lunedì 22 agosto 2016

Luigi Natoli e l'impresa dei Mille: Rivendicazioni - La rivoluzioen siciliana del 1860 e altri scritti storici sul Risorgimento siciliano.


I Mille che seguirono Garibaldi sono veramente mille eroi, e l’impresa alla quale si accinsero, fu meravigliosa e miracolosa; ma per esser tali non è necessario tacere, travisare e qualche volta calunniare il potentissimo aiuto che direttamente e indirettamente ebbero in Sicilia dai Siciliani; non è necessario tacere l’efficacia risolutiva dello ambiente; giacchè è bene affermarlo ancora una volta e chiaramente, se la spedizione dei Mille non avesse trovato, neppure il solo concorso morale di tutto un popolo in rivoluzione (dico rivoluzione, non ribellione) Garibaldi e i Mille avrebbero incontrato la sorte dei fratelli Bandiera e di Carlo Pisacane. Anzi, per rimanere in tema garibaldino, la campagna di Sicilia del 1860, non avrebbe avuto esito diverso della campagna dell’Agro Romano del 1867, che pure si compiè in condizioni numeriche e d’armamento superiori. Vincitori, anche, a Calatafimi, i Mille avreb­bero avuta a Palermo una Mentana assai più disastrosa.

Ora gli esperti di cose militari, che studiano le cose senza lirismo, hanno oramai riconosciuto che la marcia trionfale da Marsala a Palermo e le vittorie strepitose dei legionari, oltre che al valore di essi e all'azione dell’ambiente, si debbono anche agli errori innumerevoli e madornali del comando generale delle truppe borbo­niche; e questi errori madornali furono l’effetto della paura. Paura di combattere in un paese nemico in rivo­luzione; paura di vedersi assaliti da ogni parte dalla popolazione; paura di vedersi tagliate le comunicazioni e la ritirata; paura di mancare – come mancarono – ­di viveri, di ospedali, di medicine, di tutto.

Il che risulta dai documenti, che hanno maggior valore delle lettere di un esaltato.
 
Luigi Natoli
 
Tratto da: Rivendicazioni attraverso le rivoluzioni siciliane del 1848-1860
 
 
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Luigi Natoli: Rivendicazioni attraverso le rivoluzioni siciliane del 1848-1860.

Prefazione di Luigi Natoli in "Rivendicazioni attraverso le rivoluzioni siciliane del 1848-1860"  stampato nel 1927 da Cattedra italiana di pubblicità - editrice in Treviso ed edito oggi da I Buoni Cugini Editori.
 
Raccolgo in questo volume alcuni scrittarelli, dei quali alcuni veggono ora la luce per la prima volta, altri, già pubblicati su giornali, sono così interamente rifatti, che possono considerarsi nuovi.
Quali gli intendimenti che m'indussero a com­porne un libro, il lettore vedrà da sè; e gli farei un torto se mi trattenessi a illustrarglieli. Dirò soltanto che que­sti scritti nacquero dalla mia passione per la Sicilia e specialmente per Palermo mia città natale: passione che invece di affievolirsi con gli anni, è divenuta più intensa via via che mi sono addentrato – quanto è pos­sibile a una vita umana assillata dai bisogni della vita cotidiana – nello studio della storia; e mi sono accorto degli errori, dei pregiudizi, della superficialità e anche dell'ignoranza di che son pieni scrittori, anche valorosi, quando parlano e giudicano delle cose siciliane. Delle quali non si può parlare con tanta facilità e leggerezza; così vasta, molteplice, ricca di cose ancora ignote, ine­splorate è la nostra storia; tanti problemi sono ancora insoluti: e non soltanto della preistoria e dell'epoca greca, ma anche delle epoche posteriori e più vicine a noi. V'è negli archivi pubblici e privati ancora grande materiale da esplorare: v'è nelle biblioteche altro mate­riale accumulato nel corso dei secoli dal paziente lavoro di uomini oscuri, frugato in parte dagli studiosi; ai quali, più che s’avanzano nelle ricerche, e più ampio si rivela il campo di esse.
 

Due epoche hanno finora attirato gli studiosi, più che le altre: l’antica e la medioevale; e dell'una e dell'altra la storiografia vanta opere di capitale importanza, che servono di guida e di lume a chi vorrà continuare le indagini. Ma vi sono secoli, che, non so per qual pregiudizio, son lasciati da parte; e nei quali bisogna pur cercare l'azione lenta, quasi inavvertita, per cui, nell'asservimento politico e nell'isolamento, l'oscuro istinto di italianità va trasformandosi in coscienza nazionale; per cui si cerca di rompere la cerchia dei tre mari per vivere la vita del mondo. Vi sono secoli più vicini ancora, nei quali avviene un profondo rinnovamento nella cultura, e si foggiano anime nuove; e che intanto rimangono ignorati, come un tempo lontano e oscuro. Tale l'ottocento siciliano che ha scrittori, storici, critici, poeti, scienziati, artisti dei quali ogni regione potrebbe gloriarsi; del cui carattere e valore soltanto la incompetenza di un ignorantissimo di cose siciliane potè dar giudizio spiccio, con leggerezza punto filosofica. Ed è fortuna che di questi nostri scrittori alcuni, soltanto, perché vissuti nel continente, e perché stamparono nel continente, sono meritatamente noti; chè altrimenti anch'essi si troverebbero, non ostante il loro valore, travolti in quella oscurità nella quale giacciono altri ingegni valorosi e onorandi. A questi dovrebbero i giovani, or meglio preparati, rivolgere le loro cure amorose.

Gli scritti qui raccolti non pretendono neppur lon­tanamente sfiorare uno degli aspetti di questo otto­cento siciliano: nacquero per ribattere accuse, correg­gere errori; per istinto di difesa e amore di verità e di giustizia. Pure tra essi appresi qualche spiraglio; come dalle fessure dello steccato i fanciulli ficcando gli occhi vedono l’arena del circo, così da esso può qualcuno scoprire 1'ampiezza del campo ancora non dissodato, e invogliarsi a entrarci, con la fervida volontà di rivan­garlo, e trarne alla luce e a vita nuova e più rigo­gliosa messe di gloria pei nostri vecchi dimenticati e per la nostra isola.
All'arte avevo dato io i primi sogni della giovi­nezza: li sacrificai a quello che mi apparve dovere di cittadino; e ho frantumato la mia attività in mille pic­cole cose, di vita effimera, per esumare, divulgare le memorie del nostro passato; per farle amare; per spronare altri alla storia nostra, che non defrauda, ma aggiunge nuove immarciscibili foglie all’alloro di che si inghirlanda l’Italia madre; e per far sentire ai giovani l’orgoglio di essere siciliani, ma nel tempo stesso il dovere che incombe sopra di loro, di esser degni del passato glorioso; e render nelle opere feconde della pace l’isola nativa emula delle altre regioni d’Italia, come emula, se non pur superiore, fu per rinuncie, per sacrifici, per sangue generosamente versato.
Troppo io presunsi; lo so: ma se da questi scritti movesse qualcuno di maggior ingegno e più matura pre­parazione, e con maggior agio, a studiare profonda­mente e a rivelare questo o quell'aspetto del nostro Ottocento, io mi sentirei pago, e non rimpiangerei i sogni della mia giovinezza oramai tramontata da un pezzo.
 
Palermo, nel maggio del 1927.
 
L.N."
 
Per acquistare:
 
Il volume contiene:
 
- Introduzione storica da "Storia di Sicilia dalla preistoria al fascismo".
- La rivoluzione siciliana nel 1860 - narrazione.
- Di un volume di documenti sulla rivoluzione siciliana del 1860 e sulla spedizione dei Mille.
- I più piccoli garibaldini del 1860.
- Rivendicazioni attraverso le rivoluzioni siciliane del 1848 - 1860.

 

 

 

giovedì 11 agosto 2016

Luigi Natoli e Francesco Bentivegna


Francesco Bentivegna: adunava molti animosi in un magazzino nella campagne di S. Maria di Gesù, e rivolte loro calde parole di incitamento, li apparecchiò alla prossima battaglia. Ma il convegno e i discorsi seppe da un delatore la polizia, che per maggiore sicurezza, fece trasportare i già prigionieri nelle segrete della cittadella di Messina, e arrestò il Bentivegna ed altri della congiura. Contro questo “branco di scellerati” come col consueto linguaggio le polizie di tutti i tempi chiamavano i novatori, si istruì un voluminoso processo.

(1856) Intanto che l’emigrazione apriva sottoscri­zioni e raccoglieva i mezzi per l’acquisto di 10 mila fu­cili, Francesco Bentivegna correva al comitato di Pa­lermo, prendeva accordi, e stimato giunto il tempo di sostituire l’azione ai disegni, la sera del 22 novem­bre 1856, congregati in Mezzojuso alquanti fedeli, con David Figlia, Spiridione Franco, Nicolò Di Marco e altri, inalberò il vessillo tricolore al grido di viva l’Italia.

Disarmata la guardia urbana, solleva Villafrati, corre a Ciminna in arme per opera di Luigi La Porta, ma giunto alla Pianotta, riceve annunzio che Palermo è tranquilla, e che invece movevano contro di lui forti colonne di fanti, cavalli e cannoni e compagni d'arme.

Il comitato di Palermo e i paesi della provincia sgo­menti degli apparati del governo, non seguirono il moto rivoluzionario, onde il Bentivegna si trovò solo e ab­bandonato: allora per non esporre i pochi seguaci a un vano sacrificio, sciolse la squadra, e cupo, silen­zioso, dolente riparò a Corleone.

(1856) Il Bentivegna fu preso, per tradimento, il 3 dicembre, e tradotto il Palermo fu sottoposto a giudizio con procedura illegale, contro la quale ricorsero i suoi difensori, ma invano; ed egli venne dal consiglio di guerra, il 19, condannato alla fucilazione, da eseguirsi in Mezzojuso entro le ventiquattro ore. Ricondotto fra la sbirraglia e le truppe a Mezzojuso, impavido e sereno sostenne il martirio, il 20 dicembre, un’ora e mezza circa del pomeriggio. Aveva trentasei anni. Il De Simone infierì sul cadavere, vietandolo alle cure pietose dei parenti, e facendolo buttare con le vesti del condannato in un carnaio, donde, di notte, la pietà di congiunti e di amici, celatamente lo trasse.

La sentenza illegale e crudele ebbe pubblico biasimo, e svergognò il governo che la volle; ma né il biasimo né la vergogna lo arrestarono nella voluttà del misfare.

Luigi Natoli - Rivendicazioni. La rivoluzione siciliana del 1860 e altri scritti sul Risorgimento siciliano. - Pag. 575 - Prezzo di copertina € 24,00 - Sconto 15%.

Luigi Natoli e Niccolò Garzilli.


Aquilano d’origine, palermitano d’adozione, studente dell’università, di soli diciannove anni aveva fatto concepire alte speranze di sé, per un suo scritto filosofico. Scoppiata la rivoluzione aveva lasciato la penna pel fucile, combattuto da prode, preso parte alla spedizione Ribotti nelle Calabrie: fatto prigioniero con gli altri, era stato chiuso nelle fortezze borboniche. La prigione non spense la sua fede: uscitone, prese attivamente a cospirare con altri animosi. Illudendosi che le violenze poliziesche avessero negli animi acceso tanto sdegno, che bastasse rinnovare le audacie del 12 gennaio, per far divampare l’incendio della rivoluzione, sebbene sconsigliato dal Lomonaco, divisò co’ suoi compagni d’insorgere pel 27 gennaio 1850. Ma traditi da un Santamarina, che era dei loro, scesi il giorno designato nella piazza della Fieravecchia, al grido di Viva la Costituzione, trovarono le vie occupate dalle milizie regie, e si sbandarono. Il Garzilli poco dopo, preso con altri cinque, e condotto al Castello, vi fu giudicato da un Consiglio di guerra, al quale il Satriano scriveva in precedenza, che sentenziasse per tutti e sei quei giovani la morte, da eseguirsi la stessa giornata. La sera stessa del 28, condannati senza alcuna prova legale, condotti nella piazza Fieravecchia, vi furono moschettati. Un marmo tramanda alla memoria dei posteri i loro nomi: furono Nicolò Garzilli, Giuseppe Caldara, Giuseppe Garofalo, Vincenzo Mondino, Paolo De Luca e Rosario Aiello.

Al supplizio seguì un processo contro sessantacinque presunti rei di cospirazione, dei quali oltre la metà la­titanti, e fra essi il Bentivegna. Contro gli arrestati la polizia incrudelì; il tribunale prosciolse ben trentasei dall’imputazione, gli altri condannò a pene ben gravi.
Nella foto: Piazza Fieravecchia, oggi Piazza della Rivoluzione - Palermo.
 
 

Luigi Natoli - Rivendicazioni. La rivoluzione siciliana del 1860 e altri scritti sul Risorgimento siciliano. Pag. 575 - Prezzo di copertina € 24,00 - Sconto 15% - Spedizione gratuita.
Per acquistare:
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Questi scritti vogliono essere una narrazione dei rivolgimenti siciliani del 1860 e nascono dalla mia passione per la Sicilia e specialmente per Palermo, la mia città natale: passione, che invece di affievolirsi con gli anni, è diventata più intensa via via che mi sono addentrato nello studio della storia; e mi sono accorto degli errori, dei pregiudizi, della superficialità e anche dell'ignoranza di che son pieni gli scrittori, anche valorosi, quando parlano e giudicano di cose siciliane. Procuro di correggere secondo verità tutta quella parte che i nostri vi ebbero nel risorgimento siciliano, parendomi non soltanto ingiustizia, ma anche ingratitudine lasciar nell'ombra o menomar le loro opere e i sacrifici, che prepararono prima, e spianarono, resero possibile poi e vittoriosa la spedizione garibaldina dei Mille e l'unità nazionale.
 Prof. Luigi Natoli.
 
Il volume contiene le seguenti opere di Luigi Natoli:

- Introduzione storica da "Storia di Sicilia dalla preistoria al fascismo" - ed. Ciuni anno 1935.
- La Rivoluzione siciliana del 1860 - narrazione - (Comitato cittadino pel cinquantenario del 27 maggio 1860 - Palermo 1910)
- Di un volume di documenti sulla rivoluzione siciliana del 1860 e sulla spedizione dei Mille - (Estratto dal mensile "Rassegna storica del Risorgimento Anno XXV - Fasc. II Febbraio 1938 - XVI")
- I più piccoli garibaldini del 1860 - (Estratto da "La Sicilia nel Risorgimento siciliano - anno 1931")
- Rivendicazioni attraverso le rivoluzioni siciliane del 1848-1860 - (Cattedra italiana di pubblicità - Editrice in Treviso 1927)
 

venerdì 22 luglio 2016

Monica Bartolini: Persistenti tracce di antichi dolori

Monica Bartolini: Persistenti tracce di antichi dolori:

 
SANNITI, GAELICI, MAYA
 
Tre popoli distanti tra loro nell'arco del tempo, con usi e costumi incomparabili, uniti dalla particolarità di un oggetto prezioso, giunto fino ai nostri giorni per raccontarci della loro scomparsa. Una fine tragica, che però non è riuscita a cancellare né le gesta di quelle Genti né la loro cultura.
L'Asse romano Minerva-Toro, il Reliquiario di Monymusk e il Codice di Dresda giacciono nelle teche dei musei che li ospitano per ricordare a tutti noi quale è stato il nostro cammino di uomini.
Alla Rossachescrivegialli l'onore di tessere le trame dei delitti legati a quei reperti, considerandoli alla stregua di persistenti tracce delle dolorose vicende che hanno attraversato i secoli.
 
 Disegni in copertina di Niccolò Pizzorno.

AA.VV.: Scarti di un teorema - a cura di Rosario Palazzolo.

Saverio, Maria, Marta, Anita, Giuseppe, Mario, Flavia e Marcello all’inizio e alla fine sono figli della verità e della bugia. Di una verità troppo vera da sembrare bugia e di una bugia talmente finta da poter essere vera. Saverio, Maria, Marta, Anita, Giuseppe, Mario, Flavia e Marcello sono gli indimenticabili scarti di un teorema, ma diciamolo subito, però, che il titolo è volutamente provocatorio e dissacratorio e offensorio perché quando si parla di scarti solitamente lo si fa immaginando qualcosa che non serve, che non serviva, qualcosa di cui di poteva serenamente fare a meno, ma gli scarti di un Teorema fanno la differenza, a mio avviso, e specialmente di questo, e non possono certo essere considerati qualcosa che non serve, che non serviva, di cui si poteva serenamente fare a meno, perché se è vero come probabilmente lo è che un Teorema è un’idea che per essere dimostrata abbisogna di prove empiriche e complicatissimi calcoli matematici e formule che riassumano in poche righe o molte righe il significato esoterico affinché il medesimo non sia riservato a pochi, qui non si hanno che molte idee – e contagiose – che tentano costantemente di scartare l’abitudine al nesso, la prassi delle parole, il conforto dei numeri. (Rosario Palazzolo)
Pagine 118 - Prezzo di copertina € 12,00

venerdì 15 luglio 2016

Luigi Natoli narra Santa Rosalia.

Alla corte del re di Sicilia, Guglielmo il Buono, c'era un parente del re di nome Sinibaldo, il quale aveva una figlia che si chiamava Rosalia, giovinetta virtuosa e tutta data alla preghiera. Molti la domandavano in isposa, ma essa si rifiutava e, per sottrarsi alle nozze, fuggì di casa.
Peregrinando, andò a ricoverarsi in certe grotte del monte Quisquina (Agrigento), dove visse, cinta di rozzo saio, nutrendosi di erbe e bevendo acqua fresca con una ciotola. Così passava i giorni in penitenza e in preghiere.
Dal monte Quisquina, a piedi, si recò a Palermo, da dove salì sul monte Pellegrino. Ivi trovò una grotta e ne fece la sua dimora. Lì trascorse il resto della sua breve vita, lì morì ignorata...

Luigi Natoli
Tratto da "La Scalata" sussidiario scolastico edito in Palermo nel 1955

mercoledì 29 giugno 2016

Luigi Natoli e la Palermo nel 1515: Squarcialupo


La città di Palermo nel 1515, sebbene nella periferia avesse preso la forma che su per giù conservò intatta, entro la cerchia delle mura esterne fino al 1860, non aveva internamente la distribuzione topografica che venne assumendo nel corso del secolo, e che nel 600 ebbe compiutezza e stabilità. Questa cerchia – in qualche punto visibile ancora – è riconoscibile in quella serie di stradoni che la costeggiavano e ne furono la via di circonvallazione: la quale partendo dalla spiaggia, per le odierne via Lincoln, Tukery, Alberto Amedeo, e piegando per le vie Volturno e Cavour va a finire là dove era il Castello a mare. Internamente non c'era ancora la via Maqueda; e la parte più antica della città nel mezzo, era la vera Panormus e conservava la sua cinta di mura antiche e le sue porte e le sue torri, come una città dentro la città, oramai inutili, qua e là rotte e tramutate in abitazioni. La strada che negli atti ufficiali e nella cronaca aveva nome di via Marmorea giungeva fino alla chiesa di Sant'Antonio, all'angolo della recente via Roma, dove era una torre, che gli eruditi di quel tempo attribuivano a un nipote di Noè, e una porta, che una volta dava sul mare, e i musulmani chiamarono infatti Porta di mare. Ma il mare che in tempi remoti giungeva fino a questo punto, vasta insenatura, chiusa a oriente da uno sprone – ancora visibile – sulla cui estremità sorse poi la chiesa della Catena, si era a poco a poco ritirato, o era stato disseccato: si era ristretto poi in quell'area che formò appresso la piazza Marittima, oggi Marina, e finalmente si restrinse nella Cala.
Nel 1515 su tutta questa nuova aria correvano strade e stradette, sorgevano chiese e palazzi, che furono anni dopo abbattuti o tagliati, quando distrutta la torre e la porta, il vicerè don Garsia de Toledo volle che si prolungasse la via Marmorea fino alla chiesa di Porto Salvo; e le diede il suo nome.
La via Marmorea dunque era né più né meno che l'attuale via Vittorio Emanuele. E se si pensa, che essa era la via principale dell'antica Panormus, si deve riconoscere come una delle più antiche strade cittadine del mondo, rimasta quasi intatta là dove fu tracciata forse dai Fenici, certo ai tempi greco-romani.
Era fiancheggiata di palazzi magnifici, che conservavano l'aspetto di castelli con merli e torri, e di ricche botteghe; lastricata di pietre, levigate; bella e sontuosa, destava la maraviglia dei forestieri.
Quasi parallelamente a essa correvano altre due strade, di qua e di là, lungo le mura antiche: specie di boulevards; che finivano anch'esse col congiungersi, a Sant'Antonio, con la via Marmorea. Una di queste strade, partendo dall'alto, – dove ora è la Caserma, costeggiando l'episcopio e la cattedrale, percorreva la strada, che anche allora si chiamava del Celso; la quale si continuava con norme di via di porto Oscura, San Teodoro degli Scannati, S. Antonio, ininterrottamente. Tre porte, antiche anch'esse, mettevano in comunicazione questa strada, anzi questa parte della città, con quartieri che erano sorti nelle bassure, dove in tempi remoti si prolungava la palude del Papireto: ed erano la porta di Sant'Agata, – presso la chiesa omonima, la porta degli Schiavi – in via Celso – e la porta Oscura, – a Bab as Sapa degli arabi – detta Oscura forse perché vi si giungeva per un andito lunghetto e buio. Essa dalla piazza delle Vergini, metteva sul principio della odierna Piazza Nuova; e chi scende dalla via Maqueda nella piazza, guardi nelle botteghe a destra, e fatti pochi passi vedrà dentro una di esse un mezzo arco sepolto fra le costruzioni posteriori. È quel che resta della porta.
Ora siccome il suo sbocco rimaneva più in basso dal livello della piazza delle Vergini, una specie di scalinata percorreva gran parte dell'andito, sul quale si apriva qualche stanza o stamberga, che forse un tempo serviva di alloggio alle guardie. Una, in alto, scavata nel tufo, male intonacata, nera di fuligine, si era trasformata in bottega e in abitazione....
Luigi Natoli - Squarcialupo.
Prezzo di copertina € 24,00 - Sconto 15% - Spedizione gratuita.
 
 

Luigi Natoli e il Carnevale del 1563 - Il capitan Terrore


Quel giorno era l’ultimo giovedì di carnevale, e la città era in festa più degli altri anni, perché Sua Eccellenza il Vicerè, che era il duca di Medinaceli, maritava le due figlie, e già si erano avuti cinque giorni di festeggiamenti; quel pomeriggio doveva aver luogo in Piazza Marina il grandioso spettacolo della caccia intrecciata con una rappresentazione e con una giostra.
Allora la fantasia e il tripudio si sbizzarrivano oltre che con maschere isolate, con vere mascherate complesse, raffiguranti avvenimenti storici. Una si componeva di quattro o cinque personaggi forniti di una scala e un tamburo. Dove pareva loro che fosse il caso, si fermavano e al rullo del tamburo, appoggiavano la scala a una finestra a cui si affacciassero donne ridenti e un uomo si arrampicava. Che dico un uomo? una specie d’uomo coperto da una finta faccia rossa come un gambero cotto, con certe labbra da asino, grossi zigomi anch’essi animaleschi, coperto il capo da un elmo o da qualcosa che arieggiava l’elmo impennacchiato di fiori di canna, armato di una spada di legno, il quale braveggiava strepitando buffonescamente e facendo sbellicar dalle risa la folla che lo seguiva e le persone affacciate. A un tratto precipitava senza però farsi nulla di male, perché gli altri compari gli tenevano una coperta sotto. E qui nuove risa, nuovi schiamazzi e gettito di pezzetti di carta tagliata minutamente, che dicevano “pittiddi”, forse dal francese “petit”, e chiamati ora coriandoli.
Quella maschera aveva un’origine storica, della quale si era perduto il significato: doveva rappresentare il vecchio Bernardo Cabrera che dava l’assalto allo Steri per impadronirsi della giovane e bella vedova regina Bianca, della quale si era innamorato. Ora si chiamava la mascherata del “Maestro di campo”, come dire del Generale. Si sa che la regina Bianca, sorpresa nella notte dagli armati di Bernardo, fuggì seminuda, e che Bernardo trovando vuoto il letto, si arrabbiò ma poi involtandosi nelle coperte ancora tiepide, esclamò: – “Non importa che la pernice sia fuggita, il nido è ancora caldo”.
Il popolo s’era vendicato, mettendolo in burletta, ma nel corso di un secolo e mezzo la memoria del fatto si era contaminata.
In altro punto, dove era una piazza levavano da terra un castello di legno dipinto a conci, con merli, tra i quali apparivano schierati Mori o Turchi, armati di spade e lance, che, gridando, le agitavano al sole. Contro di loro erano Cristiani. La folla degli spettatori, enorme e fluttuante, aspettava schiamazzando. Era il “gioco del Castello”, che forse rievocava i fasti della conquista normanna, forse la presa di Palermo o d’altra città, verità storica alteratasi romanticamente, o intrecciatasi con altre imprese. Cominciava col mandare gli ambasciatori, seguiva con le varie fasi del combattimento; e finiva con la presa e col trionfo dei Cristiani e con un balletto generale.
Una carrozza saliva pel Cassaro. Chi immagina le carrozze d’allora simili a quelle che si vedevano un trent’anni fa, o come quelle che fanno pompa di sé nel Museo nostro, s’inganna. Erano grandi come queste, a forma di casse aperte ai lati, con sedili. Non avevano molti ornamenti, solo una frangia di seta in cima allo sportello; non vetri, non fanali, non molle; il cocchiere sedeva su una gualdrappa ornata dello stemma della padrona. Dico padrona perché in quel tempo le carrozze, erano adoperate soltanto dalle signore....
Luigi Natoli - Il capitan Terrore
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martedì 21 giugno 2016

Luigi Natoli e la marcia notturna dei soldati francesi


Altri soldati, presi dal contagio s’eran messi a canticchiar anche loro. La cadenza dei passi segnava il ritmo. S’erano accordati, senza volerlo, per istinto, in un coro sommesso, che pareva venisse di sotterra; pareva la voce della terra dolente, che presentiva l’orrore del sangue; la voce della madre che accompagna il figlio lontano, sul quale incombe la minaccia della morte; la voce della gran pace umana lacerata dallo scoppio delle granate e dalle punte della baionette: ed era anche la voce del paese nativo coi suoi ricordi, con le sue care e tenere ricordanze: la chiesa, il campanile alto ad aguglia, la piazza con la farmacia e la mairie, l’officina del maniscalco e del carradore, la scuola, e più in là il mulino; il vecchio mulino dalla enorme ruota, su la quale precipitava spumeggiando l’acqua; e più in là, nell’aperta campagna, l’opificio, con gli alti camini fumanti. V’era in quel canto come l’eco del suono delle campane all’alba e alla sera; l’eco del martello picchiante sull’incudine; del fischio della sirena…
E tenere visioni si ridestavano in fondo alle anime. Chi è là? una vecchietta rugosa, sotto la cuffia dalle bianche ali delle donne di Normandia, o quella graziosa e singolare delle donne di Arles. Ella caccia con la verghetta le oche, che si dimenano sulle zampe gialle, crocchiando… Mamma Ghita?... No, non è Mamma Ghita, è invece un volto roseo di giovanetta, ombreggiato da un largo cappello di paglia infiorato di rosolacci. Ella ride… Forse no, ora non ride più: domanda al portalettere se ha una cartolina illustrata di lui…
Una commozione di tenero rimpianto penetra in quei cuori, mentre le mani stringono le armi omicide.
- Silenzio! – ordinò l’ufficiale.
Anche lui pensava; la visione aveva uno sfondo diverso; ma il sentimento che destava era forse il medesimo.
Luigi Natoli - Alla guerra! - Copertina e illustrazioni interne di Niccolò Pizzorno.
Un inedito di Luigi Natoli - Per la prima volta in libro edito I Buoni Cugini Editori.
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In ricordo di Luigi Natoli

"Se non è immodestia dirlo, coloro che mi hanno seguito attraverso i diciotto o venti romanzi, da me pubblicati su questo giornale, sanno per prova che un certo interesse so trovarlo". - Luigi Natoli
 
I Buoni Cugini Editori ricordano Luigi Natoli, nel giorno del suo onomastico, con questa sua breve ma netta presentazione.  

giovedì 16 giugno 2016

Luigi Natoli e la festa di S. Giacomo apostolo a Messina (25 luglio) - tratto da I cavalieri della Stella.


Cassandra, libera di ogni sogge­zione, lasciandosi trasportare dalla gio­vinezza, cominciò a parlare della prossi­ma cavalcata dei Cavalieri della Stella, che avrebbe avuto luogo il domani.
Per antica consuetudine, il 25 di lu­glio, festa di S. Giacomo Apostolo, si apriva in Messina una gran fiera, che durava fino al 15 agosto, giorno dell'Assunta, e fe­sta solenne della città. La franchigia, che per privilegi reali, godeva Messina in quei giorni, faceva ac­correre mercadanti, industriali, artefici da ogni parte, allettati dalla esenzione di do­gane e di dazi, e di una folla straordinaria di compratori adescati dall'idea del ri­sparmio e della bontà delle compere. La franchigia si estendeva anche alla espor­tazione dei drappi di seta, fiorentissima e rinomata industria in Messina; onde i mercatanti d'Italia venivano a farvi lar­ghe provviste, per l'eccellenza dei tessuti e il vantaggio dell'acquisto. Per questo la fiera di Messina era di­ventata famosa e aveva acquistata im­portanza di grande avvenimento cittadi­no, al quale la città partecipava in forma ufficiale e con la massima pompa.
La mattina del 25 luglio si apriva so­lennemente la fiera, con una grande ca­valcata, in testa alla quale procedeva un giovinetto di famiglia nobilissima, regal­mente vestito, montato sul più bel caval­lo che si trovasse, riccamente bardato. Agitava egli nelle mani uno stendardo, segno della conceduta franchigia. Dietro a lui seguivano i Cavalieri della Stella, nella loro più ricca divisa, accompagnati dai valletti, poi i senatori, nelle loro ric­che toghe, gli ufficiali della città, le milizie.
Era uno spettacolo magnifico per la ricchezza d'ori e di sete, per numero di in­tervenuti, per grandiosità d’insieme, che per le vie principali, donde sarebbe pas­sata la cavalcata, traeva il popolo avido di svaghi e di divertimenti, e orgoglioso della sua ricchezza e dei suoi privilegi. A questo, che era lo spettacolo ini­ziale seguivan poi altri pubblici diverti­menti, fino a che non giungevano i memorabili giorni delle feste dell'Assun­ta, le più grandiose che si celebrassero nell'isola, rivali, per singolarità e dovizia del famoso “festino” di S. Rosalia in Palermo. E feste pubbliche, alternandosi con le private, e i ricevimenti nei palazzi si­gnorili con le serenate a mare, in quelle notti estive bellissime del Bosforo d'Ita­lia, tenevan la città in una febbrile agi­tazione, eccitavan desideri, la gittavano nel mare dei piaceri, tra i quali pareva annegassero i travagli della vita e le asprezze della povertà del regno.
Naturalmente la fiera, le previsioni sulle mercanzie e sul traffico, le feste, le novità dell'anno, i preparativi di nuovi vestiti, il divisar trattenimenti o svaghi, tutto ciò formava ogni anno il soggetto delle conversazioni di ogni casa patrizia o popolana, sebbene quell'anno corres­sero tristi previsioni da quindici giorni innanzi. Ma Cassandra Abate non si curava di queste previsioni, e non pensava che alle feste. E perché infatti era uscita in quei giorni dal monastero, se non per godersi la cavalcata, la fiera e le feste dell'Assun­ta?
Luigi Natoli - I Cavalieri della Stella.
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mercoledì 15 giugno 2016

Luigi Natoli e gli emigranti napoletani: tratto da "I mille e un duelli del bel Torralba".


(gennaio 1806) I Collalto avevano ancora tanto da poter vivere con decoro, tra la folla degli emigranti napoletani miserabili e prepotenti che s’era gittata in Palermo.
La città infatti offriva uno spettacolo singolare: per le strade si incontravano piccoli nobili, impiegati dei ministeri e delle aziende dello stato, preti, frati di tutti gli ordini, che fuggiti dietro alla Corte o per fedeltà verso la famiglia reale, o per paura, o per vivere a le spalle altrui, andavano oziosi e pretenziosi; ritenendo che pel loro attaccamento alla causa reale, e perché vittime dell’invasione avevano diritto ad essere mantenuti dai Siciliani. I nobili ottenevano per sé anche le cariche che sarebbero toccate di diritto ai Siciliani; i magistrati si ficcavano nei tribunali; quei fuggiaschi si conducevano come in un paese di conquista; e strappavano alle casse della Sicilia, troppo esauste, oltre a seicento mila lire di nostra moneta, ogni anno per sussidi: somma, per quei tempi enorme, e pel valore del denaro, dieci e più volte maggiore che oggi. E non solo: essi vivevano a spese della Sicilia, e ne occupavano gli uffici, ma alla invadenza e alle usurpazioni, univano il dispregio, per la protezione del re, e segnatamente della regina.
Era nota l’antipatia di Maria Carolina pei Siciliani e per Palermo, di cui arrivavano a calunniare perfino il clima, scrivendo che vi si moriva di freddo e che di marzo c’erano le nevi! Essa in questo nuovo rifugio, se trovò dei nobili che le furono devotissimi e fedelissimi, non ebbe in generale le calde accoglienze del popolo come la prima volta. Così all’antipatia si aggiunse la diffidenza: si circondò di una polizia segreta, a capo della quale pose un Colonnello Castrone, analfabeta, senza scrupoli, ladro, ma abilissimo architetto di spionaggio; che organizzò fra i peggiori emigrati napoletani e francesi e fra i siciliani più laidi o più fanatici, un vero esercito di spie, detti il “Corpo degli svaligiatori”.
La protezione largamente data ai Napoletani, la diffidenza palese contro i Sicilia ni, generavano antipatie e fecondavano i germi della discordia fra gli uni e gli altri.
Anche in Messina vi erano emigrati napoletani ai quali la Corte aveva dato uffici e gradi, negandoli e anche togliendoli ai siciliani. Era la politica del governo che, favoriva tutta quella accozzaglia di gente diversa che non lo aveva saputo difendere, a detrimento di un popolo che gli dava asilo, e le sue sostanze e i suoi uomini per comporre un esercito. Con uno slancio generoso i baroni siciliani si erano infatti offerti a levare milizie nelle loro terre e a mantenerle a loro spese; e in poco tempo si era raccolto un esercito di trentaseimila uomini, comandati dai loro signori feudali; ma questo esercito che non costava nulla al governo, aveva suscitato i clamori e le proteste degli ufficiali napoletani, che percepivano stipendi senza far nulla, mentre le due decine di migliaia di truppe regolari languivano nelle caserme, nude, affamate e senza munizioni. Suscitata la diffidenza della Corte, presentando quella milizia come un pericolo pel re, non si era provveduto a essa, e i baroni erano stati costretti a rimandare i loro vassalli nei feudi. Pure, qualche anno più tardi, furono queste milizie paesane che respinsero uno sbarco di francesi in Sicilia, e salvarono il re dall’invasione.
Coi favori, col denaro profuso verso i napoletani, con lo svalutamento dei siciliani, le perquisizioni poliziesche del colonnello Castrone e del colonnello Colaianni, che vedevano dovunque i nemici della Corona, si scavava un abisso fra i due popoli. I napoletani si conducevano da padroni e ritenevano un loro diritto quel che era prodotto dalla generosa ospitalità; i Siciliani, non soffrivano quell’aria da conquistatori, e ne nascevano urti che alimentavano e creavano quel dualismo nefasto; non ultima ragione dei moti che più tardi scoppiarono in Sicilia.
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Luigi Natoli e i duelli di Fabrizio di Torralba: tratto da "I mille e un duelli del bel Torralba.


Strana vita la sua, che l’obbligava a stare con una spada in pugno. E tuttavia egli riconosceva che non era un attaccabrighe: vivace sì, e insofferente di prepotenze e ingiustizie; e se si batteva gli era appunto per questo. Facendo l’esame della sua vita si trovava già con una ventina di duelli sulla coscienza. Gli ultimi sostenuti a Parigi non avrebbero potuto essere più buffi, salvo uno, con quel capitano Verger che aveva creduto di offrirsi come un successore di Montlimar e aveva suscitato lo sdegno di Rosalia. Fabrizio aveva trovato ingiuriose quelle proposte, il capitano gli aveva detto che non aveva bisogno di lezioni; Fabrizio aveva rimbeccato, ne era corsa una sfida, si erano battuti, il capitano aveva ricevuto un colpo alla testa che lo aveva tenuto per un mese a letto: Fabrizio un colpo al braccio e se l’era cavata in quindici giorni. Ma gli altri duelli? Li passava in rassegna. Una volta si era battuto perché aveva riso al vedere un moscardino con un enorme colletto che gl’imprigionava il mento, e così largo che il capo gli si moveva dentro come la testa di una tartaruga nel guscio. Il moscardino si era fatto rosso come un gambero, lo aveva investito con un “che c’è da ridere imbecille?” al che egli aveva risposto: “rido perché ho trovato uno più imbecille di me”. Il moscardino aveva alzato il bastone a spirale. Fabrizio gli aveva buttato in faccia il vino di un bicchiere, sciupandogli la cravatta, la camicia e il panciotto di seta bianca. E naturalmente si erano battuti. Povero bellimbusto!... ci aveva rimessa un’orecchia, portata via da un colpo di sciabola. Un’altra volta, per un cane. Un signore batteva spietatamente un cane, che non voleva seguirlo perché aveva la testa a una graziosa cagnetta. Egli aveva fermato il braccio di quel signore, dicendogli: – “Oibò! Non è da animo gentile battere così le bestie!” – Quel signore gli si era voltato rabbiosamente: egli, col suo sorriso beffardo, si era scusato: – “non sapevo che foste idrofobo”. – Quello a sentirsi preso per cane lo aveva sfidato lì per lì. Si erano battuti; e Fabrizio lo aveva ferito nella mano, perché si ricordasse di non picchiare più le bestie a quel modo inumano. Un altro duello aveva avuto per difendere un commediante che non godeva le simpatie di una parte del pubblico della Comedie Francaise. Uno spettatore lo interrompeva durante la recita con sghignazzamenti e rifacendogli caricatamente il verso. Fabrizio gli aveva osservato puntamente che non c’era carità a tormentare quel pover’uomo, e quello a rispondergli che se non gli piaceva se ne andasse. Fabrizio aveva ribadito: – “Me ne andrò con voi, signore, per avere il piacere d’insegnarvi la buona creanza”. L’altro, fattosi più arrogante, s’era subito alzato per dare uno schiaffo, che era rimasto in aria perché Fabrizio, più lesto, gli aveva fermato la mano, ripiegandogli il braccio, e costringendolo a schiaffeggiarsi da sé. Erano stati separati, ma il domani si erano battuti: l’avversario, confuso dal giuoco rapido e insostenibile di Fabrizio, gli aveva voltato le spalle, e il ferro di questo lo aveva colpito in una natica. – È il solo posto dove vi si possa colpire!” – gli aveva detto Fabrizio, andandosene.
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Luigi Natoli e la piazza Marina nel 1401 - tratto da "Il paggio della regina Bianca".


La vasta piazza Marina in Palermo era quasi deserta in quell’ora mattutina del mese di maggio del 1401; e l’ampia mole dello Steri vi proiettava un’ombra lunga e trasparente.
In quel tempo, era assai più vasta di quel che è oggi, e serbava ancora le tracce di seno di mare prosciugato. Il porto, ridotto ora alla Cala, era più profondo; le acque del mare si spingevano su un tratto della odierna via Porto Salvo, lambendo quasi il muro del palazzo delle Finanze e un tratto della piazza della Fonderia.
Così detta perché da prima era seno di mare, da più d’un secolo era prosciugata; essa era chiusa dalla parte di mezzogiorno dalle mura della Kalsa, qua e là abbattute, e dalla parte di levante da uno sprone di terra, (ancor visibile nello stereobate su cui sorgono l’Hotel de France, e il palazzo dell’Intendenza,) il quale finiva sulla Cala, con una chiesa, sotto la quale si agganciava la catena da chiudere il porto; dal che la chiesa prese il nome di S. Maria della Catena.
Questo sprone, nei tempi antichissimi formava un molo naturale, difendeva e proteggeva, il porto profondo, a cui la città doveva il suo nome greco: Panormo (tutto porto). Dalla parte esterna, sul mare, al limite del quartiere arabo della Kalsa, e cioè dove ora corre la via Butera, su questo sprone era un borgo di Greci, con la loro chiesa di S. Nicolò. Da loro prese il nome la porta, che, rifatta, serba fino ad oggi il nome di Porta dei Greci.
La piazza Marina era dunque compresa fra questo sprone più elevato, la parte alta della Kalsa, e giungeva fin presso allo sbocco della via del Parlamento, comprendendo la via Bottai e l’area del palazzo delle Finanze; il porto, dal lato ove è la chiesa di S. Sebastiano, penetrava ancora un po’ di più, e giungeva fino all’Arsenale, il Tercianatus dei vecchi documenti, che ha lasciato il nome alla piazzetta di Terzana.
Sullo sprone non v’erano edifici notevoli, salvo che lo Steri, l’antica e nobile dimora dei Chiaramonte, accanto a cui la casa men bella dei conti di Cammarata e la chiesa di S. Maria della Catena.
Dietro lo Steri sorgevano la chiesetta di S. Antonio, ancora esistente, e la chiesa di S. Nicolò, or da un secolo circa distrutta.
Le altre case intorno eran piccole dimore, frammezzate da orti e giardini, tra i quali, dalla parte opposta allo Steri, sorgeva nella sua bella architettura ogiva la chiesa di S. Francesco dei Chiovari e accanto a essa si innalzava bruna, massiccia, fiera nei suoi merli, con finestrette simili a feritoie, la torre di Maniace o volgarmente di Manau.
Fra quelle case v’era qualche taverna, sulla cui porta una fronda di alloro rinsecchita serviva d’insegna.
L’erba cresceva nella piazza; e delle capre dal pelo lungo e dalle corna lunghe, a spirale, pascolavano tranquillamente.
L’odore delle alghe marine, deposte sulla riva dall’alterna vicenda dei flutti, impregnava l’aria silenziosa.
Fra le barche tirate a secco alcuni marinai col berretto rosso in capo, come si vedono ancora nel promontorio sorrentino, stendevano le reti al sole; da un focolare improvvisato con due sassi, si levava una spirale di fumo azzurro, che si allargava e si sperdeva in alto.
Oltre le barche, nel vasto specchio d’acqua del porto si scorgevano alcune galee e barconi e feluche; qualcuna aveva già spiegate le vele e si accingeva a prendere il largo. Più in là ancora il Castello a mare distendevasi con le sue torri massicce, l’ampia cortina merlata, armata di bombarde, accanto alle quali, si vedevano biancheggiare le grosse palle di pietra.
Più in fondo ancora Monte Pellegrino disegnava nel cielo la sua massa rocciosa, coi fianchi verdeggianti di boschi, e le cime indorate dal primo sole.
V’era una gran pace, una tranquillità dolce e solenne a un tempo nell’aria fine e trasparente, per la quale volteggiavano stormi di rondini, salutando il sole con piccoli gridi festosi.
Luigi Natoli - Il paggio della regina Bianca
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giovedì 9 giugno 2016

Luigi Natoli e il fantasma di donna Costanza - tratto dal romanzo l'Abate Meli

Una casa a un piano, con tre bal­coni ornati di un motivo settecente­sco, e con le ringhiere di ferro, a col­lo di cigno; con un mascherone satire­sco nel portone logoro e spento; coi muri anneriti dal tempo e dalla muffa, con un aspetto lugubre, diffondeva la sua tristezza nella strada che prendeva il nome dal palazzo dei marchesi Lun­garini.
I vetri rotti, gli scuri serrati, i ragna­teli che si stendevano nell'arco del por­tone, tra i ferri della raggera sovrappo­sti ai balconi, rivelavano l'abbandono in cui la casa era lasciata.
Lo stesso abbandono mostravano due o tre alberi che si alzavano dietro il muro di un giardino inselvatichito.
Non un segno di vita.
Il sole stesso, che la illuminava di sbieco e per poche ore, pareva avesse fretta di andarsene; perché la sua luce, facendo meglio apparire le crepe e i bu­chi, accresceva l'orrore di quella casa.
L'ombra e il silenzio eran quelli che gli convenivano. Si sarebbe detto che, per qualche delitto commesso in tempi remoti, sentisse sopra di sè il pe­so di una terribile maledizione; per cui la gente la fuggisse con terrore.
La gente del vicinato la guardava pavida e sospettosa; e quando era co­stretta a passarvi d'innanzi, affrettava il passo, come per paura che qualche essere soprannaturale e diabolico do­vesse uscirne per afferrarla.
Difatti era comune credenza che quella casa abbandonata dagli uomi­ni fosse abitata da spiriti; e c'era chi affermava di aver veduto una notte at­traverso le fessure errare un lume; chi curioso, si era arrampicato sul muro del giardino; di là era balzato sul bal­cone, e aveva posto l'occhio alla vetra­ta; ma era subito fuggito e così spaven­tato, che per poco non era precipita­to giù.
Aveva veduto una «malombra» tut­ta bianca, con una candela accesa in mano, che veniva verso la vetrata. Era spaventevole.
La notizia si sparse subito: l'uomo fu interrogato, se ne volevano i parti­colari; ma egli non poteva e non sapeva dir altro che la «malombra» aveva la faccia nera, ed era tutta avvolta in un lenzuolo bianco.
La curiosità vinse altri: ma la paura li trattenne dall’andare sui balconi a guardare. Quelli che abitavano nelle case di fronte, e che mai si erano accor­ti di lumi od altro, forse perché anda­vano a letto prima che il fantasma ap­parisse, vegliarono, e dalle loro fine­stre socchiuse tennero gli occhi sulla casa sfitta.
A mezzanotte videro le imposte del balcone aprirsi lentamente e nel qua­drato buio della stanza la «malombra» bianca, che dileguò a poco a poco.
Non vollero vedere altro. Si segna­rono, recitarono degli scongiuri e il do­mani confermarono che nella casa v’erano gli spiriti: e li avevano veduti.
Allora si cercò come e donde vi fos­sero venuti: uno dei più vecchi della contrada disse:
- Non vi scervellate. Quella è l'anima di donna Costanza, che fu uc­cisa e morì sul colpo, saranno cin­quant'anni addietro. Fu uccisa dai fra­telli per vendetta dell'onore offeso...
Luigi Natoli - L'Abate Meli.
 
Prezzo di copertina € 25,00 - pag. 725 - Sconto 15% - Spedizione gratuita.
Il volume comprende, oltre il romanzo, lo studio critico su l'Abate Meli pubblicato da Luigi Natoli nel 1883 e tutte le poesie del Meli inserite da Luigi Natoli nel trattato Musa siciliana. Traduzione in italiano di tutte le poesie a cura di Francesco Zaffuto.
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