri esistevano ancora, con le antiche porte; l’ultima delle quali sparve nel 1588, quando si costruì il convento dei frati Benefratelli.
Formavano dunque una città murata dentro la città.
 
 
 
Luigi Natoli: Il Paggio della regina Bianca.
Pagine 702 - Copertina di Niccolò Pizzorno
Prezzo di copertina € 23,00 - Sconto 15%

venerdì 10 febbraio 2017

Luigi Natoli: Palermo nel 1159. Tratto da: Gli ultimi saraceni


È necessario indugiarsi un poco, per la intelligenza degli avvenimenti su particolari topografici; giacchè difficilmente ci si può formare un’idea di quel che fosse la parte superiore della città di Palermo nel secolo XII, occupata oggi da Villa Bonanno, dallo stereobato del palazzo reale, dalle caserme, dalla Prefettura e dal Seminario Arcivescovile. Allora formava un quartiere distinto dal resto della città, e chiuso da mura, che da una parte dominavano la palude del Papireto, e girando dietro al castello regio, piegando a mezzodì, scendevano lungo il Kemonia, fino all’altezza della Caserma della Trinità o Distretto Militare, donde, piegando nuovamente in linea quasi retta, correvano fino al Papireto, passando dinanzi al Campanile del Duomo, che probabilmente era una delle torri che munivano queste mura.
Il vasto recinto si chiamava con voce greca Galca: era sparso di chiese, percorso di strade, rallegrato di vigne e di giardini. Dalla Torre Pisana si partivano due stra­de, una percorreva presso a poco lo stesso asse della moderna via Vittorio Emanuele, e si chiamava As Simat, la fila, o latiniz­zando questo nome, la Semità del Cassaro. Tagliava in due dall'alto in basso la Galca, e, per una porta, si congiungeva al resto della Simat o ruga marmorea, che attraversava la città antica, in linea quasi letta, ed è oggi la via Vittorio Emanuele, l'altra strada percorreva invece la linea delle mura occi­dentali e settentrionali, passava dinanzi la chiesetta della Maddalena, ancor esistente dentro la Caserma dei carabinieri, la chiesa di S. Paolo, e scendeva giù, fino alla torre del Campanile del Duomo, passava dietro la cappella dell'Incoronazione, e finiva in una altra strada che si arrestava alla porta di S. Agata nel fiume del Papireto, o, arabicamente wadi, donde Guidda. Questa strada si chiamava Ruga magna Coperta, perchè era in fondo un lungo por­tico, murato da una parte, e illuminato da ampie finestre.
Due altre strade principali tagliavano la Semita, la ruga del Pissoto, o ruga Mag­giore che passava tra l'edificio dell'Aula regia e la chiesa di S. Costantino, (che an­cora sorvive presso a poco nell'antico sito), e si prolunga fra la caserma dei carabi­nieri e la caserma S. Giacomo ora Calatafimi; e la ruga di S. Nicolò dei Poveri, che costeggiava gli edifici romani, di cui si son trovate le vestigia, e passava tra la Prefet­tura e il Seminario arcivescovile, dove prendeva il nome di Ruga di S. Barbara. Questa strada, ora chiusa da un cancello, è ancora visibile.
Oltre gli edifici ricordati via via, e le chiese nominate, v'eran altre chiese nella Galca; v'era la chiesa di S. Maria dell'Itria, forse tra la Torre Rossa e S. Costantino; la chiesa di S. Maria la Mazara e quella di S. Giacomo, nell'area della caserma Calatafimi; la chiesa di S. Barbara Soprana, e più giù quella di S. Teodoro, con un o­spizio, e un bello e vasto viridario o giar­dino. Queste due chiese sparirono con la fabbrica del nuovo arcivescovato e del se­minario tridentino. Un'altra strada princi­pale, infine, quasi parallela alla Semita del Cassaro, correva lungo le mura meridio­nali; e poichè essa dominava il burrone del Kemonia, ed era, per così dire, una specie di lungo terrazzo o boulevard, prendeva nome di Sera, che in arabo significa ap­punto strada sulle mura o terrazzo o bou­levard. Questo Sera prendeva vari nomi, secondo gli edifici che costeggiava. Nella Galca, si chiamava Sera di S. Costantino. Oltre la Galca, correndo via per le antiche muraglie della città antica si chiamava successivamente Sera della Casa del Saraceno, Sera della porta di Sudan, Sera della casa del conte di Marsico, Sera delle case di Martorano.
Sbozzata così la topografia della Galca, riesce più facile immaginare dove e quanto fosse ampia la piazza nella quale si era raccolta la folla, per assistere alla pubblica decisione di una lite giuridica, per la qua­le, non essendovi altri elementi di prova, le due parti invocavano l'intervento della volontà divina, con una di quelle forme giudiziali in uso tra i franchi e introdotte dai principi normanni nella legislazione si­ciliana: il Giudizio di Dio.
 
 
 
Luigi Natoli: Gli ultimi saraceni.
Pagine 719 - Prezzo di copertina € 25,00 - Sconto 15%
Foto: Trinacrianews.eu

giovedì 9 febbraio 2017

Luigi Natoli: Chiesa di Santa Maria dei Miracoli - Tratto da: Guida di Palermo e suoi dintorni 1891



Chiesa di S. Maria dei Miracoli, piccola, ma bellissima chiesa del Rinascimento. Fu costruita nel 1547, sul sito ove esisteva una immagine miracolosa, e se ne ritiene architetto Fabio Gagini. È quasi quadrata, divisa in tre navi da quattro colonne che sostengono la cupola piccola e graziosa. Gli archi che si levano sulle colonne sono di una leggerezza e di una sveltezza maravigliosa. Fa dolore però vedere barbaramente coperta di calce ogni cosa e guaste dall’umidità – per l’incuria del Demanio, le mura della chiesa. Accanto a essa eravi un piccolo ed elegantissimo portico, ora ridotto in magazzino, ma tuttavia riconoscibile.
 
 
Luigi Natoli: Guida di Palermo e suoi dintorni 1891
Prezzo di copertina € 19,00 - sconto 15%
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Luigi Natoli: Il palazzo reale di Palermo nel 1159 - Tratto da: Gli ultimi saraceni


Nel 1159, sebbene dai due Ruggeri, il conte e il re, avesse subito  modificazioni tali da distinguervisi il Castello dal pa­lazzo, palatium, serbava nelle sue linee generali l'aspetto massiccio e formidabile di rocca. Aveva alle estremità due torri, una detta Pisana, ed è ancora in piedi, con le sue arcate, la sua torricella laterale – è quella stessa su cui si trova la Specola; l'altra, all'estremità opposta, dominando il burrone sotto il quale scorreva il fiumicello di Kemonia, detta Greca; ora scomparsa, ma pure non difficilmente riconoscibile. Fra l'una e l'altra torre si stendeva come una specie di cortina merlata, con portici, costruita o trasformata o rabellita da Rug­gero II, e si chiamava la Gioaria. Coloro che han veduto il sipario del teatro Mas­simo, dipinto dallo Sciuti, sapiente rico­struttore di ambienti, possono formarsi un'idea di quello che fosse il palazzo regio.
Nel 1159 il re, Guglielmo I faceva costruire un'altra torre, detta Chirimbi, la quale però non modificava il prospetto principale dell’edificio.
Dinanzi al quale, presso a poco là dove è il monumento a Filippo V si levava altra torre, forse avanzo di fortificazioni romane, che dal colore dei mattoni, di cui era fab­bricata, era detta Torre Rossa. Sorgeva i­solata, presso le mura che partendo dalla torre Greca, correvano a levante, sul ciglio del burrone, signoreggiando la bassura, verdeggiante di orti e di vigne, fra cui scorreva il Kemonia o Cannizzaro. Poco discosto dalla Torre Rossa, di fronte alla Gioaria si levava allora un altro edificio, anch’esso circondato di portici, con un vasto cortile o recinto, lastricato: forse antica basilica o curia dei pretori di Roma, che il popolo chiamava volgarmente il Pissoto, e i dotti Aula regia, e più tardi, caduta in abbandono, ridotta cava di pietre e di colonne invasa dalle erbe, passò nelle memorie col nome di Sala Verde. Una parte di questo edificio si trova anch’essa ritratta nel sipario dello Sciuti, a sinistra dello spettatore.
Fra la Gioaria e il portico del Pissoto rimaneva uno spazio sufficiente, come una piazza di cui i due edifici formavano due lati; un altro, il meridionale era formato dalle mura; l’ultimo del tempio di S. Maria de Pietà, antico tempio romano o romaico, che durò intatto, finchè nel 1648, al cardinal Trivulzio non venne in capo di abbatterlo per dar luogo a un bastione da minacciare il popolo. (Che il diavol lo riposi pel doppio sacrilegio, cotesto barbaro settentrionale!)

 
 
Luigi Natoli: Gli ultimi saraceni.
Pagine 719 - Prezzo di copertina € 25,00 - Sconto 15%
Nella foto: Guglielmo I

martedì 7 febbraio 2017

Luigi Natoli: Giovannello Chiaramonte come Luigi XVII, delfino di Francia. - Tratto da: Il paggio della regina Bianca.



Martino, duca di Montblanc, bieco, crudele, avido, era uno spirito politico acuto e scaltro, che pur di raggiungere uno scopo, non si arrestava dinanzi ad alcun mezzo, per tristo che fosse. Egli possedeva la scienza dello stato, che doveva più tardi trovare la sua perfetta espressione in un suo conterraneo, Cesare Borgia. Aveva da lungo veduto il trono di Sicilia quasi vuoto. Non vi sedeva che una giovinetta, Maria, figlia di Federico III, regina di nome, ombra di un potere che era esercitato da quattro potenti baroni, i quali col titolo di vicari s’eran diviso il regno di Sicilia e vi governavano da signori indipendenti: il che aveva immerso l’isola nell’anarchia.
Ridare alla regina la sua autorità, sottomettere il baronaggio, reintegrare il governo poteva apparire come una salvazione. Bisognava però avere il diritto di intervenire.
Guglielmo Raimondo Moncada, uno dei quattro Vicari, venuto in discordia coi colleghi, fingendo di liberare Maria dalla soggezione in cui la teneva Artale Alagona, rapì la regina e la diede al duca di Montblanc, che ne fece la moglie del suo giovanissimo figlio Martino: e allora padre e figlio vennero in Sicilia con un forte esercito, e più coi raggiri che col valore, a poco a poco sottomisero il regno; e col supplizio di Andrea Chiaramonte nel 1392 posero fine alla indipendenza del regno e all’anarchia baronale.
Martino il giovane fu riconosciuto re: ma era troppo giovane per reggere il regno; e Maria, sebbene assai più matura d’anni, era troppo semplice e troppo malata per guidarlo. Di fatto regnò il vecchio duca, finchè la morte del re d’Aragona non lo chiamò a succedergli.
Il re, dunque, aveva affidato a messer Guglielmo Ventimiglia barone di Ciminna, la custodia di Giovannello Chiaramonte, orfano di Andrea, ultimo erede del gran nome, senza stato, senza avvenire, senza speranza.
Dopo la caduta del padre, il fanciullo era stato strappato alle cure materne.
La madre, madonna Isabella, era stata costretta a chiudersi in un monastero; egli fu dato al capitano di Catania; parendo forse al vecchio duca di Montblanc, atto di crudeltà, imprudente, impolitico, far uccidere per mano del boia un fanciullo innocente.
Il capitano di Catania si condusse col piccolo orfano, come presso a poco, parecchi secoli dopo si condusse mastro Simon col Delfino di Francia. La sua educazione, o meglio la sua tortura doveva avere lo scopo di fargli dimenticare la sua origine e la tragedia che aveva distrutto la sua famiglia. Il capitano di Catania, che forse aveva dei peccati da farsi perdonare dal re, adempiva al suo ufficio con soverchio zelo: il che sollevò qualche rimostranza nei signori, che alla fine vedevano in quelle torture una offesa alla loro casta.
Dopo la partenza del vecchio duca di Montblanc pel trono d’Aragona, qualcuno suggerì a re Martino di addolcire il regime di educazione di Giovannello Chiaramonte. E allora il re lo diede alle cure di messer Guglielmo Ventimiglia, che nella sua qualità di parente, poteva dar colore più umano alla prigionia.
Al filo di ferro aveva sostituito un filo d’argento; ma la prigionia non mutava.
La fanciullezza di Giovannello era trascorsa tra rigori e paure; la adolescenza cominciava fra paure e rigori.
 
 
 
Luigi Natoli: Il paggio della regina Bianca.
Prezzo di copertina € 23,00 - pagine 702 - sconto 15%
Nella foto: Louis Charles delfino di Francia, figlio del re Luigi XVI


 

lunedì 6 febbraio 2017

Luigi Natoli: Guida di Palermo e suoi dintorni 1891

Guida di Palermo e suoi dintorni 1891 è la perfetta riproduzione della edizione della casa editrice Carlo Clausen del 1891 pubblicata in occasione della Esposizione Nazionale.
Il volume si apre con le INDICAZIONI UTILI: da come arrivare a Palermo a tutte le indicazioni minuziose per i servizi di un comodo soggiorno.
Seguono poi le NOTIZIE GEOGRAFICHE, PALERMO NELLA STORIA e la TOPOGRAFIA ANTICA.
Al CAPO IV inizia la guida vera e propria, con la suddivisione della città in quattro sezioni:
SEZIONE PALAZZO REALE
SEZIONE MONTE DI PIETA'
SEZIONE TRIBUNALI
SEZIONE CASTELLAMMARE
Con una descrizione minuziosa di strade, piazze, chiese, palazzi storici.
I DINTORNI comprendono MONREALE e BAGHERIA-SOLUNTO.
Sono anche riprodotte, nelle pagine finali, tutti gli inserti pubblicitari in appendice; si potrà godere di nomi, cose e prodotti oramai sconosciuti, di terminologie non più in uso e soprattutto delle trasformazioni che ha avuto Palermo, perché ogni cosa è fissata nel limite temporale del 1891.
Ma soprattutto si potrà godere della grande erudizione di Luigi Natoli, che accompagna il visitatore in giro per Palermo con una minuziosa descrizione di ogni luogo, arricchendola di storia, tradizioni e curiosità.
Luigi Natoli diventa quindi una Guida di lusso, che fa conoscere ai visitatori e agli stessi palermitani la sua amata Palermo.
 
Luigi Natoli: Guida di Palermo e suoi dintorni 1891,
Pagine 218 - Prezzo di copertina € 19,00 - Sconto 15%
Copertina di Niccolò Pizzorno

mercoledì 1 febbraio 2017

Luigi Natoli: Guida di Palermo e suoi dintorni 1891

In occasione dell'Esposizione Nazionale tenutasi a Palermo nel 1891, Luigi Natoli scriveva una guida della città capoluogo di Sicilia. Il libretto era stato concepito in funzione dei tanti visitatori che l'evento avrebbe portato a Palermo con l'intenzione di accogliere i viaggiatori fin dal loro arrivo in città, fornendo tutte le "indicazioni utili" per il soggiorno, già dalle prime pagine, a iniziare per l'appunto dagli alberghi, e poi di seguito i caffè, le trattorie, i mezzi di trasporto, dentisti, farmacie e tanto altro senza trascurare niente, latrine comprese. Ma il grande Luigi Natoli non poteva far a meno di guidare i visitatori nella sua adorata Palermo, con l'immenso amore da sempre riservato a questa città. Descriveva, infatti, la storia millenaria, la complessa topografia,  e tutte le meraviglie artistiche e architettoniche con smisurata cultura, ricchezza di particolari e rigore narrativo, non senza polemiche ove era giusto farle.
In questa ristampa, noi editori, abbiamo fedelmente rispettato il testo e inserito le stesse immagini che corredavano il libretto originale, riportando anche nelle parti finali, tutti gli inserti pubblicitari in appendice che danno al lettore di oggi l'idea di un secolo glorioso tramontato con tante aspettative di progresso sull'imminente 1900. Si potrà godere, di nomi, cose e prodotti oramai sconosciuti; di terminologie non più in uso, e soprattutto delle trasformazioni che ha avuto Palermo, perché ogni cosa è fissata nel limite temporale del 1891. Si pensi al teatro Massimo in fase di costruzione, all'assenza dei fabbricati dell'era fascista, come il Tribunale o il Palazzo delle Poste, e alla ricchezza di splendide chiese e monumenti della zona del porto, molti dei quali abbattuti dai bombardamenti della seconda guerra mondiale; ma sempre su tutto e in ogni caso si potrà apprezzare la grande sapienza narrativa di Natoli con le sue innumerevoli spiegazioni. Una Guida di gran lusso, che ci siamo permessi di raffigurare in copertina insieme con alcuni monumenti della sua amata Palermo.

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giovedì 26 gennaio 2017

Luigi Natoli: Fioravante conquista la Durlindana - Tratto da: Fioravante e Rizzeri



Il capo dei saraceni si fermò dinnanzi ai suoi, e disse con superba arroganza:
- Cavaliere, di che paese tu sei?
- Io sono del reame di Francia.
- E come ti chiami?
- Guerrino.
- Dove meni cotesta damigella?
- A casa di suo padre.
- Per mia fè, che tu non la menerai più oltre, chè mi piace, e la voglio per me; e poiché tu sei un bel cavaliere, ti vo’ risparmiare la morte. Lasciala dunque, e vattene via!
- Sembra che tu abbia la morte ai tuoi comandi! Ora io ho promesso di condurla a suo padre, e prima che tu l’abbia, devi provare la mia spada.
- Tu osi? Non sai che questa mia spada si chiama Durlindana?
- La mia si chiama Gioiosa.
Subito i due cavaliere ingaggiarono il combattimento, e i colpi risonarono sulle armature con stridere di ferracci. Fioravante ebbe il capo intronato da un fiero colpo del saraceno; per converso, raccomandatosi a Dio, gli menò con la spada, e gli strappò il cimiero e gli altri adornamenti. Fu un aspro battere e ribattere; gli scudi erano ridotti in pezzi, il sangue affiorava al saraceno, da due ferite ed egli, stanco, prese a dire:
- Cavaliere, non so chi tu sia, ma puoi vantarti di aver resistito a questa spada; però non potrai vivere; chè ove tu mi vincessi, i miei ti verrebbero addosso. Cedimi dunque la damigella che non potrai difendere.
- S’io ti sono vincitore, che mi importa di quelli che ti seguiranno? Non varranno, chè la mia fede è maggiore della tua. Ma perché, se tu sei gentil cavaliere, assalisci coloro che vanno per la loro via? Lasciami andare con la mia compagna, e non combattere contro ragione.
- Io sono signore di questo paese, e chi entra nel mio paese ha da fare la mia volontà.
- E tu come ti chiami?
- Io ho nome Finaù, e son figlio di re Galerano; per questo rendimi la donna, e vatti con Maometto!
- Ora vedrai come te la renderò.
E Fioravante strinse la spada, e si lanciò contro Finaù e lo ferì, e poi gli ruppe la visiera e forse l’avrebbe steso morto, se non fosse intervenuto il caso. Il sipario si abbassò, chè il primo atto era terminato.
Fioravante strinse la spada, e si lanciò contro Finaù e lo ferì, e poi gli ruppe la visiera e forse l’avrebbe steso morto, se non fosse intervenuto il caso. Il sipario si abbassò, chè il primo atto era terminato.
Il secondo cominciò nella corte di re Galerano, che aveva fatto un sogno, nel quale gli era apparso un lioncello e un leone, che sbranato Finaù e molti altri, ne venivano contro di lui. Perciò chiedeva alla sua corte consiglio. I cortigiani furono d’accordo nel riconoscere che grave era il caso, e che conveniva di correre in armi alla campagna. Così fecero. Mutò la scena, e si vide Fioravante che aveva prostrato due saraceni, e Finaù ridotto a mal partito. Allora si gittarono in corpo sopra Fioravante, lo presero e lo legarono.
La damigella, che era rimasta in disparte, pregando, fu dal furibondo Finaù rovesciata in mezzo alla strada: se non che, un saraceno gli osservò che v’era in più in là un casolare mezzo diruto, dove avrebbero condotto Fioravante, e Finaù avrebbe fatto la sua volontà. E così fecero. Fioravante fu legato a una colonna e percosso con verghe mentre Uliana in ginocchio pregava. E qui terminava il secondo atto.
Nel terzo ecco Rizzeri. Egli giunge nella baracca, e incontra i due saraceni uccisi e quel terzo che prima era fuggito, inginocchiato su di essi piangendo; il quale, interrogato se avesse visto un cavaliere con la sopravveste verde, si levò e gridando: - “Traditore famiglio, tu porterai la morte pel tuo signore!” – gli corse incontro e lo battè sopra lo scudo. Rizzeri disse:
- Compagno, vuoi tu morire?
Ma quello gli tornò addosso più inferocito, e allora Rizzeri con un colpo di spada gli distaccò il capo dal busto; indi, riprese l’andare. Ma si accorse che per terra erano molti pezzi d’arme e la cavezza del cavallo di Fioravante.
- Qui v’è stata battaglia. Che ne sarà di Fioravante?
In questa, trovandosi vicino al casolare, udì una voce raccomandarsi a Dio. Rabbrividì.
- Questa è la voce di Fioravante!
Allora con un salto entrò nel casolare, e il primo in cui s’incontrò fu Finaù, e lo passò da una parte all’altra, poi uccise due altri saraceni, e gli altri fuggirono. Allora sciolse e liberò Fioravante, l’abbracciò, e conobbe Uliana, che ringraziò Dio d’averla tratta da un grande pericolo. Presero le armature di Fioravante, il quale tolse a Finaù la Durlindana, e voleva darla a Rizzeri, ma questi non la volle, e accettò Gioiosa; e avendo saputo che Fioravante si faceva chiamare Guerrino, mutò nome anche lui, e disse di chiamarsi Buon Servo.
 
 
 
Luigi Natoli: Fioravante e Rizzeri
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