sabato 27 maggio 2017

Luigi Natoli: il racconto di Filippo Chiaramonte. Tratto da: Il Paggio della regina Bianca.


Tu eri ancora un fanciullo quando avvenne la catastrofe della tua casa… Forse non sarebbe avvenuta, e tu saresti il primo barone del regno, se Andrea avesse accettato le offerte del duca di Montblanc… Tu ignori che il padre del re desiderava destinarti marito della figlia di don Ferrante Lopes de Luna, una cugina del re… Andrea rifiutò per non imparentarsi con lo straniero… Dio gli perdoni!... Egli credette nella concordia dei baroni convenuti a Castronovo; credette che in tutti fosse vivo e potente il sentimento dell’indipendenza del regno… e i baroni lo tradirono… Forse tu sai quel che ne seguì: la guerra, le persecuzioni, il tradimento. Andrea si sottomise, ebbe fede nella lealtà del vecchio Martino, e il vecchio Martino finse di perdonargli e di accoglierlo, e lo gittò nelle mani del boia. C’era chi lo istigava… c’era chi voleva la rovina del conte…

Dopo la morte di Andrea, venne la volta dei parenti. Uno di essi cercò uno scampo nella fuga, inseguito come un lupo di borgo in borgo, per valli, per monti… Egli aveva dinanzi agli occhi la visione della scure lampeggiante in aria… del capo reciso e sanguinante preso pei capelli… e dietro, alle calcagna, una muta di cani anelanti di strage, sitibondi di sangue… Era così giunto a Messina. Sperava di trovavi una feluca, una galea, una barca, per recarsi a Napoli e invocare la protezione di Costanza… Ma ecco la feroce muta sopraggiungere, gridando: “Eccolo! eccolo!... Morte al Chiaramonte!... Morte al traditore!”. Quell’uomo ebbe il tempo di balzare in sella, e fuggire, senza saper dove, trasportato dalla furia del cavallo, che pareva impazzito anch’esso… Un istante che avesse indugiato, egli sarebbe stato preso, e, forse, fatto a pezzi… perché alle grida dei suoi inseguitori s’era adunata a un tratto anche una folla minacciosa. Ah! quella fu una fuga incredibile, terrificante… Il cavallo non sentiva più il freno, e la mano non aveva più coscienza per governarlo… Volavano su per un sentiero selcioso, che sfavillava sotto le zampe… Il sentiero saliva; portava in una montagna? chi lo sapeva? né cavallo né cavaliere vedevano… Il cavaliere si accorse improvvisamente che dinanzi a lui la roccia finiva e si spalancava il vuoto mostruoso, immenso… Ebbe la coscienza del pericolo, tentò arrestare la furia del cavallo, ma invano. La bestia infellonita e cieca spiccò un salto… Un grido!... cavallo e cavaliere sparvero: un gran tonfo, le acque del mare si apersero, spumeggiarono, si richiusero sopra di loro…

I soldati che l’inseguivano si affacciarono con orrore sull’orlo della rupe, che cadeva a picco sul mare, e stettero lì vedendo le acque ancora frementi e rosseggianti, sulle quali poco dopo videro galleggiare il cavallo con le gambe spezzate…

Ma il cavallo lo salvò… Come avvenne? fu un miracolo… Egli non potè mai darsi conto di questo miracolo… Sprofondato nel mare, ed emerso, si trovò liberato dalle staffe e cominciò a nuotare disperatamente, lottando contro il peso dell’armatura e la violenza delle onde… Potè raggiungere uno scoglio e aggrapparvisi, e trovarvi un rifugio… Passò la notte su quel sasso, invaso a vicenda dalle ondate; e invano tendea lo sguardo lontano per iscoprirvi una nave!... Sui flutti, dondolata dalla risacca, la carogna del cavallo, nera, gonfia, mostruosa, ora gli si avvicinava, ora si allontanava, spettacolo orribile di quel che sarebbe stato di lui… Oh come fu lunga la notte!... All’alba passò una barca di pescatori e lo raccolse…




Luigi Natoli: Il paggio della regina Bianca.
Prezzo di copertina € 23,00 - Pagine 702
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giovedì 25 maggio 2017

Luigi Natoli: Cagliostro e le sue avventure

Perché il titolo originale non era "Cagliostro il grande avventuriere" o semplicemente "Cagliostro", ma

CAGLIOSTRO E LE SUE AVVENTURE.
Pubblicato per la prima volta a puntate in appendice al Giornale di Sicilia il 31 gennaio 1914.
Pubblicato nella versione originale dopo 103 anni da I Buoni Cugini Editori, in una edizione di 884 pagine, quale ventunesimo volume della: COLLANA DEDICATA ALLE OPERE DI LUIGI NATOLI.
 
Prezzo di copertina € 25,00 - Sconto del 20% se acquistato dal catalogo prodotti della casa editrice al sito www.ibuonicuginieditori.it

Cagliostro e le sue avventure di Luigi Natoli: il ventunesimo volume della Collana dedicata alle opere di Luigi Natoli edita I Buoni Cugini editori.

Pagine 881 - Prezzo di copertina € 25,00
Sconto del 20% se acquistato dal catalogo prodotti della casa editrice. Fra pochi giorni disponibile online e nelle librerie indicate al sito www.ibuonicuginieditori.it
 
Ritorna dopo 103 anni nello splendore della versione originale il romanzo di Luigi Natoli: Cagliostro e le sue avventure.
Questa pubblicazione de I Buoni Cugini editori è infatti la fedele copiatura di quella apparsa a puntate dal 31 gennaio 1914 in appendice al Giornale di Sicilia. L'edizione, profondamente diversa da tutte le altre, è da ritenersi l'unica originale perché curata dallo scrittore in persona nelle pagine del quotidiano.  
Basterà semplicemente confrontare il titolo e l'indice dell'opera con le successive pubblicazioni per rendersi conto delle diversità apportate dopo la morte dell'autore.

"Io volli aprire nei primi dell’anno 1782 una loggia egiziana, in tutta la pompa dei simboli, per guadagnare al mio rito tutti i Liberi Muratori di Strasburgo... Quando la sala fu piena... io mi vestii delle insegne che avevo immaginato e fatto eseguire. Tunica di seta nera ornata di geroglifici rossi; cuffia egiziana, con le bande pieghettate di tela d’oro, fermata su la fronte da un cerchio d’oro tempestato di gemme. Un cordone verde smeraldo, seminato di scarabei e di caratteri dipinti di metallo cesellato, scendeva sul petto. Dalla cintura di seta rossa pendeva una larga spada da cavaliere, con l’elsa a forma di croce. Sotto queste vesti avevo un aspetto venerabile e imponente, e il mio sguardo appariva così terribilmente maestoso, che al mio ingresso corse per tutte le vene un fremito, e si fece un silenzio profondo e religioso. Questo apparato potrebbe sembrarvi in contraddizione coi miei principi di rigenerazione fisica e morale; ma io so per esperienza che niente agisce con così pronta efficacia e con tanta persuasione sulle anime, quanto uno spettacolo straordinario ed illusivo... Io vidi che gli spiriti di disponevano già allo straordinario".
 


mercoledì 24 maggio 2017

Luigi Natoli: Il segreto del Romito. Tratto da: Il paggio della regina Bianca


In quel viluppo sfolgorarono due occhi. Lampo improvviso che si spense quasi subito.
Giovannello era rimasto immobile, sulla soglia della grotta, guardando in quell’angolo con una curiosità che non era senza commozione.
I suoi occhi, dopo un istante, si abituarono all’ombra, e scorsero più precisamente una sembianza d’uomo, seduto per terra, con le spalle appoggiate alla roccia, il cui corpo spariva sotto una pelle di montone.
Egli non sapeva giudicare se quell’uomo, che chiamavano il Romito, fosse vecchio.
Il suo volto era emaciato e nero, i suoi capelli e la barba bianche; ma non aveva rughe, salvo una diritta, profonda, fra le due sopraciglia, come solcata da un pensiero costante e tormentoso. Le sue membra consunte non avevano le tracce della senilità.
Nella grotta si diffuse un silenzio alto e solenne, come se qualche mistero vi si dovesse compiere. Il pastore s’era ritirato verso l’ingresso; Giovannello rimaneva in piedi, in un atteggiamento di riverenza; il romito teneva il capo chino sul petto, che gli si gonfiava ritmicamente al respiro difficile.
Giovannello aspettava, non osando rompere pel primo il silenzio. Volse lo sguardo in giro, per vedere la grotta.
Era un antro non molto profondo, dovuto in tempi immemorabili a un giuoco della lava che scendendo lungo le coste di una roccia, da due lati, vi aveva formato come due pilastroni, che a poco a poco, per altre lave, si erano esteriormente allargati, lasciando fra loro un gran vano. Nuove eruzioni vi si erano sovrapposte, ed avevan formato una solida e alta roccia sui due pilastroni. Era così rimasta aperta e difesa quella spelonca, sotto la lava grigia, ferrigna, sulla quale le acque piovane qua e là avevano disteso muffe giallastre e striature rossicce.
In un angolo v’erano due sassi, posti in modo da formare un focolare: la cenere bianchiccia che v’era accumulata, il fumo che anneriva le due facce interne dei sassi e la roccia indicavano che l’uso ne era frequente.
Accanto ai sassi era una caldaia annerita dal fumo; dagli orli si riconosceva ch’era di rame. Da un chiodo infisso tra le fessure della roccia pendeva un mazzo di fascelle vuote.
Si sentiva un odore indistinto di arsiccio e di latte inacidito.
Dalla bocca della grotta veduta fra le nere pareti la vallata verdeggiante abbagliava.
Il pastore s’era messo a sedere fuori, sopra un sasso, con quell’apatia che la vita fra le rocce aspre e solitarie aveva impresso al suo volto e al suo cuore.
Il romito finalmente levò il capo, guardò il giovane, e con una voce lieve, ma con un tono che lo fece rimescolare, gli disse:
- Siedi accanto a me…
Il giovane non gli vide muover le labbra; la voce pareva uscisse dalle profondità della terra: era la voce di un altro mondo. Egli ubbidì con una specie di religiosa commozione.
Così, forse, nei tempi preistorici, gli uomini si chinavano sulle tombe per ascoltare le voci dei trapassati, ai quali chiedevano consigli, auguri, benedizioni.
Dopo un minuto di silenzio, il romito disse lentamente e quasi scandendo le parole:
- Figlio di Andrea Chiaramonte, t’ho aspettato lunghi anni… eccoti qui, dunque. Dio sia benedetto!... Siedi e ascolta....
 
 
 
 
Luigi Natoli: Il paggio della regina Bianca.
Pagine 702 - prezzo di copertina € 23,00 - Sconto del 20% se acquistato dal catalogo prodotti della casa editrice al sito www.ibuonicuginieditori.it  

Luigi Natoli: 24 maggio 1915

Ricorda sempre questa data. E' il giorno in cui l'Italia entrò in guerra, per liberare le ultime sue terre dalla soggezione allo straniero, per compire la sua unità, per assicurare la sua indipendenza.
Che guerra! per terra, per mare, nell'aria! Quanto sangue versato, e quanto eroismo!... Ma l'Italia vinse. Vinse pel valore dei suoi figli, per la sua volontà di vincere.
E anche in questa ultima e grande e terribile guerra, i giovani siciliani combatterono come quelli di Milazzo, come quelli del Volturno. E sul monte Grappa e dovunque fecero prodigi.
Vuoi tu sapere con che cuore essi andavano alla guerra, e i padri ve li mandavano?
Leggi questa letterina: è di un soldato, e fu scritta nel 1917; l'ho letta in un museo di ricordi patrii
 
Caro babbo,
Nel secondo anniversario della nostra gloriosa e santa guerra, fidante nella nostra vittoria e nel trionfo del nostro Diritto, dalle trincee di.... a pochi metri dal nemico, invio gli auguri più fervidi a te, che serenamente hai dato alla patria i tuoi figli.
Spero di essere fortunato ancora; ma se dovessi cadere, niente lagrime, niente pianti! Sii fiero di noi, che da te abbiamo imparato ad amare la patria e, se è necessario, a sacrificarci per essa: e grida con me: Viva la più grande Italia!
 
tuo C.
 
Il soldatino che scrisse questa lettera morì pochi giorni dopo. Era giovane, bello e gentile, e tutto diede per la patria.
Medita: e fa di esser degno di coloro che morirono per darti una patria grande e gloriosa.
 
Luigi Natoli.  

giovedì 18 maggio 2017

Luigi Natoli: L'armatura trovata da Berti Cofer. Tratto da: Il paggio della regina Bianca.


Il giudeo non aveva nessun interesse a trattenere un’armatura, che avrebbe già venduta da un pezzo, in loggia all’incanto, se non fosse stata la paura di qualche fastidio con la giustizia: ma da buon usuraio sollevava difficoltà per aumentare il prezzo. Finalmente, fingendo di sacrificare gli interessi di cinque anni, si arrese a cederla per diciotto onze.
La trasse da un armadio, serrato a chiave, gittadola per terra a pezzi, con un fracasso straordinario. Era un’armatura completa: elmo, corazza, gorgiera, spallacci, bracciali e antibracciali, manopole, fiancali, cosciali, gambali, con le commessure precise, le viti salde, le fibbie fortemente attaccate.
Giovannello esaminava pezzo per pezzo, fermandosi più lungamente a guardar l’elmo e la corazza, che più premevano: l’artefice vi aveva con delicato bulino inciso un ricco disegno, che si partiva da un piccolo scudo, dal quale una lima aveva tentato di raschiare lo stemma. Questa raschiatura, che probabilmente tendeva a cancellar le tracce della provenienza, non era così profonda che non si potesse seguire il disegno primitivo.
Giovannello credette di riconoscere i tre cuspidi, e impallidì, e guardò mastro Cecco.
Ma il pittore fingendo di non aver capito gli tolse quei pezzi di mano, e legatili fra loro, detto a Simone di pagare, se li caricò su le spalle.
Quando uscirono dalla taverna, Giovannello domandò ansiosamente a mastro Cecco:
- Avete veduto che c’era uno stemma?...
- Lo so…
- Ed era quello dei Chiaramonte…
- Lo so…
- Ebbene, maestro? che vuol dir ciò? di chi è quest’armatura?
- Questa fu rubata cinque anni fa dallo Steri, – disse il pittore gravemente. – Il servo infedele, che credendo finita per sempre la fortuna della nobile casa, alla partenza di messer Enrico rubò nel palazzo quel che potè, fu ucciso in una rissa. Che Dio gli perdoni i peccati…
Giovannello pensava. Forse quella corazza fu indossata da suo padre, forse fu sua. Un brivido gli corse per le vene. Andò per la strada senza dire più una parola; anche gli altri tacevano.



Luigi Natoli: Il paggio della regina Bianca.
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Luigi Natoli: La congiura contro Bianca di Navarra. Tratto da: Il paggio della regina Bianca


Gravi notizie da Messina, avevano messo in apprensione Bianca di Navarra. Dei corrieri avevano riferito che una vasta cospirazione si tramava tra alcuni baroni malcontenti, i quali volevano approfittare dell’assenza del re, per sollevare la Sicilia, stimando agevole sopraffare un governo affidato a una donna.

Dicevano che questi congiurati avessero aperte pratiche col re Ladislao di Napoli, non indietreggiando all’idea di restituire l’isola alla casa d’Angiò, pur di rinnovare un nuovo periodo di anarchia, nel quale avevan molto da guadagnare.

Era il primo e fiero intoppo nel quale urtava la regina in questa sua prima prova di governo.

Fino all’anno innanzi essa aveva amministrato le terre della Camera reginale, che non le davan molto da fare, perché abitate da popolazioni tranquille, e contente del mite governo femminile; ora si trovava fra le mani le redini di uno stato più vasto, turbolento e difficile.

Bianca di Navarra temeva il divampare della guerra civile. Lo scoppio di una rivolta avrebbe nuovamente diviso il regno, pel destarsi delle ambizioni: i nomi di latini e catalani sarebbero nuovamente riapparsi, ma questa volta non certo per distinguere nettamente due nazionalità; perché nell’una o nell’altra fazione vi si sarebbero trovati indifferentemente baroni siciliani e catalani di antica e nuova importazione.

Non interesse politico o nazionale dunque, ma ingordigie individuali, che avrebbero gittato il regno nell’anarchia.

Re Martino non aveva, partendo, lasciata la regina senza un consiglio; le aveva anzi dato quei medesimi consiglieri, che il re d’Aragona suo padre aveva posto intorno a lui, tra’ quali messer Sancho de Lihori; ma aveva escluso messer Bernardo Cabrera, che per la sua qualità di grande giustiziere credeva di aver diritto di governare, anche sopra la regina.

Messer Bernardo era in disgrazia. Inviperito contro il re, si era ritirato nei suoi feudi, e, temendo punizioni e rappresaglie, aveva cominciato col fortificare le terre più strategiche, e con l’impadronirsi della terra di Palazzolo.

Quest’atto di ribellione aveva costretto il re a marciar contro il Cabrera, e a porre l’assedio alla terra, difesa da un Giacomo lo Campo, luogotenente del conte di Modica; ma questi, non sentendosi forse abbastanza sorretto dal baronaggio nel quale sperava, aveva trovato più conveniente sottomettersi.

Il re gli aveva perdonato, ma non gli aveva ridato il suo favore.

Messer Bernardo dunque se ne stava nelle sue terre, come un lupo nel suo covo: ma la regina sospettava che nella cospirazione di Messina c’entrasse anche lui, ispiratore o fomentatore occulto, pronto a uscire apertamente in campo, a rivolta scoppiata.

In questo frangente essa sentiva il bisogno di circondarsi di cuori fedeli e di spade provate ai cimenti.

In queste condizioni Giovannello, giungendo a Catania, trovava la regina Bianca.

In quali diverse circostanze egli entrava nella città questa volta! e qual cumulo di memorie scese nell’anima sua, attraversando le strade ben note! Egli passò dinanzi la casa di Tarsia, ma le finestre erano chiuse; passò dinanzi la taverna della Ruota, dove s’incontrò con Simone, vide l’Etna gigantesco, e ricordò la grotta e Filippo Chiaramonte…



Luigi Natoli: Il paggio della regina Bianca
Pagine 702 - Prezzo di copertina € 23,00 - Sconto del 20% se acquistato dal catalogo prodotti della casa editrice al sito www.ibuonicuginieditori.it

mercoledì 17 maggio 2017

Luigi Natoli: la situazione politica in Palermo nel 1514. Tratto da: Squarcialupo


Quelli erano tempi tristi in vero. Il vicerè, in dispregio dei capitoli del regno, che egli aveva giurato di osservare, faceva e disfaceva a suo piacimento: il Sant’Offizio affollato di familiari e foristi avidi di far quattrini, sotto la specie di pietà religiosa, pareva preso dalla mania di distruggere i supposti marrani; i collettori esercitavano le più inumane fiscalità per riscuotere le gabelle imposte dal Parlamento del 1514, al quale il Vicerè aveva quasi strappato un grosso donativo, di cui aveva preso per sé cinquemila fiorini. Donativo, come si sa, era il nome grazioso col quale si designava l’ammontare delle somme da riscuotere nel triennio per l’erario, i cespiti su cui dovevano gravare, e la ripartizione fra le città e le terre. Quel Parlamento aveva imposto una gabella su le farine, che era la più esosa; onde un malumore crescente, che quell’inverno si era fatto più minaccioso.

Questo malumore serpeggiava di più nel popolo minuto e nella piccola borghesia, che più risentivano il peso del malgoverno; ma un altro e non meno vivace serpeggiava nella nobiltà feudale, per quei Capibrevi che Luca Barbieri, Segretario e Regio Consigliere del fisco e Capitan Giustiziere, andava compilando; dai quali molti temevano di vedersi privati di feudi, che i loro antenati, o essi stessi, avevano usurpato con la violenza e con la frode; e che dovevano naturalmente restituire al fisco o alle terre demaniali. Fautore di questa revisione era il vicerè, il fiutava un mezzo per commettere arbitri contro la nobiltà e far denari.

Inoltre aveva fortemente danneggiato il paese, con certi provvedimenti presi di suo capo, in seguito alla scoperta di una quantità di monete false o assottigliate che erano in circolazione. Don Ugo aveva ordinato che si portasse tutto il denaro negli uffici del fisco: oro, argento, bronzo; minacciando gravi pene ai trasgressori; ma restituì l’oro e l’argento con un terzo di meno, e il bronzo pel suo valore come metallo fuso. E per sopperire alla mancanza di metalli preziosi confiscò argenterie e gioie delle chiese, dei monasteri, dei privati; senza un criterio, con la consueta burbanzosa prepotenza.

I capitoli del regno, ai quali alludeva Giovan Luca, e che stabiliva uno dei fondamenti del diritto pubblico siciliano prescrivevano che morendo un re, il vicerè da esso nominato cessava dal suo ufficio e doveva affidare il potere al Grande Contestabile Almirante del regno, o a qualche altra alta carica; né il successore poteva confermare o nominare il vicerè, se prima non giurava fedeltà alle costituzioni del regno, perché solo dopo questo giuramento era riconosciuto come sovrano legittimo e poteva esercitare la sua autorità. Il Parlamento era geloso custode di queste costituzioni, e non ammetteva che il diritto ereditario precedesse il riconoscimento legale da parte della nazione.

Il re Giovanni, che aveva ben veduto in questo una menomazione della corona, aveva pubblicato nuovi capitoli, per la conservazione in carica dei vicerè in caso di morte del sovrano; ma questi capitoli, come contrari alla norma costante e lesivi dei diritti del regno non erano stati seguiti.

La morte di re Ferdinando apriva ora un conflitto fra le costituzioni del regno e i capitoli del re Giovanni. Sventuratamente questa volta c’era per mezzo un vicerè odiato; e nessuna occasione poteva presentarsi più favorevole di questa, per cacciarlo via. Appunto per ciò il conte di Golisano si era affrettato a venire in Palermo, appena tornato in Spagna.

In Ispagna era andato per invito della corte, apparentemente, e vi era stato trattenuto con pretesti; in realtà don Ugo aveva intrigato per allontanarlo dalla Sicilia, perché ne aveva paura. Don Pietro Cardona, ricco, generoso, di grande animo, valorosissimo capitano, che sotto le bandiere di Prospero Colonna si era illustrato nelle guerre d’Italia, godeva di una grande autorità fra’ signori, e di una grande popolarità nelle classi medie e nel volgo. La sua presenza e le sue esortazioni avevano sedato il tumulto sanguinoso eccitato da Paolo Pollastra, e ricondotto la tranquillità in Palermo. Ce n’era abbastanza per destare gelosia, sospetti e paure nell’animo del vicerè.

Luigi Natoli: Squarcialupo.
Prezzo di copertina € 24,00 - pagine 684
Pubblicato per la prima volta in volume da I Buoni Cugini editori nel marzo del 2015, dopo novant'anni dalla pubblicazione a puntate in appendice al Giornale di Sicilia dal 02 febbraio 1924.
Sconto del 20% se acquistato dal catalogo prodotti della casa editrice al sito www.ibuonicuginieditori.it

domenica 14 maggio 2017

Luigi Natoli: Dedica alla madre

Sul tuo sepolcro
o madre mia
benedicendo a la tua memoria
depongo questo libro.

Che altro poss'io offerire
a l'ombra tua sacra
di più caro
che quegli studi cui tu m'animavi
forte e sorridente
ne le tempeste de la vita?

Luigi Natoli

Il libro deposto è: Giovanni Meli, studio critico pubblicato dall'autore nel 1883 con la tipografia del giornale "Il tempo" e pubblicato nel 2016 da I Buoni Cugini editori nel volume L'Abate Meli, che comprende il romanzo, il suddetto studio critico e le poesie di Giovanni Meli commentate da Luigi Natoli (Tratto da Musa Siciliana).

giovedì 11 maggio 2017

Luigi Natoli: Guida di Palermo e suoi dintorni 1891

La perfetta riproduzione del libretto pubblicato da Carlo Clausen nel 1891 in occasione della Esposizione Nazionale, corredato dalle foto delle pubblicità dell'epoca e dalla cartina di Palermo (f.to B4) ripiegata a fine volume.
 
Prezzo di copertina € 19,00 - Sconto del 15% se acquistato dal catalogo prodotti della casa editrice al sito www.ibuonicuginieditori.it
Disponibile nelle librerie indicate nel sito; disponibile su tutti i siti di vendita online.
Copertina di Niccolò Pizzorno.

Luigi Natoli: Il Palazzo municipale. Tratto da: Guida di Palermo e suoi dintorni


Palazzo Municipale (P.49 E4) – Dai documenti trovati dal signor Pollaci risulta che questo palazzo fu eretto nel 1463, essendo pretore il magnifico Pietro Speciale, per “conservare le munizioni e custodire insieme i privilegi palermitani e radunarsi i cittadini a parlamento”. Pur restando nella sua massa quale oggi si trova, il palazzo subì varie trasformazioni, specie nel secolo XVII e ai giorni nostri. Il prospetto attuale, di stile del secolo XV è dell’architetto Damiani. Due lapidi ricordano l’ingresso di Garibaldi e il trionfo della rivoluzione e il plebiscito. Nel cortile a sinistra, si trovano due affreschi mediocri dell’Albina; a destra una fonte sormontata da due statue al naturale, rappresentanti un uomo e una donna. Sono mediocrissimo lavoro di scalpello romano, che si trovavano un tempo all’angolo della chiesa di S. Francesco e furono trasportate al Palazzo del Comune nel 1563. Sotto il portico, in una piccola nicchia, vi è un’urna cineraria sormontata da un Giano, e ornata di due rozze figurine che si danno la mano. Una iscrizione ritenuta giustamente apocrifa, dice che il console Cecilio Metello accordò alla repubblica palermitana l’aquila e il Pretore. A sinistra del portico, e a piè dello scalone costruito nel 1596, c’è una colonna di porfido con capitello, sormontata da una conca elegante di marmo, su cui la statuina del Genio di Palermo con suoi emblemi; a piè della colonna sono altre due statuine sedute; il tutto opera del secolo XV. Una iscrizione corre intorno alla conca, ed è il motto di Palermo: Panormus, conca aurea, suos devorat, alienos nutrit. Nell’interno notevole la Scala delle Lapidi, così detta per le numerose lapidi che ne rivestono le pareti, e che ricordano avvenimenti e fatti e personaggi della storia di Sicilia – vi si trovano tutti i gonfaloni dell’isola e i mezzibusti marmorei di alcuni sindaci.
In una sala vicina, entro una nicchia, una statua greca battezzata per un Antinoo; nella sala gialla un quadro dello Sciuto rappresentante i Funerali di Timoleone e uno del Padovani, la Rinunzia del feudalismo. Le iscrizioni romane più importanti furono trasportate al Museo. Molti uffici municipali, pei cresciuti servizi e l’espansione della città, si sono allogati altrove. L’importantissimo Archivio municipale è stato situato nel convento di S. Nicola, ivi prossimo.
Al palazzo municipale si legano tutti i ricordi storici di Palermo; accanto alla porta d’ingresso si trova la campana, che in altri tempi chiamava il popolo o i consoli delle maestranze al generale consiglio.
In esso sedettero i governi provvisori delle rivoluzioni del 48 e del 60.
 
 
 
Luigi Natoli: Guida di Palermo e suoi dintorni 1891. 
La perfetta riproduzione del libretto pubblicato da Carlo Clausen nel 1891 in occasione della Esposizione Nazionale, corredato dalle foto di pubblicità dell'epoca e dalla cartina di Palermo ripiegata a fine volume.
Prezzo di copertina € 19,00 - Sconto del 15% se acquistato dal catalogo prodotti della casa editrice al sito www.ibuonicuginieditori.it
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Luigi Natoli: Squarcialupo. Il regno di Sicilia nel 1517


Le cose del regno prendevano una piega che non piaceva punto a Giovan Luca Squarcialupo; e per conseguenza non piaceva a Tristano che si era lasciato attirare nell’orbita delle idee di Giovan Luca, sia per l’amicizia, sia perché in quelle idee trovava qualche cosa di nuovo; una concezione più larga della vita dello Stato; una espressione più vigorosa del sentimento di indipendenza.
Da un secolo l’indipendenza del regno era una parola vuota di senso: i baroni, che avevano annientato l’autorità del re, durante gli ultimi anni della dinastia aragonese, avevano combattuto per la propria indipendenza, non per quella del regno; anzi avevano dato questo a un re straniero e lontano. Ora che si offriva il modo di recuperare la piena autonomia di fatto e di diritto, di liberarsi dello straniero, si conducevano in modo incerto e dannoso.
Queste cose diceva Giovan Luca, e Tristano le riconosceva giuste; tanto più che gli avvenimenti di quei giorni davano ragione a loro. Infatti si era saputo che don Ugo aveva domandato aiuti d’arme al vicerè e gli spagnoli si fossero occupati questi li avesse conceduti, le milizie spagnole, stando il vicerè a Messina, potevano entrare in Sicilia senza esser molestate. Se invece si fosse buttato a mare il vicerè e gli spagnoli, e si avessero occupati i castelli, i pericoli dell’invasione sarebbero stati più scarsi e meno possibili.
Ma la nobiltà non si allontanava dalla via tracciatasi: difendere i diritti del regno, sì, disfarsi di don Ugo, sì: ma senza mutamenti, e con le vie legali. Intanto il re Carlo confermava don Ugo come Vicerè, per un altro triennio; cosicchè i baroni che dominavano il Parlamento e si studiavano di non apparire ribelli, per forza delle cose, ostinandosi a non riconoscere don Ugo, diventavano proprio tali.
Giovan Luca avrebbe voluto che di queste condizioni di fatto si approfittasse per proclamare con un parlamento solenne decaduta la corona di Spagna, dal trono di Sicilia. E ne avea il diritto. Chi aveva dato la corona di Sicilia a Pietro d’Aragona? Il Parlamento. Chi, estinta quella dinastia, l’aveva data a Ferdinando il Giusto, proavo di Carlo? Nessuno, né per diritto di elezione egli era divenuto re di Sicilia: ma con la frode e per la balordaggine dei baroni, più intenti a prender terre, che a difendere l’indipendenza del regno.
I successori di Ferdinando erano dunque illegittimamente re di Sicilia. E Carlo anch’esso. Questo avrebbe dovuto proclamare il Parlamento, invece di mandare Antonello Lo Campo a Bruxelles! E non sarebbe mancato il concorso del popolo. Con quali onori infatti era stato ricevuto il conte di Golisano a Catania? Tutto il popolo e il Senato gli erano andati incontro; e il Senato gli aveva offerto lo spettacolo di una mostra di balestrieri bene armati e ordinati. Bisognava esser ciechi, diceva Giovan Luca, ciechi o pusilli, per non vedere il partito che si poteva trarre da queste manifestazioni. Ma il Parlamento non osava. Peggio: vi serpeggiavano piccole gelosia per la popolarità del conte di Golisano; tanto che dovendosi eleggere un presidente del regno (ufficio che si soleva dire, temporaneamente, nell’assenza del vicerè) e avendo qualcuno ventilato il nome del conte vi furono delle opposizioni larvate: sì che il conte si rifiutò.
E il Parlamento scelse allora due residenti, Matteo Santapau marchese di Licodia, e Simone Ventimiglia, marchese di Geraci; il programma dei quali si racchiudeva in due parole: pace e rettitudine.
 
Luigi Natoli: Squarcialupo
Pagine 684 - Prezzo di copertina € 24,00 - Sconto del 20% se acquistato dal catalogo prodotti della casa editrice al sito www.ibuonicuginieditori.it
Disponibile in tutti i siti di vendita online.

mercoledì 10 maggio 2017

Luigi Natoli: L'uscita degli ebrei da Palermo il 12 gennaio 1493. Tratto da "L'esodo".


La giornata era plumbea; tutta la notte era piovuto, e le strade eran rigate da rivoletti fangosi. Le acque della Cala torbide ed agitate si orlavano di una spuma gialliccia; e le galee all’ancora si dondolavano sui fianchi. Per l’aria si sentiva l’umidore freddo della stagione, e tutte le case intorno avevano un color grigio pieno di tristezza. Il castello sorgeva sul porto, coi suoi cannoni massicci, le sue bombarde, i suoi terrapieni coperti di un’erba verde, che nell’ombra grigia di quel mattino invernale metteva una nota di gaiezza primaverile.
Il porto, a Piedigrotta e per la piazza che si estendeva innanzi al Castello, era gremito di gente. I Giudei della Giudecca di Palermo si affrettavano a partire: con loro quelli delle città interne dell’isola, venuti il giorno innanzi in Palermo per quell’esodo doloroso.
Avevano tutti il taled con la rotella rossa sulla spalla, le donne recavano il segno cucito sul petto; aggiravansi in silenzio per la spiaggia, guardandosi mestamente, guardando il mare, le galee, l’orizzonte, poi, dall’altro lato, le torri, le cupole, le case, i monti lontani. Di quando in quando giungeva una frotta di Giudei stanchi, infangati; venivano da qualche lontana Giudecca; i compagni li accoglievano in silenzio, senza muoversi dal posto; si guardavano, scotendo il capo, e ogni nuovo fratello che sopravveniva, aumentava la fierezza del dolore universale.
In disparte gli ufficiali del governo sopraintendevano all’imbarco: i soldati castigliani appoggiati alle alabarde, guardavano senza mostrar commozione alcuna; intorno, frammisti agli ebrei si aggiravano i cittadini, alcuni mossi della curiosità, altri punti da pietoso sentimento, altri dall’amicizia.
Venne l’ora. Essi non avevano robe da caricare sulle galee; il re non aveva lasciato altro a loro che le vesti che avevano indosso, e un miserabile assegno, per non gravarsi la coscienza di averli fatti morire di fame. Qualcuno recava con sé alcune masserizie, legate in un fazzoletto, e reggeva su la spalla l’involto infilato a un bastone.
Cominciarono a entrar nelle barche. Alcuni vinti dall’emozione sentivano empirsi gli occhi di lacrime, e romper in singhiozzi il petto; altri nascondevano la faccia tra le mani; pochi conservavano una certa fierezza, celavano l’ambascia dell’anima. Oh come erano dolorosi gli addii; e come lunghi i baci, e intense le strette di mano!... Essi salutavano i cittadini cristiani, e in quel punto dimenticavansi gli odii religiosi, le differenze di razza, e si abbandonavano al dolore profondo della sventura, che colpiva coloro che per quattordici secoli erano vissuti insieme.
- Perché non vi fate cristiano e non rimanete con noi? – chiedeva qualcuno.
Il Giudeo levava alteramente il capo, e il volto lacrimoso prendeva subito una espressione di fiera rassegnazione.
- Tradire i miei fratelli, la mia fede?
- Ma altri l’han fatto...
- Peggio per loro! Dio li sperderà!...
Dopo una mezz’ora, le galee con le vele gonfie si mossero, lentamente, dondolandosi, spinte dai remi, che tonfavano cupamente nell’acqua.
Sulla tolda, ritti, i Giudei guardavano la terra, guardavano la gente, guardavano tutto quello che lasciavan per sempre, e allora l’ultima larva di speranza, il miracolo nel quale si rifuggiavano in quel supremo momento, cadde; tutta la grandezza della miseria presente, l’orror dell’avvenire, la felicità passata apparvero, ed un gemito lungo, angoscioso, straziante, risonò fra le vele e le corde delle galee, e un altro gemito ugualmente lungo, angoscioso rispondeva dalla spiaggia...
Questa fu l’uscita degli Ebrei da Palermo, e di loro oggi non resta che una memoria sola; il nome di Meschita quasi moschea, dato al cortile dove sorgeva un tempo la Sinagoga maggiore.
 
 
 
Luigi Natoli: L'esodo. Tratto da: La Baronessa di Carini e altri racconti con fatti di sangue. Raccolta di storie e leggende che insanguinarono il medioevo siciliano. 
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venerdì 5 maggio 2017

Luigi Natoli: Tullio Spada e il Castel dell'Ovo. Tratto da: Braccio di Ferro avventure di un carbonaro.


Tullio Spada ebbe una stanzetta al secondo piano che dominava la strada, lo specchio d’acqua e lasciava abbracciare con uno sguardo l’ampiezza del golfo, e dietro la linea del castello dell’Ovo, la punta di Posillipo verdeggiante di boschetti e sparsa di ville.
In quel quadro così ridente che commosse e lasciò pensoso Tullio, la massa cinerea e cieca del castello, gittato in mezzo al mare come una sentinella, metteva una nota di tristezza. Un singhiozzo in un canto.
Tullio Spada lo guardava con un senso di raccapriccio, o per lo meno di avversione; e rievocava qualcuno dei ricordi che vi erano legati. Ricordava che esso era stato fabbricato dal re di Sicilia Guglielmo I, che era stato fortificato da Federico II, il quale vi aveva conservato il suo tesoro. Ivi Carlo d’Angiò, infierendo crudelmente contro la famiglia del vinto re Manfredi, aveva chiuso in orrida cella la principessa Beatrice; e su quelle acque Ruggero Loria, il grande Ammiraglio, con quaranta galere Siciliane aveva assalito e sbaragliato settanta galere angioine, fatto prigioniero il figlio di Carlo D’Angiò, e liberata la principessa. Ivi era stata chiusa anche la regina Giovanna; e chi sa quante e quali vittime della prepotenza dei re e dei vicerè!
Tullio ricordò quelle vicende, contemplando dal balcone la massa grigiastra e trista del castello; ma un altro spettacolo più rattristante gli si offerse, abbassando lo sguardo sulla strada; dove le donne del popolo, luride, cenciose, oziavano al sole, dinanzi alle porte delle case, o frugavan le teste capellute dei figli, quasi nudi, sdraiati per terra ai loro piedi; o dove quattro o cinque lazzari seduti per terra giocavan disperatamente alle carte.
E allora Tullio pensò a tutta quella folla povera, ignorante, che pur vivendo in tanta bellezza di natura e di cose non sapeva nulla della vita civile; e confondeva insieme il furto, l’assassinio e le pratiche religiose; che si immolava pel re, commetteva barbarie pel re, senza saperne la ragione; che odiava ogni novità senza capirla; e alla quale quel re non aveva dato che una sola istituzione: il carcere; una sola libertà, quella di starsene al sole, sudicia, oziosa, cantando, elemosinando, rubando. E di pensiero in pensiero Tullio vide in quelle rivoluzioni scoppiate contemporaneamente, quasi, a Napoli e a Palermo, il principio di un’era novella; era di redenzione anche per quella plebe, per tutte le plebi del regno; e un sentimento di speranza gli aprì l’animo a un sorriso.
 
 
 
Luigi Natoli: Braccio di Ferro avventure di un carbonaro.
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venerdì 28 aprile 2017

Luigi Natoli e il Medioevo siciliano: Francesco Ventimiglia, conte di Geraci, sposa madonna Costanza Chiaramonte - Tratto da: Mastro Bertuchello


Non erano i Chiaramonte così ricchi quanto i Ventimiglia, nè così addentro nelle grazie del re; ma vantavano più alte e più antiche origini. Si dicevano discendenti da Carlo Magno; e la tradizione di questa discendenza, anni più tardi, il più possente della casa, avrebbe fatto dipingere sul soffitto del grande salone dello Steri.
Avevano una fanciulla in casa, Costanza, figlia di Manfredi I, orfana di recente, che il fratel suo Giovanni avrebbe voluto accasare col conte Francesco. L’unione di queste due famiglie significava avere il dominio del regno. Giovanni era più giovane di messer Francesco, ma più ambizioso. Aveva anche lui sostenuto incarichi del re presso la corte imperiale; aveva combattuto con valore contro gli angioini, mirava forse a più alti uffici, ai quali certamente il parentando coi Ventimiglia avrebbe dischiuse o agevolato la via.
Che il conte avesse già una corona di figli illegittimi e un’amante, non era cosa che potesse impedire un matrimonio. Chi non aveva allora figli naturali? Sopra di essi non pesava la vergogna che nei secoli posteriori segnò la loro nascita: i padri ottenevan per loro signoria e uffici; e non mancavano nobili case che avevano per capostipite un bastardo. Re Tancredi non ebbe forse sangue illegittimo? E messer Orlando d’ Aragona non era un bastardo del re Federigo?
Messer Francesco poteva ben tenersi attorno i figli, e forse anche l’amante; ma doveva per obbligo al suo nome, ai suoi maggiori, prender moglie una gran dama.
Gli furon posti intorno amici, congiunti, servitori, per suggerire, insinuargli nell’animo questa necessità. Il vecchio servitore ebbe promessa di ricco dono, se giungeva a persuadere il suo padrone. Messer Francesco non se ne dava per inteso. Quando, qualche volta, il suo pensiero si fermava sui suggerimenti del servitore, bastava uno sguardo tenero e profondo di donna Margherita, per spazzar via, come un colpo di vento, quelle idee lievi e malferme come foglie ingiallite.
Nella Pasqua del 1322, in un torneo tenutosi nelle feste per la coronazione dell’infante Pietro, che re Federico si associava al trono, messer Francesco Ventimiglia vide a un palco, fra altre dame, la fanciulla dei Chiaramonte, Costanza.
Era così bella, così gentile, così affascinante, che messer Francesco non potè non ammirarla. Certamente ella sarebbe stata una degna contessa di Geraci. Avrebbe recato non soltanto la beltà e la ricchezza, ma anche lo splendore di un nome, che in quei giorni sopravanzava su tutti. Il suo orgoglio si destò: l’idea di quelle nozze, che da prima aveva scacciato come assurda, cominciò a sembrargli conveniente e possibile. Ci pensò sopra.
Batti oggi, batti domani, la vinse. Messer Francesco domandò la mano di madonna Costanza, e giammai nozze suscitarono tanto consenso e tante invidie, quanto quelle, che salirono alla importanza di un avvenimento storico. Esse furono celebrate nel maggio di quell’anno con pompa regale.
Madonna Margherita non si oppose, non si dolse, non si adirò. Quando il conte un po’ impacciato le annunziò la necessità di quelle nozze, chinò il capo rassegnata, il conte non vide il lampo che quei begli occhi sfolgorarono prima di chinarsi, né le lagrime che luccicavano tra le palpebre. Vide quella sommissione inaspettata, quella mansuetudine silenziosa, e se ne commosse.
Quando messer Francesco verso sera, se ne fu andato, Madonna Margherita si gittò sul letto piangendo disperatamente di dolore, di collera, di gelosia. I sogni che aveva vagheggiato per sé e pei figli svanivano. Ella non sarebbe mai stata altro che la ganza del nobile conte, e i suoi figli, bastardi. Altri avrebbe raccolto l’eredità che ella aveva sperato pel suo Franceschello; quella Madonna Costanza avrebbe con le sue carezze obbligato il conte a scacciare la povera amante. Tradita, abbandonata, forse miserabile, che sarebbe stato di lei? Che dei figli?...
 
 
 
Luigi Natoli: Mastro Bertuchello - Primo volume di Latini e Catalani
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Luigi Natoli e il Medioevo siciliano: Francesco Ventimiglia conte di Geraci conosce madonna Margherita Consolo. Tratto da: Latini e Catalani vol. 1 - Mastro Bertuchello


 
Che bisogno aveva il conte, allora giovane e avido di piaceri, innamorarsi sul serio di quella giovane? Bella, sì, lo era: ma anche le altre donne di cui egli si era incapricciato eran belle, e tuttavia messer Francesco non si era perduto dietro a loro. Prendeva e lasciava. Quella volta, no. Madonna Margherita Consolo non fu così facile a cedere: era una fanciulla modesta e riserbata; arrossiva quando vedeva il conte, e il suo volto si illuminava d’un sorriso di gioia: ma non osava neppure parlargli dalla finestra.
L’uomo è la bestia più singolarmente caparbia in amore; e più si vede negato di cogliere il frutto, più si ostina a volerlo cogliere, a costo di commettere le più grosse corbellerie. Il conte perdette il giudizio. Diede qualche colpo di spada per sbarazzarsi di qualche competitore: e una notte entrò violentemente dalla finestra nella camera della fanciulla, e non ne uscì che all’alba. Voi crederete che soddisfatta la voglia e il puntiglio di messer Francesco fosse votato alla ricerca di qualche altro fiore? Nossignori! Quella fanciulla che pareva timida e vergognosa, doveva possedere qualche incantesimo; e avvenne la cosa più illogica per le abitudini del conte, quella cioè di rimaner fedele a madonna Margherita, fino al punto di toglierla con sé, in una sua casa, e convivere con lei, come fossero stati marito e moglie. Questo avvenne intorno al 1312. Io non ero ancora nato; e questi fatti mi vennero raccontati dai più vecchi.
Nacque un primo figlio, al quale madonna Margherita volle che fosse posto il nome del padre, vezzeggiandolo in Franceschello. Il conte aveva giù toccato i trent’anni, l’età in cui gli affetti cominciano a diventar più saldi; quel figlio fu la sua gioia e il suo orgoglio; ma la bella Margherita gliene regalò un secondo, e si chiamò Aldoino, e poi un terzo, Manuele… il conte si vide crescere intorno una famiglia, che appunto perché illegale, lo circondava di carezze e di cure.
Certo la stirpe dei Ventimiglia non si sarebbe estinta; ma i conti di Geraci, i signori feudali sarebbero cessati con lui. Madonna Margherita non era nobile: e re Federigo, il quale vagheggiava pel suo favorito un gran maritaggio, non era disposto a riconoscere quella figliolanza.
 Franceschello veniva su bello e vigoroso, che poteva essere insignito del vessillo e delle insegne comitali.
V’era un’altra grande e illustre famiglia, antica nell’isola da quanto quella dei Ventimiglia, venuta anch’essa di Francia coi Normanni, e che durante la guerra del Vespro, aveva acquistato fama: quella dei Chiaramonte...
 
Luigi Natoli: Latini e Catalani vol 1 - Mastro Bertuchello.
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giovedì 27 aprile 2017

Luigi Natoli e il Medioevo siciliano: messer Francesco Ventimiglia conte di Geraci. Tratto da: Latini e Catalani vol. 1 - Mastro Bertuchello


Messer Francesco Ventimiglia, conte di Geraci, vantava sangue regio. Una tradizione di famiglia, che però non è avvalorata da alcun documento, gli attribuiva discendenza dai principi della Casa d’Altavilla: certo le armi dei Ventimiglia erano quelle stesse dei re normanni di Sicilia: lo scudo d’azzurro traversato da una fascia a scacchi alternati bianchi e rossi.
Messer Francesco era uno dei più potenti signori del reame; il suo vasto dominio si stendeva dal mare fino sopra le Madonie.
Al tempo della catastrofe comprendeva una ventina di feudi, Sperlinga, Pollina, Castelbuono, Golisano, Gratteri, Sant’ Angelo, Malvicino, Tusa, Castelluccio, le due Petralie, Gangi, S. Marco, Belici e altre terre minori e casali, lo riconoscevano signore: alla sua casa,per diritto ereditario concesso dai re, spettava l’ufficio di Gran Camerario, una delle sei o sette dignità supreme del regno.
L’amicizia e la protezione di chi gli era largo al re Federigo, che lo aveva incaricato di ambasceria pel papa, e lo aveva dato compagno al principe Pietro nella escursione in Toscana, lo avevano fatto conte di Geraci: i servigi resi da lui al re e al regno travagliato dalle continue pretensioni della corte angioina, la ricchezza, l’ampiezza della stato ne avevano fatto il personaggio più rispettato, più temuto, più invidiato. Non poteva dire di essere amato o di godere salde amicizie. Non se le accattivava. Facile agli impeti, violento, instabile nelle relazioni, vago di piaceri e di novità, superbo della sua nobiltà, spregiatore degli altri, generoso fino alla prodigalità e nel tempo stesso geloso dei suoi diritti, prode, irriflessivo, era un impasto di buone e di cattive qualità.
Ora molti anni innanzi, una mattina, ascoltando messa nella chiesa di S. Maria Maddalena, alla Galca, messer Francesco vide entrare una giovinetta assai bella, e con certi occhi che trapassavan come dardi il cuore di chi la mirava. Era accompagnata da una vecchia, la nutrice forse o la nonna, ché poteva essere l’una o l’altra. Che bisogno aveva il conte, allora giovane e avido di piaceri, innamorarsi sul serio di quella giovane? Bella, sì, lo era: ma anche le altre donne di cui egli si era incapricciato eran belle, e tuttavia messer Francesco non si era perduto dietro a loro. Prendeva e lasciava. Quella volta, no. Madonna Margherita Consolo non fu così facile a cedere....
 
 
 
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