martedì 27 settembre 2016

Luigi Natoli: Alla guerra! La grande storia del conflitto europeo del 1914...


A un tratto le trombe squillarono; i tamburi rullarono; e allora i soldati chinarono il capo sui fucili, tesero l’occhio ai mirini. Laggiù in fondo appariva una striscia grigiastra. Una nube di fumo la ravvolse; cento, mille sibili passarono sopra la trincea; era la morte invisibile. La trincea tuonò; un tuono che si propagò per una lunghezza interminabile; si ravvolse nel fumo; una striscia bianchiccia, che si sollevava da terra, in globi che si disfacevano.

In piedi, appoggiato alla sciabola sguainata, col binocolo sul petto, gli occhi fissi dietro le lenti, Benoist guardava, attraverso il fumo: la terra percorsa si levava con impeti; dei sassi si scheggiavano; sul capo, alle orecchie udiva continuo un sibilare strano, un miagolìo acuto e rabbioso; un frombar violento e rapido; e tuoni, e tuoni dietro a lui, dinanzi a lui; e guizzi di fiamme tra l’ondeggiare del fumo, e grida.

Passò nuovamente il maggiore, a cavallo, di trotto.

- Bravi, ragazzi!...

Ogni tanto qualcuno si lasciava cadere, pallido, con un gemito: qualche altro piombava senza neppure un grido, girando sopra sè stesso, come urtato da un colpo violento. Chi l’aveva colpito? Dinanzi a sè, oltre il fumo, Benoist vedeva la pianura deserta; solo in fondo, il paesaggio era sparso di piccoli bioccoli di fumo; uno accanto all’altro; percorso di una specie di nebbia, bassa, densa, prolungata sopra una linea. Non altro. Il nemico era quasi invisibile; ma la morte era lì, sospesa sul capo di tutti; Benoist ne sentiva la presenza; ne vedeva il gesto inesorabile; e tuttavia quel senso di orrore, di pietà, che fino a un’ora innanzi, destato dalle sue idee, gli aveva preso l’animo, ora taceva; lo spettacolo di quei soldati, che fermi al loro posto, non avevano un attimo solo di esitazione, non un gesto di debolezza, quei feriti, che si fasciavano da sé, e ritornavano al fuoco impassibili, o sorridendo; quell’offrirsi alla morte con la serenità di un dovere da compiere, che pareva dominasse la morte stessa; tutto ciò gli dava una forza nuova, una coscienza che superava quel momento, una gagliardia di spirito, per la quale sentiva crescere in sè tutte le energie della vita; un sentimento eroico, tanto più grande, quanto più non v’era difesa contro l’invisibile imminente pericolo.
Luigi Natoli - Alla guerra!
con le illustrazioni di Niccolò Pizzorno.


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Luigi Natoli: Alla guerra! La prima guerra mondiale narrata dall'autore siciliano.


L'automobile ansava per strade fatte arride dalla crudeltà della guerra: pareva che di proposito cercasse le immagini più terribili delle devastazioni, per imprimere nella memoria di Bianca indelebilmente la vasta, orrenda visione.        

Tramontava. Un tramonto triste, fosco nel quale le nebbie rosseggiavano, e qualche raggio di sole che rompeva le nubi, pareva uno zampillo di sangue. Il   sangue della Francia che gemeva ancora sotto l'im­mane guerra.

Giunsero a un villaggio, del quale non esisteva in piedi una sola casa. Immane mucchio di rovine deserte, che nell’ultimo bagliore crepuscolare avevano un aspetto più angosciante, l’automobile doveva andar lentamente e cautamente nel solco aperto tra le rovine pel passaggio dei carri. Quelle macerie erano irriconoscibili. Sassi sbriciolati e terriccio; di fra i quali emergeva qualche piede di tavola, o qualche trave di ferro contorto, o la spalliera di un letto. Un lembo di stoffa, uscendo di fra’ sassi, svolazzava. Dall’ombra nel quale il villaggio era scomparso, salutava forse con quel lembo di stoffa i vivi che passavano? Bianca rabbrividì. Su la parte più alta del villaggio, dove le macerie erano maggiori, qualche cosa diritta, rigida, si levava in aria. Bianca mandò un grido di spavento religioso. Era un Cristo. Un Cristo crocefisso, grande. L’ultimo guizzo di luce, estinguendosi sul suo corpo piagato, gli diede come un fremito di carne ancor vivente. Solo, nella rovina della chiesa, diritto nell’altare sepolto; solo, con le braccia aperte, col capo inchinato sul petto ferito, solo sopra la grande rovina, sopra le stragi, sopra le nefandezze; solo sopra la furia degli odii bestiali, rimaneva il Cristo nell’ultimo gesto del suo sacrificio; e parea che contemplando quelle rovine, con bocca amara mormorasse:

- Ah! non per questo offersi io la vita!

E Bianca mirò quell’immagine, che le bombe e l’incendio avevano lasciata intatta; e s’abbandonò sui cuscini del sedile piangendo e pregando.

L’automobile passò oltre.
 
 
Luigi Natoli - Alla guerra!
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Alla guerra! Il grande romanzo storico di Luigi Natoli ambientato in Francia nella prima guerra mondiale.


Qua e là per la foresta si incontravano fattorie, villaggi, castelli devastati, deserti. La furia della guerra vi si era abbattuta con tutti i suoi orrori. Bianca vedeva quel che fino allora non aveva veduto: la barbarie tedesca le si rivelava in tutta la sua fredda e calcolata crudeltà. I campanili demoliti, le chiese scoperchiate, le navate illese tramutate in stalle; le case e le officine ridotte macerie nere di fumo; e qua e là l'elmo puntuto di un fante; che seduto su quel­le rovine, pareva il genio della distruzione.

A ogni passo era una scena di nuove di­struzioni; anche gli alberi, i secolari alberi che avevano offerto pio ricovero ai nidi, che erano stati propizi d'ombre agli agricoltori, giacevano squarciati, spezzati, abbattuti per la foresta. E qua e là erano anche cumoli di terra, che trasudavano il tristo odore della morte.         

Soldati? paesani? innocenti sacrificati dal ferro e dal fuoco tedesco? Forse tutti insieme; e tutti francesi; gente del suo sangue, gente della sua lingua e su le loro fosse il piede del barbaro!

Più oltre, più oltre ancora! Fritz e il ser­gente parlavano vivacemente, ridendo ogni tanto, senza volgere uno sguardo alle rovine che attraversavano... Il sergente, accen­nando talora con la mano verso luoghi invisibili e lontani, pareva raccontasse le vicende delle lunghe e interminate battaglie, che si combattevano lungo il fronte da No­gan a la Lys; e le gesta compiute dalle loro truppe lo infiammavano ed eccitavano la sua allegria.
Luigi Natoli - Alla guerra!
 

Pagine 954 - Prezzo di copertina euro 31,00 - sconto 15% - spedizione gratuita.
Illustrato da Niccolò Pizzorno.

giovedì 22 settembre 2016

Luigi Natoli: una riflessione di Giovanni Meli. Tratto da: L'abate Meli.


- Questa acciuga è ottima, e ac­compagnata dal pane è squisita, non c'è che dire. Però, mi piacerebbe di più se avessi una credenza o un riposti­glio, dal quale potrei prendere un bel pezzo di caccia. La quistione è che io sono un poeta, e perciò vivo quasi nella miseria: “Pictores, sculptores et cantores” con quel che segue. Vero è che mi danno del genio, ma preferirei che me lo mutassero in danari. Col genio non si vive. Per esempio, ho una sorella pazza che mi lascia senza desinare. Bene. Apro il ripostiglio e prendo un altro desinare, dai maccheroni alla frutta, senza tralasciare gli intingoli e i “piattini”... Quei domenicani hanno festeggiato il loro nuovo provinciale con un banchetto di ventiquattro piatti, settanta piattini, oltre i gelati e la frutta... Non dico che questo mi sarebbe piaciuto e toccato, ma... Il genio!... Se mi dessero l’equivalente, io non patirei tanto...
Luigi Natoli - L'abate Meli.
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Luigi Natoli e il Risorgimento siciliano. - Tratto da: Rivendicazioni. La rivoluzione siciliana nel 1860 e altri scritti storici sul Risorgimento siciliano.


Rivedere la storia del nostro risorgimento sulla scorta dei documenti, degli epistolari, delle memorie e delle testimonianze dei sopravissuti; narrare le vicende fortunose attraverso le quali si unificò l’Italia, senza altra preoccupazione che di cercare la verità, senza inopportune adulazioni, e senza la retorica frasaiola che serve ordinariamente a celare o a falsare quella verità; divulgare la storia verace fra’ giovani, che di solito la imparano – se l’imparano – su compilazioni o igno­ranti o in malafede; e fra il popolo, che non l'impara punto, mi sembra lavoro utile, che occorrerebbe fare per ogni regione o provincia: chè oramai è tempo di finirla coi luoghi comuni e coi travestimenti.
Io voglio qui ricordare, e vorrei dir meglio narrare, come procedette nel 1860 l’annessione della Sicilia al Piemonte, perchè si vegga con quali artifizii e con quali menzogne fu creata sul continente una opinione pub­blica ostile al movimento rivoluzionario; e in Sicilia uno stato di animo, che senza il profondo sentimento patriottico di Garibaldi e dei repubblicani che lo circon­davano, avrebbe potuto generare conflitti fratricidi, a detrimento della causa nazionale.
 
 
Luigi Natoli - Rivendicazioni. La rivoluzione siciliana nel 1860 e altri scritti storici sul Risorgimento siciliano.
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Luigi Natoli e i fratelli De Benedetto - Tratto da: Rivendicazioni. La rivoluzione siciliana nel 1860.


Erano tutti stati attivissimi nel cospirare e appre­star armi alla rivoluzione, rischiando la vita e contri­buendo largamente del loro patrimonio; Salvatore era stato arrestato poco tempo innanzi; Raffaele e Pasquale eran fuggiti alle ricerche della polizia, e s'erano uniti con Rosalino Pilo; poi avevano raggiunto Garibaldi, e il 27 maggio li trovò nelle prime file. Il 28, Salvatore, uscito con gli altri dal carcere, corse a trovarli, ma Raffaele giaceva per la grave ferita toccata il 27 al ponte dell'Ammiraglio, e soltanto Salvatore e Pasquale poteron prender parte ai combattimenti che si svolge­vano nella città. Ora difendevano con le squadre e coi volontari la barricata del palazzo Carini; Pasquale audace, ferito già da una scheggia, pugnando a petto scoverto, cadeva colpito nuovamente da una palla al fianco; Salvatore, che gli stava di presso, accorso per sostenerlo, aveva da un'altra palla passato il cuore: caddero abbracciati sulla barricata, all'ombra della loro bandiera.

Questa dei De Benedetto fu una famiglia di eroi per nulla inferiore a quella dei Cairoli. Raffaele combattè al ‘48, cospirò nel decennio di preparazione, fu coi fratelli massima parte della rivoluzione del 4 aprile, fu ferito a Palermo, seguì Garibaldi ad Aspromonte, combattè nel Trentino, morì eroicamente a Monte San Giovanni nel 1367, dinanzi a Roma. Salvatore e Pasquale morirono sulle barricate. Anche i due minori fratelli Luigi e Carmelo aiutarono le rivoluzioni, sebbene ancor giovinetti.
 
 

Luigi Natoli - Tratto da Rivendicazioni. La rivoluzione siciliana nel 1860 e altri scritti storici sul Risorgimento siciliano. Prezzo di copertina € 24,00 - Sconto 15% - Spedizione gratuita.
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Nella foto: Raffaele De Benedetto, ritratto esposto al Museo di Storia Patria - Palermo.

martedì 20 settembre 2016

Luigi Natoli: la battaglia al Monastero di S. Placido - Tratto da: I cavalieri della Stella ovvero La caduta di Messina.


Fu una pioggia di fuoco; ma gli ufficiali spagnuoli avevano potuto rior­dinare le compagnie, e rispondevano vi­gorosamente al fuoco. Il monastero era avvolto in una cer­chia di nubi cineree, squarciate da lampi e da tuoni.
L'ingegnere Secolo intanto cercava di trasportare i suoi pezzi sopra un'altra collina più alta; impresa ardua, giacché bisognava tirare i cannoni a braccia fra macchie e pruni e alberi; tuttavia da quei cannoni bene appostati dipendeva l'esito del combattimento.
Il capitan generale si recava da per tutto, osservando, ordinando, provveden­do. Dalla parte di tramontana gli spa­gnoli avevano superato la barricata, e si spingevano sotto le mura; i messinesi avevano dovuto ritirarsi dietro la secon­da linea, sorretti dai monaci e dagli altri insorti che tiravano dalle finestre.
Allora il capitano generale Lazzaro ebbe un'idea audace; mutar la difesa in un contrattacco; gittar due forti colonne sui reggimenti regi, ad arma bianca, sba­ragliarli, rovesciarli sul terzo reggimento, recarvi il disordine, e approfittandone prenderli di fronte e di fianco. Spiccò subito ordine a tutti i capi, avvertendo che l'assalto a ferro freddo doveva essere simultaneo da due parti, non appena piazzati i cannoni, al lancio di un razzo.
Gli spagnoli erano troppo preoc­cupati a sostenere il fuoco e a cercar di sloggiare i ribelli, per accorgersi di un movimento, ben mascherato del resto. Galeazzo, distese una trentina di ti­ratori scelti sul limite della boscaglia, per sostenere il fuoco, e raccolse gli altri, coi cavalieri della Stella, in colonna. Il capitan generale radunava altri trecento uomini nel sacrato della chiesa, coi migliori capitani, lasciando un centi­naio di tiratori alle finestre e ai muri per sostenere il fuoco. L'ingegnere che era giunto a collocare i suoi cannoni, tirò un colpo, e allora il capitan generale mandò per aria il suo razzo. Dalla fronte della chiesa e dal fianco della collina, due tor­renti impetuosi, con alte grida terribili, si slanciarono all'assalto dei due reggimen­ti spagnuoli.
La mischia fu terribile. Il numero rendeva quasi insormontabile la linea degli spagnuoli, ma l'impeto dei messinesi aveva qualcosa della irresistibilità degli alti marosi oceanici. La loro inferiorità numerica era ricompensata a usura dal­l'impeto, dal coraggio, da tutti i dolori, da tutte le vendette accumulate in tanti anni di servaggio, rese più acute, più feroci, più violente dai disagi presenti, dalla fa­me, dai morti.
Quella pugna notturna, intorno a quel monastero magnifico e solenne, sotto lo scampanare fitto e incessante, tra il lampeggiare rosseggiante delle schiop­pettate, nell'ondeggiar del fumo lievemente cinereo, aveva qualcosa di fantastico. Ogni uomo pareva moltiplicato. La tenue luce lunare obbligava gli occhi ad acuirsi per non sbagliare: la vita pareva tutta condensarsi nella potenza visiva e nella elasticità del braccio. Gli spagnuoli, ripiegando lentamente, erano venuti a poco a poco avvicinandosi al reggimento che si ostinava a battere il monastero dalla parte della grande ala: il capitan generale allora ordinò a Galeazzo di compiere col suo distaccamento e coi ca­valieri della Stella un movimento aggi­rante su pei colli, in modo da prendere alle spalle gli spagnuoli, e tagliata loro la ritirata sulla Scaletta, ributtarli in mare. Era precisamente ciò che gli spagnuoli avevano tentato invano.
Galeazzo si slanciò con entusiasmo, con un centinaio d'uomini, mentre il grosso del presidio continuava nella sua lenta avanzata, protetto dai tiratori che seminavano infallibili la morte nelle file nemiche.
Eran cinque ore che si combatteva; l'orologio del monastero impassibile e sereno, aveva suonato la mezzanotte; e la luna pareva si fosse fermata nell'alto dei cieli per illuminare quelle stragi....
Luigi Natoli
I cavalieri della Stella ovvero La caduta di Messina
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Luigi Natoli: Rivendicazioni. - Da un articolo del Giornale di Sicilia del 15 gennaio 1901.


Noi abbiamo avuto il grandissimo torto di dimenticare la nostra storia, come se di essa avessimo da vergognarci. Prima del 1860 troppo esclusivisti, e, forse ciechi strumenti di vedute politiche, restringevamo ogni cultura storica alla Sicilia; dopo il ’60, per riazione contro il passato, cancellammo la Sicilia dai paesi che hanno una storia.
Perché? Per un malinteso principio di unitarismo. Noi – si disse con la solita esagerazione impetuosa meridionale – dobbiamo essere italiani: né siciliani, né napoletani, né toscani; tutti una sola famiglia!
Avemmo paura di una parola che parve coniata a posta per paralizzare ogni nostra iniziativa: il regionalismo; e questa paura ci fece confondere le aspirazioni dei separatisti col sentimento della nostra personalità storica; e per respingere l’accusa dei separatisti e reazionarii, che le combriccole affariste allobroghe, longobardiche ed etrusche ci gittavano in faccia, tutte le volte che avevano bisogno dei nostri danari, per farsi le ferrovie, i canali, le strade ecc. ecc. – per respingere questa accusa tendenziosa, ci sforzammo di distruggere quel sentimento della personalità, che piemontesi, lombardi, toscani han sempre conservato, e fatto anche pesare, pur mantenendosi politicamente unitari.

Dimenticammo così la nostra storia: e, gli studiosi nostri, che hanno consacrato e consacrano il loro tempo a illustrare, rinnovare la nostra storia, giudicammo e giudichiamo come dei fossili; le loro opere, ricercate e apprezzate fuori dall’Italia, abbiamo guardato e guardiamo con un disdegno e una superiorità tanto maggiori, quanto più profonda è la nostra ignoranza. Io vorrei sapere quanti fra noi oggi conoscono le opere del Gregorio; quanti hanno letto le monografie del La Lumia, le storie dell’Amari; quanti conoscono le pubblicazioni della Società di Storia Patria. Che maraviglia, se dal momento che noi pei primi diamo l’indecente spettacolo della nostra ignoranza e abbiamo tanto poco rispetto delle cose nostre, le ignorino e non ne abbiano nessuna stima i connazionali della penisola? Come pretenderemmo, per esempio, che in quel Pincio che a Roma è come il Famedio dell’Italia, siano ricordati i siciliani illustri, se i Consiglieri comunali di Palermo ridono allegramente all’udir proporre il battesimo di una strada col nome di un siciliano glorioso?
Come pretendere che nel Campidoglio, fra’ busti dei grandi maestri di musica sia compreso quello di Vincenzo Bellini, se in Sicilia, e l’ho sentito io, per la smania di scimmiottare, c’è chi bestemmia che il grande catanese è un musicista da barbieri? Come pretendere, che un professore di storia moderna d’una università d’Italia in un libro edito per cura della Società Dante Alighieri, non scriva spropositi di storia siciliana da far arrossire le statue della fontana pretoria, se un siciliano, che ha reputazione di colto, ed è uomo politico a Milano è andato a predicare che noi siamo quasi i beoti d’Italia? Come pretendere che in quel ciclo di conferenze fiorentine che avrebbero dovuto esprimere la vita politica e intellettuale di tutta l’Italia, si parli della Sicilia, se a Palermo non è stato mai possibile organizzare un circolo di conferenze sulla Vita Siciliana, e se della nostra storia non abbiamo nessun culto?
 
E c’è anche peggio: c’è che quando si è voluto dar saggio di conoscere la storia, non soltanto si son commessi spropositi madornali, ma si è perfino fatta ingiuria alla nostra dignità, si è dato uno schiaffo al nostro orgoglio cittadino, decretando testimonianze onorevoli a chi ci calunniò per malanimo, in sue storie, dopo averci offeso e calpestato con la prepotenza delle armi!
Ora mi par che sia tempo far conoscere noi a noi stessi; perché ci conoscan meglio gli altri; imparare a stimarci, perché gli altri ci stimino; mostrare quel che fummo, quel che facemmo, perché non ci si tratti più da popolo barbaro e conquistato. Mi par che sia tempo di far conoscere che la Sicilia ha dato al mondo qualcosa di più, e di più alto, e di più nobile, che non quella mafia voluta e reggimentata dai governi dal 1860 in poi, e che è la sola cosa che noi sciagurati, ed i continentali, ingiusti, facciamo conoscere.
Luigi Natoli - Maurus
Tratto da un articolo del Giornale di Sicilia del 15 gennaio 1901
Rivendicazioni. La rivoluzione siciliana del 1860 e altri scritti storici sul Risorgimento siciliano.
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Luigi Natoli: come reagì la famiglia Chiaramonte al "divorzio" di Francesco Ventimiglia da madonna Costanza. Tratto da: Mastro Bertuchello (Latini e Calatani vol 1)


Verso la metà di settembre di quell’anno 1328, l’armata siciliana ritornò. Era partita forte di cinquanta galere, oltre le navi minori, sotto il comando del giovine re Pietro, e col fiore dei cavalieri siciliani (v’erano i due Chiaramonte, Pietro Lancia, Matteo Sclafano, Rosso Rossi). Navigando pel Tirreno, aveva espugnato il castello di Astura, per vendicar l’ombra di Corradino, tradito dai signori d’Astura: poi quello di Nettuno; avevan dato qualche guasto alle marine di Toscana; poi avvenuto un abboccamento tra re Pietro e l’imperatore Ludovico; e compiuta qualche altra prodezza contro l’armata genovese e i guelfi di Toscana, l’armata se ne tornò a Messina, dove re Federigo era andato ad aspettarla.

I Chiaramonte ignoravano quanto era avvenuto a Costanza; chè si era creduto occultarlo finchè quelli stessero alla guerra; ma dopo le festevoli accoglienze del re, Damiano e Matteo Palizzi tratti i due Giovanni Chiaramonte in disparte li informarono a modo loro del ripudio e delle pratiche del divorzio. Da prima essi ascoltarono con stupore, parendo loro incredibile la cosa, ma poi lo sdegno e la collera infiammarono i loro volti. Giovanni il giovane voleva subito noleggiare una galera, o mettersi a cavallo per recarsi a Palermo. Voleva vedere e parlare con Costanza; voleva sapere come e perché; minacciava di uccidere il conte Geraci e strappargli il cuore. Giovanni il vecchio non era men di lui desideroso di vendetta; ma sapeva usar prudenza.

- La fretta non produsse mai nulla di bene! – ammoniva; – noi partiremo con agio, perché tanto arrivare un giorno prima o un giorno dopo non mette né toglie. E soprattutto, silenzio!

Essi partirono il domani, a cavallo. Matteo Palizzi, invitato ad accompagnarli, si scusò che il servizio di corte non glielo consentiva. In realtà voleva godersela da lontano.
L’incontro fra Costanza e suo fratello fu commovente. Ella gli si gittò fra le sue braccia piangendo: ed egli non seppe dirle nessuna parola di conforto, ma pianse anche lui, ma d’ira; e proruppe in amare invettive e in minacce...
Luigi Natoli
Tratto da: Mastro Bertuchello (Latini e Catalani vol 1)
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Luigi Natoli: il conte di Geraci "divorzia" dalla moglie Costanza Chiaramonte. Tratto da: Mastro Bertuchello (Latini e Catalani vol. 1)

- Ascoltate, madonna. Sa Dio  se mi duole dover parlare di cose che non fanno piacere; ma è necessario per voi e per me. Sono trascorsi cinque anni da che siamo maritati: ma Dio non ha voluto benedire la nostra unione… Ho tanto aspettato da voi, un figlio che mi succedesse: ma la fortuna avversa ha inaridito in voi le sorgenti della vita… Or io non posso lasciare con me spegnersi la stirpe dei Ventimiglia. I miei maggiori mi legarono un obbligo sacro di continuare la loro discendenza, a gloria del nome e del regno… ed io non posso mancare. Speravo che le nostre nozze ci avrebbero reso felici; esse invece son divenute fonte di amarezza, per voi e per me. È necessario perciò che riprendiamo la nostra libertà...
- Era appunto questo che volevo proporvi; perché troppo, messer Francesco, avete mortificato il mio amor proprio di donna e di moglie, tenendomi alla pari della vostra concubina… Domani io lascerò la vostra casa…
- Non basta…
- Che c’è altro?
- Forse non mi sono saputo esprimer bene, madonna Costanza. Una separazione non basta, se noi restiamo legati; è un divorzio che noi dobbiamo domandare tutti e due d’accordo…
- Sta bene, – disse madonna Costanza, pallida, ma senza dar indizio di turbamento.
Messer Francesco se ne stupiva.
- S’intende che restituirò tutta la vostra dote…
- Di questo vi intenderete coi miei, messere.
E così dicendo, madonna Costanza se ne andò con passo fermo, con altera nobiltà nella sua camera, dove si chiuse, lasciando il marito balordo per lo stupore. Egli aveva immaginato di dover sostenere una lotta, che probabilmente lo avrebbe eccitato; si trovava ora vinto dalla grandezza d’animo di Costanza, e indispettito di dover riconoscere di uscire da quel discorso umiliato, anzi avvilito. Ma poi pensò, per consolarsi, che quella magnanimità era forse freddezza d’animo: che madonna Costanza non l’aveva mai amato.
Il domattina madonna Costanza si fece portare in lettiga nel palazzo di suo zio, il vecchio Giovanni Chiaramonte. Nessuno seppe come ella avesse trascorsa la notte: il velo nel quale s’era avvolta nascondeva il pallore del volto, le occhiaie livide e le palpebre arrossate.
Nel palazzo non trovò che le donne e il giovane Manfredi, suo cugino. Giovanni Chiaramonte, suo zio, era partito con la spedizione capitanata dal re Pietro, e che doveva coadiuvare l’impresa del re di Germania: l’altro Giovanni, suo fratello, era al seguito di questo re: Manfredi era ancor troppo giovine, e le donne erano imbelli. Nessuno poteva dunque prender le difese di lei. Alle donne, che vedendola così pallida e disfatta, le domandavano che cosa le fosse accaduto, rispose da prima brevemente e celando la verità; ma finì poi col confessare tutto tra i singhiozzi. La confessione suscitò orrore ed ira. Era un’infamia! Non doveva cedere, no! Bisognava che lo spergiurato non godesse la libertà che domandava!... Ah povera figlia! Quale sventura!...
Ma ella ricacciò indietro le lagrime. No! Aveva risoluto di rompere ogni legame. Era meglio. Che vendetta sarebbe mai stata quella di ricusare il suo consenso, se messer Francesco, potente com’era, poteva ottenere i divorzio anche senza l’assentimento di lei? Ora voleva vivere in pace, nell’ombra di un monastero...
Luigi Natoli
Tratto da: Mastro Bertuchello (Latini e Catalani vol. 1)
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venerdì 9 settembre 2016

Luigi Natoli e la Quinta casa dei padri Gesuiti: tratto da "I mille e un duelli del bel Torralba".


Il nome le veniva dall’essere la quinta delle sei case religiose che i padri Gesuiti possedevano in Palermo. Sorgeva presso il Molo ed era adibita ordinariamente agli esercizi spirituali; e vi si andavano a chiudere per un dato periodo di giorni gli uomini che volevano purgarsi l’anima dei peccati, che ricommettevano poi uscendone. Ma cacciati i gesuiti nel 1776, la Casa fu in seguito trasformata in caserma per la cavalleria, e poi in casa di correzione, e munita di grosse inferriate alle finestre. Vasto e massiccio edificio, come ancora si vede, vi si chiudevano i borsaioli, maschi e femine, che si volevano correggere, “i figli dei ladri di cui si volevan fare dei buoni Siciliani, i cattivi soggetti, i bancarottieri, i rapitori di donne, che si lasciavano rapire e infine, per grazia speciale, si accordava ai padri scontenti di confidare i loro figli alla tenera vigilanza del padre Geronimo, cappuccino, e le loro figlie alla materna sollecitudine della signora donna Virginia”. Così si chiamavano i due corpulenti ed atletici personaggi direttori di questo istituto. Essi avevano una potestà illimitata sui loro prigionieri, salvo quella di vita e di morte.

Per entrarvi non occorreva una sentenza di magistrato; bastava che un padre, che voleva “amorosamente” correggere un figlio di qualche suo amoretto, ottenesse un biglietto dalla presidenza della Gran Corte, che era allora il giureconsulto don Giovanbattista Paternò; col quale biglietto egli cominciava col far prendere e legare il proprio figlio dai birri, che lo conducevano alla Quinta Casa “dove lo si chiudeva sotto chiave, e dove l’autore dei suoi giorni non tardava a raggiungerlo. Lì questi si accordava col padre Geronimo, per far amministrar regolarmente al suo caro figlio venti, trenta o quaranta nerbate la settimana, sopra una parte del corpo che il pudore mi vieta di nominare, colpi dei quali la prima ragione ordinariamente era data sotto gli occhi paterni”.    

Si usciva dalla Quinta Casa a richiesta del padre: vi si poteva stare dieci giorni come un anno; e qualche disgraziato vi stette anche quattro anni, e vi impazzì.
 
Luigi Natoli - I mille e un duelli del bel Torralba.
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martedì 6 settembre 2016

Luigi Natoli e le rivoluzioni siciliane. Tratto da: Rivendicazioni. La rivoluzione siciliana del 1860 e altri scritti storici sul Risorgimento siciliano.


Nel 1820 i Palermitani erano soli, e senza capi, e cacciarono le truppe napoletane, che eran cinquemila uomini con cannoni e cavalleria; e nel 1848 erano solissimi, quando costrinsero le truppe regie a lasciare Palermo. Le statistiche dànno che i siciliani combattenti non superarono le due migliaia, e i borbo­nici erano in Palermo, coi rinforzi sopraggiunti dodicimila! (127). E la lotta fra i regi fortificati nelle caserme e nel Castello, e il popolo della città e delle campagne, durò semplicemente ventisei giorni. Per ventisei giorni un popolo, bombardato, combattè; e non posò le armi se non quando l'ultimo dei regi, fuggendogli innanzi, lungo la marina di Solunto, non s'imbarcò. Non so quale altra città d'Italia abbia, fra le sue mura, combattuto ven­tisei giorni! Ma allora, forse, o le squadre e il popolo non si erano sufficientemente addestrati a fuggire, o erano d'accordo coi regi!

E sedici mesi dopo, quando le truppe borboniche, comandate dal Satriano, marciano su Palermo? Ma guar­date un po’ che cosa viene in testa alle squadre citta­dine! Invece di addestrarsi a fuggire, tengono in scacco per tre giorni i Napoletani; e non posan l'armi che per onorevole capitolazione.

E dopo il 4 aprile 1860? Piana, Mezzoiuso, Misil­meri, Alcamo, Partinico, Carini insorgono e mandano squadre sopra Palermo. Queste squadre incominciano una guerra tormentosa, e perfino compiono qualche eroico gesto. Duecento uomini o poco più, nel villaggio di S. Lorenzo, attaccati il 5 aprile da una forte colonna di regi, non soltanto non fuggono, ma fanno indietreg­giare i regi stessi: i quali tornano con cavalleria, e due altre compagnie fresche; perdono trenta uomini, e son costretti a ritirarsi un'altra volta. E di questi episodi ne avvengono a Bagheria, a Lenzitti, dovunque.

Il 21 maggio 1860, alla Neviera, queste squadre, che da oltre un mese vivevano sui monti, dormendo allo sco­perto, bagnati dalla pioggia, soffrendo la fame, sosten­gono l’urto di tre colonne borboniche. Vi perdono la vita, fra gli altri, Rosalino Pilo e Pietro Piediscalzi, ma salvano Garibaldi dall'essere assalito a Renda; ciò che nella migliore ipotesi lo avrebbe costretto a ritirarsi sopra Castrogiovanni; e addio rivoluzione. Questa è storia documentata; ma nondimeno si continuerà a ripe­tere che le squadre nel 1860, per compiacere il signor Guerzoni, il signor Luzio, e compagnia, fuggivano!

 Rendere omaggio a quelli dei Mille che mori­rono o ebbero ferita, è dovere: ma tacere i nomi dei Siciliani caduti, negare anzi che si siano battuti, peg­gio ancora calunniarli, non è soltanto ingiustizia, è viltà.

Ma il torto è però nostro. Dal 4 aprile a tutto il 1860, noi in Sicilia demmo alla causa della libertà e dell'unità centinaia di morti; dei quali non raccogliemmo i nomi, nè si seppe mai chi fossero. I morti dei volon­tari potevano essere identificati agevolmente, con l'aiuto dei registri dell'Intendenza; ma quelli delle squadre, no. Neppure i capi-guerriglia conoscevano i nomi dei loro uomini; quei contadini lasciavano le loro terre, le loro case, le loro famiglie; andavano a ingrossare una squa­dra, combattevano, taciti, senza chiedere altro che il loro pane e le munizioni; morivano avvolti nello stesso silenzio; nessuno domandava chi erano, donde venivano; e i più, la gran maggioranza, restò ignota, anonima, senza postuma gloria, senza compianto, senza onori. Martiri oscuri diedero la vita alla Patria e non conte­sero la gloria a nessuno.

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giovedì 1 settembre 2016

Luigi Natoli e re Federigo d'Aragona. Tratto da Latini e Catalani vol 1 - Mastro Bertuchello.


Federigo fu di animo grande; buon capitano, accorto ma non profondo politico, seppe far fronte alle grandi difficoltà, tenendo testa per quarant’anni al Papato, alla casa d’Angiò, alla Francia, ai Guelfi d’Italia, alla casa Aragona, alle armi, alle scomuniche, ai tradimenti; mantenendo l’indipendenza del Regno da abile nocchiero. I Siciliani videro in lui il principe che difendeva l’indipendenza, e per quarant’anni gli diedero sangue e averi; e con essi la forza e la costanza. Fu amico degli studi, e studioso egli stesso; fece venire in Sicilia Arnaldo di Villanova, celebre alchimista e filosofo, e con lui aveva in animo una riforma religiosa, alla quale s’era ispirato nel proporre un ordinamento generale della scuola, il primo che si vedesse. Fu legislatore sapiente, il quarto dopo Ruggero II, Guglielmo II e l’imperatore Federico. Ma sventuratamente lasciava tre mali; un successore inetto, un baronaggio strapotente, la guerra ancora accesa.

La stella della dinastia aragonese tramontò con lui, per non risorgere più.  
 
 
Luigi Natoli - Latini e Catalani vol 1- Mastro Bertuchello.
Pagine 575 - Prezzo di copertina € 22,00 - Sconto 15% - Spedizione gratuita.
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Luigi Natoli: La festa della Madonna della Lettera - Tratto da: I cavalieri della Stella ovvero La caduta di Messina.


Era questa una delle feste più solen­ni che si celebravano in Messina, e dopo quella dell'Assunta, era la più importan­te, come quella che celebrava, niente­meno! il giorno in cui la Madre di Gesù, proprio lei, inviava ai Messinesi con una lettera, scritta di suo pugno, una ciocca dei suoi biondi capelli. La lettera scritta il 3 giugno dell'an­no 42, fu data a due ambasciatori che i Messinesi, volendo convertirsi alla nuo­va fede avevano spedito alla madre di Gesù in Gerusalemme.

L'autenticità di questa lettera e della ciocca dei capelli non fu messa menoma­mente in dubbio; nessuno volle accor­gersi dello strafalcione cronologico che essa contiene; e dire che la lettera fu fab­bricata dall'umanista Lascaris nel secolo XV, pare anche oggi una bestemmia ai fedeli Messinesi; peggio poi pensare a qual capo poté essere tolto il capello che custodito in un'urna di cristallo di rocca, è per così dire, il palladio della città.

Si capisce come, aggiustando fede a una impostura, la festa che celebrava un avvenimento unico, orgoglio di Mes­sina, della quale la Vergine stessa si di­chiarava protettrice (Protectricem nos esse volumus) dovesse venire celebrata con le maggiori magnificenze.

Tutte le strade si addobbavano di drappi e di arazzi, magnifici di disegni e di ricami d'oro e d'argento quelli pen­denti alle finestre dei palazzi e dei mona­steri, rallegrati da ghirlande e da festoni di fiori quelli poveri delle umili case po­polari. Sopra antenne rizzate di proposi­to, sventolavano bandiere variopinte, e qua e là, nei crocicchi si elevavano archi di trionfo. Ogni tanto un altare ornato riccamente, con una immagine della Madonna; e intorno altri arazzi, altri fe­stoni, e fiori e sete e oggetti preziosi.

Le botteghe degli orafi e dell'arte della seta, vale a dire delle due maestran­ze più ricche e più potenti, si tramutava­no in gallerie fantastiche, che offrivano spettacoli meravigliosi di magnificenza, per le ricchezze che vi si mettevano in mostra. E poi, da per tutto, nelle finestre, nei balconi, dinanzi alle porte, intrec­ciati tra i festoni, lumi, lumi e lumi, che accesi la sera, spandevan tanta luce da fare, come scrive un cronista del tempo, “scorno al più fitto meriggio”. Ma ciò che formava la singolarità di quella festa era la esposizione di quadri, di statue, di nuova invenzione, ogni an­no; e che talvolta avevan argomento reli­gioso, ma più spesso erano allegorie, il si­gnificato delle quali non sfuggiva al popolo.

Quella era una delle processioni più strepitose, che si svolgeva per una lunga teoria di confraternite, di conventi e di preti, col capitolo del Duomo, il Sena­to, gli ufficiali della città, un lungo segui­to di gentiluomini e i Cavalieri della Stel­la, che godevano lo speciale privilegio di condurre la reliquia anche per la loro fe­sta, che cadeva il 6 gennaio, giorno dell'Epifania. I famosi capelli della Madonna nel­la loro custodia di cristallo, eran portati sopra un fercolo o macchina di argento, splendente di ceri, sotto un baldacchino di seta, tra i canti del clero e il fumo degli incensi e il rullìo dei tamburi, mentre su pel cielo squillavano le campane delle chiese.
 
Luigi Natoli - I cavalieri della Stella ovvero La caduta di Messina.
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mercoledì 31 agosto 2016

Luigi Natoli: Rivendicazioni.

Luigi Natoli: Rivendicazioni. La rivoluzione siciliana del 1860 e altri scritti storici sul risorgimento siciliano. Pagine 525.

Il volume contiene:
- Introduzione storica da "Storia di Sicilia dalla preistoria al Fascismo". Ed Ciuni anno 1935.
- La rivoluzione siciliana nel 1860 - narrazione. ...
Comitato cittadino pel cinquantenario del 27 maggio 1860 - Palermo 1910
- Di un volume di documenti sulla rivoluzione siciliana del 1860 e sulla spedizione dei Mille.
Estratto dal mensile "Rassegna storica del Risorgimento Anno XXV Fascicolo II Febbraio 1938 - XVI"
- I più piccoli garibaldini del 1860
Estratto da "La Sicilia nel Risorgimento italiano - anno 1931"
- Rivendicazioni attraverso le rivoluzioni siciliane del 1848 - 1860
Cattedra italiana di pubblicità - Editrice in Treviso 1927.
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http://www.ibuonicuginieditori.it/catalogo_prodotti/natoli_luigi_rivendicazioni_la_rivoluzione_sici
liana_del_1860_e_altri_scritti_storici_sul_risorgimento_siciliano.html

 

Luigi Natoli narra di Rosalino Pilo. Tratto da: La rivoluzione siciliana del 1860 e altri scritti sul Risorgimento siciliano.


Rosalino Pilo-Goeni, dei conti di Capace, biondo e bello e di gentile aspetto, cuor di leone in gracile petto, cospiratore innanzi al 1848; combattente nella rivoluzione; esule, amico devoto di Mazzini, cooperatore della spedizione di Carlo Pisacane, anelava alla liberazione della Sicilia. Giovanni Corrao, popolano, nerissimo di capelli e di barba, volto tagliente e fiero, incolto, coraggio senza pari, combattente valoroso nel ’48, esule, non era meno ardente per la liberazione della sua terra. E venuto per tentare un moto, arrestato e confinato a Ustica, poi chiuso nella Cittadella di Messina, vi aveva languito fino al 1855. Liberato, ripresa la via dell’esilio, era tornato alle cospirazioni. Palermitani, della stessa fede, s’erano intesi.

Rosalino, per lettere inviate agli amici e per le assicurazioni ricevute, aveva manifestato a Garibaldi il proposito di andare in Sicilia, per capitanare la insurrezione e aprir la via alla spedizione che Garibaldi avrebbe dovuto guidare. Domandava perciò fucili e mezzi. Garibaldi ne lo dissuase, non giudicando maturi i tempi. Nessuno dei suoi amici credeva alla possibilità di un buon successo: non Medici, non Sirtori, non Bixio ancora; soltanto Crispi, Pilo, La Masa, La Farina, gli esuli siciliani tutti. E Pilo si ostinò. Non ebbe le armi che domandava. Ma non importava. Disse a Garibaldi di prepararsi, che egli andava a preparargli il terreno.

Il 26 di marzo egli e Corrao, soli, senz’altre armi che le loro rivoltelle, delle bombe tascabili e pochi fucili, con poco denaro fornito da Mazzini e dagli Orlando, soli col loro coraggio, con la loro fede, pronti al sacrificio, nella paranza di Silvestro Palmarini, pilota Raffaele Motto, argonauti della libertà, salparono da Genova, sebben sconsigliati da Garibaldi. Affrontarono le tempeste del Tirreno; videro la piccola nave lì lì per sommergersi; rischiarono di cadere su le spiagge napoletane; stettero quindici giorni fra cielo e mare con la morte sospesa sopra di loro. Ma si ostinarono a navigare, contro il parere del pilota e dei marinai. Il 10 di aprile sbarcarono alle Grotte presso Messina, dove Rosa Montmasson, moglie di Crispi li aveva preceduti.
Nella foto: Rosalino Pilo in una foto dell'epoca. 
Luigi Natoli - Rivendicazioni. La rivoluzione siciliana del 1860 e altri scritti storici sul Risorgimento siciliano.
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lunedì 22 agosto 2016

Luigi Natoli e l'impresa dei Mille: Rivendicazioni - La rivoluzioen siciliana del 1860 e altri scritti storici sul Risorgimento siciliano.


I Mille che seguirono Garibaldi sono veramente mille eroi, e l’impresa alla quale si accinsero, fu meravigliosa e miracolosa; ma per esser tali non è necessario tacere, travisare e qualche volta calunniare il potentissimo aiuto che direttamente e indirettamente ebbero in Sicilia dai Siciliani; non è necessario tacere l’efficacia risolutiva dello ambiente; giacchè è bene affermarlo ancora una volta e chiaramente, se la spedizione dei Mille non avesse trovato, neppure il solo concorso morale di tutto un popolo in rivoluzione (dico rivoluzione, non ribellione) Garibaldi e i Mille avrebbero incontrato la sorte dei fratelli Bandiera e di Carlo Pisacane. Anzi, per rimanere in tema garibaldino, la campagna di Sicilia del 1860, non avrebbe avuto esito diverso della campagna dell’Agro Romano del 1867, che pure si compiè in condizioni numeriche e d’armamento superiori. Vincitori, anche, a Calatafimi, i Mille avreb­bero avuta a Palermo una Mentana assai più disastrosa.

Ora gli esperti di cose militari, che studiano le cose senza lirismo, hanno oramai riconosciuto che la marcia trionfale da Marsala a Palermo e le vittorie strepitose dei legionari, oltre che al valore di essi e all'azione dell’ambiente, si debbono anche agli errori innumerevoli e madornali del comando generale delle truppe borbo­niche; e questi errori madornali furono l’effetto della paura. Paura di combattere in un paese nemico in rivo­luzione; paura di vedersi assaliti da ogni parte dalla popolazione; paura di vedersi tagliate le comunicazioni e la ritirata; paura di mancare – come mancarono – ­di viveri, di ospedali, di medicine, di tutto.

Il che risulta dai documenti, che hanno maggior valore delle lettere di un esaltato.
 
Luigi Natoli
 
Tratto da: Rivendicazioni attraverso le rivoluzioni siciliane del 1848-1860
 
 
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Luigi Natoli: Rivendicazioni attraverso le rivoluzioni siciliane del 1848-1860.

Prefazione di Luigi Natoli in "Rivendicazioni attraverso le rivoluzioni siciliane del 1848-1860"  stampato nel 1927 da Cattedra italiana di pubblicità - editrice in Treviso ed edito oggi da I Buoni Cugini Editori.
 
Raccolgo in questo volume alcuni scrittarelli, dei quali alcuni veggono ora la luce per la prima volta, altri, già pubblicati su giornali, sono così interamente rifatti, che possono considerarsi nuovi.
Quali gli intendimenti che m'indussero a com­porne un libro, il lettore vedrà da sè; e gli farei un torto se mi trattenessi a illustrarglieli. Dirò soltanto che que­sti scritti nacquero dalla mia passione per la Sicilia e specialmente per Palermo mia città natale: passione che invece di affievolirsi con gli anni, è divenuta più intensa via via che mi sono addentrato – quanto è pos­sibile a una vita umana assillata dai bisogni della vita cotidiana – nello studio della storia; e mi sono accorto degli errori, dei pregiudizi, della superficialità e anche dell'ignoranza di che son pieni scrittori, anche valorosi, quando parlano e giudicano delle cose siciliane. Delle quali non si può parlare con tanta facilità e leggerezza; così vasta, molteplice, ricca di cose ancora ignote, ine­splorate è la nostra storia; tanti problemi sono ancora insoluti: e non soltanto della preistoria e dell'epoca greca, ma anche delle epoche posteriori e più vicine a noi. V'è negli archivi pubblici e privati ancora grande materiale da esplorare: v'è nelle biblioteche altro mate­riale accumulato nel corso dei secoli dal paziente lavoro di uomini oscuri, frugato in parte dagli studiosi; ai quali, più che s’avanzano nelle ricerche, e più ampio si rivela il campo di esse.
 

Due epoche hanno finora attirato gli studiosi, più che le altre: l’antica e la medioevale; e dell'una e dell'altra la storiografia vanta opere di capitale importanza, che servono di guida e di lume a chi vorrà continuare le indagini. Ma vi sono secoli, che, non so per qual pregiudizio, son lasciati da parte; e nei quali bisogna pur cercare l'azione lenta, quasi inavvertita, per cui, nell'asservimento politico e nell'isolamento, l'oscuro istinto di italianità va trasformandosi in coscienza nazionale; per cui si cerca di rompere la cerchia dei tre mari per vivere la vita del mondo. Vi sono secoli più vicini ancora, nei quali avviene un profondo rinnovamento nella cultura, e si foggiano anime nuove; e che intanto rimangono ignorati, come un tempo lontano e oscuro. Tale l'ottocento siciliano che ha scrittori, storici, critici, poeti, scienziati, artisti dei quali ogni regione potrebbe gloriarsi; del cui carattere e valore soltanto la incompetenza di un ignorantissimo di cose siciliane potè dar giudizio spiccio, con leggerezza punto filosofica. Ed è fortuna che di questi nostri scrittori alcuni, soltanto, perché vissuti nel continente, e perché stamparono nel continente, sono meritatamente noti; chè altrimenti anch'essi si troverebbero, non ostante il loro valore, travolti in quella oscurità nella quale giacciono altri ingegni valorosi e onorandi. A questi dovrebbero i giovani, or meglio preparati, rivolgere le loro cure amorose.

Gli scritti qui raccolti non pretendono neppur lon­tanamente sfiorare uno degli aspetti di questo otto­cento siciliano: nacquero per ribattere accuse, correg­gere errori; per istinto di difesa e amore di verità e di giustizia. Pure tra essi appresi qualche spiraglio; come dalle fessure dello steccato i fanciulli ficcando gli occhi vedono l’arena del circo, così da esso può qualcuno scoprire 1'ampiezza del campo ancora non dissodato, e invogliarsi a entrarci, con la fervida volontà di rivan­garlo, e trarne alla luce e a vita nuova e più rigo­gliosa messe di gloria pei nostri vecchi dimenticati e per la nostra isola.
All'arte avevo dato io i primi sogni della giovi­nezza: li sacrificai a quello che mi apparve dovere di cittadino; e ho frantumato la mia attività in mille pic­cole cose, di vita effimera, per esumare, divulgare le memorie del nostro passato; per farle amare; per spronare altri alla storia nostra, che non defrauda, ma aggiunge nuove immarciscibili foglie all’alloro di che si inghirlanda l’Italia madre; e per far sentire ai giovani l’orgoglio di essere siciliani, ma nel tempo stesso il dovere che incombe sopra di loro, di esser degni del passato glorioso; e render nelle opere feconde della pace l’isola nativa emula delle altre regioni d’Italia, come emula, se non pur superiore, fu per rinuncie, per sacrifici, per sangue generosamente versato.
Troppo io presunsi; lo so: ma se da questi scritti movesse qualcuno di maggior ingegno e più matura pre­parazione, e con maggior agio, a studiare profonda­mente e a rivelare questo o quell'aspetto del nostro Ottocento, io mi sentirei pago, e non rimpiangerei i sogni della mia giovinezza oramai tramontata da un pezzo.
 
Palermo, nel maggio del 1927.
 
L.N."
 
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Il volume contiene:
 
- Introduzione storica da "Storia di Sicilia dalla preistoria al fascismo".
- La rivoluzione siciliana nel 1860 - narrazione.
- Di un volume di documenti sulla rivoluzione siciliana del 1860 e sulla spedizione dei Mille.
- I più piccoli garibaldini del 1860.
- Rivendicazioni attraverso le rivoluzioni siciliane del 1848 - 1860.