martedì 16 gennaio 2018

Luigi Natoli: Il Tiraz. Tratto da: Gli ultimi saraceni.


Dalle finestre della Torre Pisana, di dietro le gelosie di legno finamente intagliato assistevano al duello le donne del tiraz e le schiave di palazzo. La più parte erano musulmane di fede, ma non tutte di razza araba; ve ne erano berbere, brune, dai lineamenti regolari, gli occhi grandi, le labbra tumide; i corpi agili e vibranti; ve ne erano sirie, dal volto pallido, grassoccio, molli; arabe simili alla gazzelle delle oasi; greche delle isole, rosee, carnose, dai grandi occhi cilestri e dai capelli biondi, insolenti e cupide; ve ne eran molte delle coste della Dalmazia o dell'Epiro: slave dai capelli neri e copiosi, dai grandi occhi pieni di sogni; ve ne erano di Sicilia, nate da razza indigena, da lungo tempo passate all’islavismo, e confuse per la fede e pei nomi e le costumanze adottate, con gli antichi dominatori; o discendenti da tali venuti d’Oriente col primo conquisto musulmano, naturalizzati in Sicilia; figlie le une e le altre di prigionieri ridotti in schiavitù, o venduti nei mercati. Ve n’eran parecchie “franche” come eran dette in generale quelle di razza latina o germanica, di fede cristiana, predate da legni corsari talvolta nelle stesse spiagge dell’isola e portate in Oriente o in Tunisi; o offerte da parenti medesimi. Vivevan tutte nel palazzo regio; quali addette ai servigi della regina, e non era­no le più belle nè le più giovani; quali al tiraz, alle culture cioè dei bachi e alla fabbrica dei drappi serici, comuni o ricamati, di cui la corte aveva quello che oggi si di­rebbe il monopolio. Queste erano le più giovani e le più belle. Le sceglieva il re stesso.
Venivano spesso mercantanti dall’Oriente e da Tunisi a vendere le fanciulle pre­date o vendute dai genitori; il gran Camerario, che amministrava il palazzo regio le esaminava, ne faceva una scelta, e le sottoponeva all'approvazione del re, che trasceglieva quelle che gli facevano mag­gior simpatia.
Guglielmo era un buon conoscitore di donne: rassomigliava da questo lato al pa­dre, il re Ruggero, che aveva subito il fasci­no della vita voluttuosa dei musulmani, e non contento delle quattro mogli prese suc­cessivamente, s'era fatto un harem, sfidan­do i rimproveri, gli scrupoli e l'orrore del clero.
Guglielmo in questo aveva superato il padre, il re Ruggiero di cui aveva subito il fascino in altre qualità dello spirito. Nell'avarizia, per esempio, e nella ferocia dei castighi. Gli restava di gran lunga inferiore nell'attività maravigliosa, nel fine senso politico, nella opportuna e sapiente prudenza e nella magnanimità, quando era necessaria: qualità che avevan fatto di lui il più grande monarca e statista del suo tempo. Guglielmo ama­va troppo la voluttà, per aver tempo di oc­cuparsi dello Stato. Per lui c'era Majone.
Un vero esercito di eunuchi bianchi e neri gli custodiva quel regno. Ve n’erano grassi, obesi, giallicci, coi capelli lisci sui volti sbarbati e rugosi; ma ve n’erano robusti e fieri. Nessuno poteva varcarne le soglie fuor che il re. La torre posta a una estremità non aveva che un ingresso, giù nella corte, custodito da guardie musulmane: aveva un passaggio interno pel quale dalla Gioaria si poteva entrare nelle stanze delle donne. 
Re Guglielmo faceva in quei giorni allestire un suo castello in un parco, oltre l’Ain Abu Sind, volgarmente detto Ain Sind (3), sorgente d’acqua, che scaturiva e scaturisce ancora da grotte. Il castello era quasi compiuto, e vi attendevano soltanto i mosaicisti, che ne decoravano bellamente le pareti e il pavimento dell’atrio. Quel castello era serbato ad accogliere l’harem, come in luogo più riposto, lontano dai rumori cittadini, circondato di boschi, rallegrato di palmizi e di laghetti, come quello della Favara, posto all’altra sponda dell’Oreto, o come allora si chiamava del Wadi Ab bas, o come quello di Menani posto a mezza strada fra la città e il villaggio di Baida. Quel nuovo castello doveva vincere gli altri per grandezza e magnificenza di stanze e per bellezza di sito. Guglielmo vi profondeva tesori; e Majone glieli trovava: ma intanto circondava di guardie la torre e la chiudeva agli occhi dei profani, coprendo le finestre di gelosie di legno intagliato delicatamente all’uso di Egitto. 
Durante il giudizio di Dio quello stormo di passere s’erano addossate alle gelosie, arrampicandosi sopra gli sgabelli, sopra i cuscini. Tutti i buchi degli intagli e dei frastagli si animavano di pupille sfolgoranti che seguivano con interesse e curiosità infantile le vicende del duello. Anche fra le donne dell’harem s’erano formate due parti: quella di Silvestro e quella di Orsello: se non che non era la politica che le divideva: ma la simpatia per l’uno o per l’altro.

Luigi Natoli: Gli ultimi saraceni. - Ove si narrano le gesta di Re Guglielmo I e di Messer Matteo Bonello.  
Pagine 719 - Prezzo di copertina € 25,00
Pubblicato per la prima ed unica volta a puntate in appendice al Giornale di Sicilia dal 05 agosto 1911, viene editato dopo più di cento anni da I Buoni Cugini editori per la prima volta in unico volume nel 2015. 

Luigi Natoli: Majone da Bari. Tratto da: Gli ultimi saraceni.


Grande Almirante, capitano, favorito della regina Margherita a molti della corte, e generalmente creduto pessimo cristiano, e, in fondo musulmano ancora, e in relazione coi musulmani d’Africa. Il grande Almirante, per la sua politica, che mal celava una febbre ambiziosa di dispotismo, aveva partigiani e nemici. I primi erano più nu­merosi nel popolo e nella piccola borghe­sia, per sentimento di solidarietà di classe, come si direbbe oggi e per l’innata avver­sione di tutte le plebi alte e basse contro la nobiltà; i secondi erano nella borghesia dei banchi e nella nobiltà osteggiata sempre da Majone. Inoltre Majone si appoggiava ai Saraceni, convertiti o no, contro i quali cominciava a serpeggiare l'odio religioso.
Majone era venuto in corte giovine anco­ra, al tempo di re Ruggero; ed era arrivato a ottenere un posto di scriniario, o scriva­no. Il re, da quel profondo conoscitor d'uomini che era, riconobbe in quel borghese un cervello quadrato e un vivo senso pratico negli affari; ereditato forse dai suoi mag­giori gente di negozi. Accorto, sottile, ani­moso e risoluto quando era necessario, si­mulatore, tenace nei propositi, devoto al re, almeno agli atti, Majone seppe entrare nel­l'animo di Ruggero, che da scriniario lo promosse a vice cancelliere. 
Guglielmo l'ebbe a compagno di avventure, prima che si fosse associato al regno del padre; l'ebbe consigliere e ministro durante gli ultimi anni del regno di Ruggero; ne fu preso e gli si affidò. Il giorno in cui, dopo la morte di Ruggero, Guglielmo fu solennemente incoronato nella cappella del duomo, il 4 aprile del 1154, Majone già divenuto Cancelliere, fu promosso Almirante degli Almiranti, cioè primo ministro. La parola Almirante, divenuta poi Ammiraglio, derivata da el emir, non designava allora comando di flotta; era titolo di ufficio civile e militare, indifferentemente. L’Almirante  degli Almiranti, o più comunemente il Grande Almirante era su per giù quel che oggi è il presidente del Consiglio dei ministri ma con maggior autorità. 
Majone, senza parere, aveva a poco a poco radunato nelle sue mani il potere; e sebbene gli atti recassero la intitolazione Guglielmus dei gratia Siciliae nondimeno essi non esprimevano che la volontà del ministro. Il quale pareva così interamente e sinceramente devoto, e così votato al servizio del re, che questi gli abbandonò il regno, e tenne per sé un altro regno, più ristretto, senza noie, senza brighe, nel quale egli era solo ed unico signore; era re, ministro, sacerdote di un culto vecchio quanto il mondo, e sempre nuovo, sempre pieno di incanti, e di giocondità.


Luigi Natoli: Gli ultimi saraceni. - Ove si narrano le gesta di Re Guglielmo I e di Messer Matteo Bonello.  
Pagine 719 - Prezzo di copertina € 25,00
Pubblicato per la prima ed unica volta a puntate in appendice al Giornale di Sicilia dal 05 agosto 1911, viene editato dopo più di cento anni da I Buoni Cugini editori per la prima volta in unico volume nel 2015. 

giovedì 11 gennaio 2018

Luigi Natoli: La caduta di Liegi e la minaccia di Charleroi - Tratto da: Alla guerra!


Un ordine del comando generale aveva organizzato un concentramento di forze sopra Charleroi minacciata dagli eserciti tedeschi, Liegi era caduta; torme di fuggiaschi avevano recato intorno, per le città del Belgio, più vicine alla frontiera, il dolore e l’orrore dell’invasione germanica. Liegi, la vecchia e gloriosa città era stata invasa; i forti, che pur avevano gagliardamente resistito, erano caduti. Il nemico aveva vinto pel numero soverchiante. 
Una valanga umana, inarrestabile, terribile di tutte le brutalità, si era abbattuta sulla città industre, difesa da un piccolo esercito votato al sacrificio. La resistenza inaspettata aveva scatenato dal fondo dell’anima degli invasori i primitivi istinti barbarici. Liegi s’era difesa; Liegi aveva arrestato i poderosi eserciti del Kaiser; il cucciolo, che si credeva rovesciare con una pedata, aveva addentato per la zampa il molosso, e lo aveva tenacemente fermato. Il cucciolo difendeva la sua casa. Ecco il delitto. Il più forte, trionfando, aveva punito con tutta la bestiale violenza della contesa vittoria, il divino delitto. 
La città, alcuni forti erano in potere dei tedeschi; altri forti resistevano ancora, ma senza altra speranza che tormentare il nemico, e immobilizzare ancora una parte delle sue forze. 
Ma tutta la Germania, sollevata, trascinata da un furore fanatico simile a una impetuosa fiumana in piena si era rovesciata per tutto il Belgio, con la rapidità di chi vuol presto sbrigarsi di una faccenda per attendere ad altre di maggior conto. 
Bisognava spezzare, abbattere ogni ostacolo per rovesciarsi sulla Francia e correre fino a Parigi. Il tempo urgeva. Anversa su cui si era ritirato l’esercito belga, Namur validamente fortificata, erano due ostacoli che occorreva superare. Quei piccoli belgi bisognava spazzarli da ogni parte, col ferro e col fuoco. Non avevano essi tra Diest e Haelen data una sconfitta ai tedeschi? Essi erano un pericolo, tanto più temibile ora che erano da qualche giorno sbarcati gli Inglesi e che era avvenuto il collegamento con le truppe francesi. 
Ora uno dei più poderosi eserciti tedeschi mirava a Namur, la “porta di Francia”. Espugnare Namur significava avere aperta la via per sboccare sulla terra francese. La città era difesa da una corona di forti più formidabili di quelli di Liegi; dietro di essa da Nivelles a Dinant si stendevano le forze degli alleati franco-belgi; ma il centro della difesa era Charleroi, posta sulla strada fra Namur e Mauberge, la fortissima barriera francese, sul confine belga. 
Presidiata Givet, rafforzata Dinant, il comando aveva fatto di Charleroi la base più considerevole per la sua azione. Tutti i villaggi e i borghi vicini, Marchienne, Bouffroi, Chatelet, Landelis, Montignies, fin presso Valcourt, erano stati occupati da distaccamenti; i ponti del canale fortificati con mitragliatrici; altre mitragliatrici erano state poste sul tetto della stazione della città bassa; tutte le stazioni delle linee ferroviarie erano state occupate.
Per due giorni il paese era stato percorso da truppe che andavano a raggiungere le posizioni loro assegnate. Il 112 reggimento, con cavalleria e artiglieria fu spinto fino ad Auvelais, borgata di otto mila abitanti, attraversata dalla Sambre, a mezza strada fra Charleroi e Namur. La parte del borgo che giace a sinistra del fiume è divisa in due quartieri distinti, Sharte e la Rounerie, tagliati a mezzo dalla strada che conduce a Iemeppe e ad Eghezèe. 
Qualche giorno innanzi a Eghezée era avvenuto uno scontro; tutta la regione posta fra Liegi e Bruxelles era invasa dai tedeschi; i loro Taube, come sinistri uccelli da preda, volteggiavano pei cieli, sui campi dove ancora il sangue umano non si era rasciugato: i loro ulani, a piccoli drappelli, correvano qua e là improvvisi nunzi di terrore, come per testimoniare la presenza dell’esercito di ferro.  
Il reggimento, lasciati ad Auvelais quattrocento fantaccini con cannoni e una sezione di cacciatori a cavallo a presidiare il ponte della strada ferrata, portò altrove il grosso delle sue forze. Guy con una mezza compagnia ebbe l’ordine di occupare l’estrema punta del quartiere della Rounerie, per difendere la strada maestra, donde si aspettava l’arrivo dei tedeschi.
Il giovedì sera, 19, una pattuglia di ulani, apparve sulla strada maestra; i cacciatori francesi li inseguirono fino a Balatre, ne uccisero sei, e ritornarono ad Auvelais. Era il segno della prossima bufera. Il capitano diede gli ordini opportuni; le truppe passarono tutta la notte dormendo sulle strade, coi fucili tra le gambe, pronte a ogni evento, temendosi un assalto notturno di sorpresa: gli avamposti furono rinforzati; gli ufficiali, a turno, durante tutta la notte girarono per gli avamposti, vigilando. Guy ebbe la sua volta, tra la mezzanotte e le due del mattino. La notte era umida, e le stelle tremavano. Non v’era luna. La campagna era immersa nell’ombra; si distendeva fosca, uniforme tra le colline; appena si distinguevano le masse scure degli alberi; e fra le masse scure, le macchie biancastre, incerte, confuse, delle fattorie. Il fiume appariva dove più nero, come un fosso profondo, dove più chiaro, con un lieve luccicore metallico. 
E scorreva fra le sue rive silenziose, fra le sue colline ombreggiate, con un dolce mormorìo, che pareva cantasse la ninna-nanna alla terra laboriosa; né la sua pace idillica pareva turbata dall’insolito affollarsi di armati, dal corruschìo delle armi, da quel travaglio di anime che aspettavan la tempesta di fuoco. 
Guy, avvolto nella mantellina, percorreva la linea degli avamposti, e pensava al domani. 
Fino allora, salvo quel piccolo episodio con gli ulani, egli non aveva visto la guerra davvicino. Da venti giorni circa non aveva fatto che marciare avanti e indietro, per paesi ignoti, non udendo della grande guerra, che l’eco lontana. Ora si trovava sul campo di questa grande guerra, della quale le grandi manovre non erano che una rappresentazione coreografica. 
Sì, nelle grandi manovre si dormiva per terra sotto le tende, si facevano lunghe marce sotto la sferza del sole ardente, si consumavano molte cartucce, si facevano delle cariche alla baionetta, con slancio... Ma era un gioco. Non scoppiavano gli obici tra le file, nessuno cadeva con un grido, con un gemito, squarciato il petto o fracassata la testa dalla mitraglia; nessuno rientrava nell’accampamento con la baionetta, con le mani intrise di sangue... 
Guy pensava al domani. Domani sarebbero giunti i tedeschi; gli ulani li avevano già annunziati; nell’aria immobile si sentiva quasi il rombo pesante e fosco della loro avanzata. Pareva che un fremito percorresse la terra, sotto il passo di quei reggimenti ferrigni, che marciavano con una cecità fanatica, verso la vittoria o la morte, passando, senza fermarsi, sui loro fratelli caduti. Domani quel borgo, che dormiva tranquillo nell’ombra, tra’ fanali spenti, sarebbe diventato un inferno; la Sambra, che mormorava dolcemente fra le colline degradanti coi loro boschetti a specchio, sarebbe stata turbata e insanguinata....


Luigi Natoli: Alla guerra!
Pubblicato per la prima ed unica volta a puntate in appendice al Giornale di Sicilia dal 19 ottobre 1914 viene nel 2014 (a cento anni esatti dalla prima pubblicazione) pubblicato per la prima volta in libro dalla casa editrice I Buoni Cugini editori. Copertina e illustrazioni interne di Niccolò Pizzorno.
Pagine 954 - Prezzo di copertina € 31,00
Sconto del 20% se acquistato dal catalogo prodotti della casa editrice al sito www.ibuonicuginieditori.it
Disponibile in libreria e in tutti i siti di vendita online.

Luigi Natoli: Il professore Benoist. Tratto da: Alla guerra!


La notte era tiepida e limpida; una notte d’agosto, col cielo disseminato di stelle lucenti. La strada illuminata dalle lampade, dai fasci di luce che uscivano dai caffè, si dilungava fino all’angolo dell’avenue de Wagram, dalla quale si distinguevano, precisi, chiari, sotto la luce delle grandi lampade, gli alberi allineati. Per la strada era il via vai faticoso della gente; un trascorrere di carrozze, di automobili, di biciclette; un formicolìo di persone; il rumore confuso delle ruote, delle cornette, dei motori; le grida degli strilloni, il brusìo indistinto e multivoco dei passanti, notteggiavano fra i muri della strada. Ma su, oltre i tetti, ove finiva il travaglio umano, quale pace infinita e misteriosa, nei cieli luminosi!...
Benoist aveva guardato la strada, seguito la folla, sollevato lo sguardo in alto: qualche cosa gli agitava il petto; sentiva la vicinanza di Bianca, e provava una sofferenza oscura, un piacere doloroso, dei bisogni spirituali, delle aspirazioni vaghe e infinite come quel cielo che gli si stendeva sul capo. 
Bianca lo esaminava, mentre egli guardava il cielo. Benoist aveva la linea della fronte pura e nobile; e nel volto quella pensosità un po’ malinconica, che è il sigillo imposto dalla consuetudine di una intensa vita spirituale. In quella raffazzonatura dell’abbigliamento era un po’ goffo e impacciato, come un provinciale venuto di fresco, e che non abituato ancora a vestire un abito nero, lo indossi per la prima volta; ma il ridicolo di questa goffaggine non saliva oltre il colletto. 
Per l’abitudine che egli aveva contratto di passarsi la mano su la fronte, aveva un po’ scompigliato la pettinatura odiosa con la quale il parrucchiere aveva creduto di farlo più bello; i suoi capelli, pur serbando una certa divisione, avevano un disordine che restituiva all’espressione generale del volto un po’ del suo primo carattere. 
Per un po’ rimasero in silenzio: Bianca aspettava che Benoist le dicesse qualche cosa: Benoist aveva il pensiero pieno di idee e di espressioni tumultuose; ma la sua bocca rimaneva chiusa, la parola mentale pareva si arrestasse nelle radici della lingua. 
- Come mai, – domandò Bianca a un tratto, per rompere il silenzio; e anche per ubbidire a un’idea che l’aveva perseguitata da parecchi giorni; – come mai voi, che avevate tanto orrore per la guerra, ne siete diventato ora un partigiano?
Benoist la guardò non senza provare una certa amarezza per quella domanda, così lontana, così estranea alle idee che gli turbinavano nel capo: nondimeno respirò: quella domanda rompeva il silenzio. 
- No, madamigella, – disse dolcemente; – io ho sempre lo stesso orrore per la guerra; io ho sempre sognato e sogno un patto di fratellanza fra tutti gli uomini; la grande famiglia umana affratellata dalla scienza e dal lavoro; due cose che non conoscono confini… È un bel sogno, che si avvererà, deve avverarsi; dobbiamo anzi affrettarne la sua traduzione in realtà… Ma bisognerebbe rendere impossibile ogni violenza… E non son diventato partigiano della guerra, no; ma nessuno può consentire che sia violato il diritto alla esistenza!... La Francia patisce la più bestiale sopraffazione: essa è aggredita, unicamente per essere assoggettata e sfruttata dal capitalismo tedesco, che si è impadronito dell’esercito… Il capitalismo tedesco ha bisogno della ricchezza francese, per non perire. La sua è una aggressione brigantesca, dissimile soltanto nelle proporzioni da quelle che compivano i banditi leggendari sulle strade maestre!... Difendersi non è soltanto un diritto, ma è più, un dovere! Nessuno può sottrarsi al dovere di difendere la terra, la casa, il lavoro, la libertà dei propri concittadini… Non è questa che combattiamo noi, e della quale io riconosco il santo dovere, una guerra per gli interessi di una dinastia o di una classe: è guerra di difesa di tutta la nostra storia passata e avvenire; è la nostra difesa dei due diritti fondamentali, il diritto di vivere e il diritto di esser liberi…
La sua voce era a poco a poco divenuta più sonora e più calda; e i suoi occhi si illuminavano. Bianca però non si diede vinta, scosse il capo, e mormorò: 
- È vero; ma quanto sangue, e quanti cuori spezzati!...
V’era un tremito nella sua parola, l’angoscia paurosa di una sciagura imminente e immancabile.


Luigi Natoli: Alla guerra! 
Pubblicato per la prima ed unica volta a puntate in appendice al Giornale di Sicilia del 19 ottobre 1914 viene nel 2014 (a cento anni esatti dalla prima pubblicazione) pubblicato per la prima volta in libro dalla casa editrice I Buoni Cugini editori. Copertina e illustrazioni interne di Niccolò Pizzorno. 
Pagine 954 - Prezzo di copertina € 31,00
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Disponibile in libreria e in tutti i siti di vendita online. 

Luigi Natoli: Si fa conoscenza con don Calcedonio. Tratto da: Fioravante e Rizzeri.


Don Calcedonio aveva finito di far colazione, e se ne stava a fare un po’ di siesta. Era di giugno e il caldo incombeva su tutte le cose; don Calcedonio s’era sdraiato sopra uno dei banchi del suo teatro, nell’ombra, appoggiando il capo a un cuscino – chè così pomposamente chiamava qualche cosa imbottita di non si sa che roba posta sul nudo legno e per la quale pretendeva dagli spettatori un supplemento. – Il teatro era vuoto; si costituiva di una stanza, anzi di un piccolo magazzino, col soffitto di travi, imbiancato; nelle due pareti si vedevano due palchi, uno di fronte all’altro. Palchi egli li chiamava; il realtà erano due corridoi pensili larghi appena da potervi star seduti: tinti di color cilestrino, con dei disegni in rosso, che non si sapeva bene cosa rappresentassero. Dei banchi erano disposti in fila nella platea, e in quel momento erano sparsi di armature, di vesti, di pupi. Perché – e forse è superfluo dirlo – il teatro di don Calcedonio era la spettabile “Opera dei Pupi”, o, come si leggeva dipinto sulla porta d’ingresso, “Teatro di marionette”. 
V’era, in fondo, il palcoscenico vuoto, desolante come quello di un teatro vero nelle ore del giorno, quando si fa la pulizia. Non scene, non sipario; l’ombra avvolgeva tutte le cose; nello sfondo apparivano il muro senza intonaco, i travicelli dell’armatura scoperti, e di qua e di là appesi, alla rinfusa una grande quantità di pupi, maschi e femmine, cristiani e saraceni che tra l’ombra mandavano dei bagliori, dove le armature prendevano luce in riflesso. I lumi della ribalta spenti, mostravano nelle spelature della tinta esterna del riverbero, la meschinità della latta. E tutto v’era meschino, il frontespizio o vuoi dire la bocca d’opera, dipinta di un color cenere, con delle strisciole bianche e grigie che fingevano cornici di stucco; i panneggi rossi che incorniciavano la scena, dipinta in modo spaventevole, e che pur formava la delizia degli occhi del minuscolo popolo degli spettatori; l’aria stessa che vi si respirava. 
Don Calcedonio, con le mani sotto l’occipite, guardava in alto, e contava i travi del soffitto. Era una cosa abituale in lui; non già che lo facesse di proposito, ma appena si sdraiava supino con gli occhi in su, subitamente si metteva a contare i travi del soffitto. Quella mattina aveva lucidato l’armatura di Fioravante; elmo, corazza, schienali, bracciali e cosciali di nichel, rabescati d’ottone dorato, risplendevano come argento e oro. Fioravante era disteso su un’altra panca, i tre fili di ferro che gli reggevano il capo e le braccia, congiunti insieme, gli davano una posa da guerriero aspettante; la visiera alzata gli scopriva il viso immobile con gli occhi fissi; la veste, corta al ginocchio, verde, color della speranza, ornata di tre file di passamani d’oro, gli pendeva in pieghe simmetriche; e la spada, la terribile Durlindana, che poi avrebbe ereditato Orlando, gli giaceva al fianco. Oh, era un bel paladino Fioravante. Tutta la mattina don Calcedonio l’aveva occupata con lui. Non conosceva risparmio per i paladini; egli vi spendeva anche più che non potessero le sue forze; alcune armature gli costavano fino a cinquecento lire: quella di Orlando per esempio, tutta dorata, con i gomiti, le spallacce, le ginocchiere che parevano argento, e lo scudo con la croce d’oro, che rifulgeva come un sole. Ma Orlando era il paladino maggiore, e conveniva vestirlo meglio degli altri; la sua veste bianca pareva intessuta di gigli e i ricami parevano una pioggia di botton d’oro. Peccato, che avesse gli occhi storti!
Ma don Calcedonio non pensava a lui. Pur continuando a contare le travi del soffitto, la sua mente era piena di Fioravante e di Mambrino, del quale aveva nella mattinata ripulito l’armatura. Questa era diversa da quella di Fioravante, perché Mambrino era saraceno, e i saraceni, si sa, vanno vestiti diversamente. Hanno l’elmo senza visiera, con un turbante attorcigliato e una specie di chiodo in cima, donde scaturiscono le piume. E hanno le brache corte fino al ginocchio, e la scimitarra.
Veramente i romanzi di cavalleria che egli leggeva, dicevano che i guerrieri saraceni erano vestiti come i cristiani; le stesse armature, come lo stesso linguaggio cavalleresco, gli stessi usi; la differenza era che i cristiani giuravano per Gesù e per la Vergine Maria, i saraceni per Macone, Maometto, Apolline, Belial. Ma don Calcedonio vestiva i cavalieri cristiani come i giostranti del secolo XVI, e i saraceni come i turchi dei secoli posteriori. Era tutt’uno per lui!


Luigi Natoli: Fioravante e Rizzeri. 
Pagine 304 - Prezzo di copertina € 19,00
Disponibile in libreria e in tutti i siti di vendita online. 
Disponibile dal catalogo prodotti della casa editrice al sito www.ibuonicuginieditori.it 

lunedì 8 gennaio 2018

Luigi Natoli: Le teorie mediche del Conte di Cagliostro. Tratto da: Cagliostro e le sue avventure.


Le malattie son dentro; s’annidano nelle viscere, nel sangue, nei nervi, in tutto quello che è celato ai nostri occhi, e di cui non possiamo avere la visione precisa. Ma l’anima di chi è ammalato vede e sa dove il corpo è ammalato e di che; bisogna dunque, più che l’invisibile del corpo, leggere nell’anima, domandare all’anima la sede delle sofferenze, ricercare nel suo muto linguaggio la rivelazione di ciò che è celato ai nostri sensi limitati.
Questo io facevo. Mi bastava guardare fisso negli occhi l’ammalato perché una luce si facesse nella mia mente, e io vedessi il suo male, e acquistassi la sicurezza di vincerlo. Questa sicurezza passava dal mio spirito in quello dell’ammalato: egli se ne andava con la medicina da me somministrata, pienamente certo di guarire.
Ho detto che io somministravo le medicine; di fatto io non davo le ricette scritte; poiché queste costituivano già un segreto, non era conveniente né utile metterle in mano di uno speziale, che avrebbe potuto servirsene per fabbricare specifici a suo benefizio: i quali, oltre al danno materiale, me ne avrebbero recato uno morale molto maggiore, giacchè somministrati a caso, senza conoscer veramente la natura del male, cui io adottavo la medicina, avrebbero con l’insuccesso e anche, forse, con la morte, messo in discredito i miei rimedi e me. Io mi provvedevo delle erbe, degli estratti, delle polveri, di tutto ciò che era necessario; fabbrica­vo da me, coi processi alchimici l’olio di zucchero; componevo le me­dicine, in forma di beveraggi o di pillole, la cui formula, per ciò, rimaneva un mio segreto.
Il che per altro ne aumentava il valore. Se la gente avesse saputo che, per esempio, in quelle pillole mira­colose c’entrava della polvere di radici di cicoria, di indivia, di calcitropia,  o anice o aloe, o altre cose così semplici e di niun costo, avrebbe perduto la fede nella mia medicina, e l’avrebbe disprezzata. Il mistero del segreto invece le dava maggior credito e mi permetteva di farla pagare ai ricchi un prezzo veramente favoloso. I ricchi pagavano pei veramente poveri, ai quali som­ministravo gratuitamente i medicinali.
A nessuno domandavo un compen­so per le mie visite. Naturalmente i veri poveri rimuneravano la mia gene­rosità con benedizioni sincere; i bor­ghesi, per la natural albagia spagnola, non volendo parere ingrati o pitocchi, mi ricambiavano con regali  di polli, salsicce, formaggi, vini, stoffe, sicchè non spendevo più nulla per il mio vitto quotidiano; i ricchi, i signori, si di­sobbligavano magnificamente con regali di gioielli e di argenteria.
Nella preparazione dei medicinali non mi facevo aiutare da nessuno, sal­vo che un po’ da Lorenza. Io li preparavo di notte.
Io non avevo bisogno di interrogare gli ammalati per capire qual fosse la loro malattia; se rivolgevo qualche domanda era per seguir l’usanza dei medici, e per dare una soddisfazione agli ammalati stessi: ma in verità mi bastava guardarli fissi, perché la natura delle loro sofferenze mi si rivelava come in un libro. Era una specie di divinazione, che stupiva anche me stesso. Così non sentivo il bisogno di ricorrere a medicine: invocavo l’ispirazione del cielo, imponevo le mani sul capo dell’ammalato, gli dicevo:
- Va tu sei guarito.
Come avvenisse non so; il fatto è che se ne andavano veramente guariti. Ciò aveva del miracoloso; il popolo diceva che io ero un santo o un mago. Ma un mago non invoca Dio, e non compie opere di carità. Io oltre a guarire i poveri, davo loro dei soccorsi di danaro; dunque ero un santo!...
Voi non potete immaginare la folla che assediava la mia casa; empiva l’ingresso, la corte, il vestibolo, il salone. Centinaia di sventurati privi d’ogni soccorso. Io li ascoltavo a uno a uno, senza perdere una parola; entravo nel laboratorio per un istante e ne ritornavo con una quantità di medicine, che dispensavo, dando a ciascuno la sua e ripetendogli quel che egli aveva riferito del suo male. La mia memoria era veramente prodigiosa.
Donde e come nascesse non so, ma ero animato da uno spirito di carità straordinario. A una povera donna, venuta a implorare il mio soccorso, perché aveva il marito in prigione per debiti, diedi il denaro per liberarlo. Questo e altri fatti simili e la mia generosità verso gli ammalati poveri, rialzarono la mia figura e davano un prestigio d’evangelo alle mie parole; cosicchè il mio apostolato per diffondere la massoneria egiziana, ed essere riconosciuto come il Gran Cofto, trovava un terreno favorevole.
 
 
Luigi Natoli: Cagliostro e le sue avventure.
Pagine 884 - Prezzo di copertina € 25,00
Disponibile in libreria e in tutti i siti di vendita online.
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Luigi Natoli: L'alba del 12 gennaio 1848. Tratto da: Chi l'uccise?


L’alba del dodici gennaio in piazza della Fieravecchia un numero sparuto di cittadini incominciava la rivolta. L’alba era fredda, e il cielo coperto di nubi, gli animi pieni di ansia nel vedere quei venti cittadini intorno a una bandiera tricolore, sparare un colpo di fucile. Era la rivoluzione che cominciava. Due ore dopo erano cento, e i colpi spesseggiavano in vari punti.
Maurizia fu svegliata improvvisamente dagli spari vicini, che la atterrirono, non sapendo a chi attribuirli. La sera innanzi la serva aveva portato a casa provviste di pane, di pasta, di legumi, di formaggi. Aveva domandato perché suo padre avesse ordinato tutta quella roba, e la serva aveva risposto:
- C’è la guerra, signorina: c’è la guerra!
Ora udiva le fucilate e si domandava se fossero i soldati quelli che sparavano; e stava trepida in ascolto. Fuori, nella piazza, la gente fremeva e ferveva; ella si affacciò nel balcone, e vide qualche cencio tricolore, e, più in là qualche uomo che incitava altri uomini ad armarsi. Rientrò subito; suo padre si aggirava per le stanze con le mani cacciate nelle tasche, il sigaro spento in bocca, gli occhi fissi sotto le sopracciglia aggrondate. Poi si fermava dietro i vetri del balcone e guardava la piazza, la via, la chiesa del Carmine. Tutto a un tratto disse a Maurizia:
- Vado per vedere di che si tratta.
- Dove va? Non sente le fucilate?
Egli alzò le spalle con noncuranza e uscì; Maurizia lo rincorse:
- Papà!... Papà!... Torni!... Oh Dio!
E afferrato uno scialle, corse giù per le scale: ma il padre non si vedeva più tra la folla che gremiva ora la piazza, ed ella fu presa dalla paura di cacciarsi in quella folla, e risalì. La serva ancora stupiva.
- Gliel’ho detto, che era una pazzia uscire! – le disse.
Ella non rispose. Verso venti ore suo padre rientrò senza dir nulla, ed ella non fece parola, ma con gli occhi lo interrogava. Paolo era andato in qualche casa, dove gli avevano indicato che stesse il comitato rivoluzionario, e non aveva trovato che tre o quattro signori, dai quali non aveva potuto attingere altre notizie che la rivoluzione “camminava”. Si era recato al tribunale, ma lo trovò sprangato; era andato dove sentiva sparare le fucilate, e si era stupito di non vedere le truppe scendere per le vie. E se ne era andato a casa. Quando fu ora di coricarsi Paolo disse:
- Prega Dio che questa rivolta si tramuti in vera rivoluzione, perché da essa dipenderà la tua salvezza....
 
 
 
Luigi Natoli: Chi l'uccise?
Pagine 146 - Prezzo di copertina € 13,50
Disponibile in libreria e in tutti i siti di vendita online.
Disponibile dal catalogo prodotti della casa editrice al sito www.ibuonicuginieditori.it
 
 
 
Chi l'uccise? fa anche parte del volume che comprende tre romanzi sul Risorgimento italiano di Luigi Natoli: Braccio di Ferro avventure di un carbonaro, I morti tornano..., Chi l'uccise?
Pagine 881 - Prezzo di copertina € 24,00. Con le illustrazioni di Niccolò Pizzorno.
Disponibile in libreria e in tutti i siti di vendita online.
Sconto del 20% se acquistato dal catalogo prodotti della casa editrice al sito www.ibuonicuginieditori.it
 

venerdì 5 gennaio 2018

Luigi Natoli: L'Epifania e le strenne

Capo d'anno ed Epifania sono giorni in cui si fanno regali. L'usanza è antica e gentile. Questi regali si chiamano strenne.
In molti paesi i fanciulli cedono che quelle notti il Bambino Gesù porti loro chicche, giocattoli e altri doni; e preparano una calza, una scarpa, un cestino.
In altri paesi questi doni sono portati da una vecchia, chiamata la Befana, la notte dal 5 al 6 gennaio.
Or vedete un po' la fantasia popolare come trasforma le cose! il 6 gennaio la Chiesa celebra la visita dei Magi a Gesù; e questa, con parola greca si dice festa dell'Epifania. I Magi, voi lo sapete, offersero al Bambino oro, incenso e mirra. Ora questa parola Epifania diventò Pifània, e poi Befana; e il popolo, non sapendo che fosse questa Befana, la immaginò come una vecchia che porta i doni ai bambini.
In molti paesi della Sicilia la parola strenna si trasformò in strina; e la strina diventò anch'essa, come la befana, una vecchia, che porta i doni per la festa di Capo d'anno.  
 
Luigi Natoli

giovedì 4 gennaio 2018

Luigi Natoli: Le origini del casato dei Ventimiglia. Tratto da: Il tesoro dei Ventimiglia (Latini e Catalani vol. 2)


“I saraceni, – raccontava mamma Rosa, – erano ventimila, e i cristiani mille. Credete voi che i cristiani avessero paura e rifiutassero la battaglia? Manco per idea. Il re dei Saraceni che era un gigante terribile, con gli occhi che mandavano fuoco dice: - olà, cavalieri cristiani! Voi siete pochi, e noi possiamo farvi a pezzi e salarvi come tonni; ma siccome siete valorosi, vi propongo di arrendervi e convertirvi a Maometto: e avrete montagne d’oro e grandi uffici. Vi accordo un’ora di tempo per risolvervi. – ma il capitano dei cristiani che si chiamava Arduino, rispose:- Vile Saraceno! E hai il coraggio di offendere così i guerrieri di nostro Signore Gesù? Tira la tua scimitarra , che ti farò vedere quanto pesa la nostra spada! – E detto fatto fa sonare le trombe, e attacca la battaglia. Mille erano, figlie mie, e centomila parevano. In mezzo ai Saraceni roteavano le spade, e facevan volare per aria braccia, gambe, teste. Arduino pareva un leone in una mandra. Di suo pugno ne uccise più di mille, e con gran colpo di spada, tagliò netto in due dalla testa al cinto il gigante saraceno, con tutto che avesse l’elmo e la corazza. Basta, per farvela breve, non restò vivo neppure un saraceno. Il Gran Conte fece festa ai vincitori, e chiamato Arduino, lo fece conte, e gli disse: – da oggi in poi tu ti chiamerai Arduino dei Ventimiglia” – e poi questo nome diventò Ventimiglia. Così ebbe origine questa casa. Il luogo dove si combatte si chiama ancora “ Piano della battaglia”.
 
 
Luigi Natoli: Il tesoro dei Ventimiglia. Tratto da: Latini e Catalani vol. 2
Prezzo di copertina € 22,00
Disponibile in libreria e in tutti i siti di vendita online.
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Luigi Natoli: I Cavalieri della Stella sotto la protezione dei Re Magi.


L'accademia della Stella di cui egli faceva parte, e aspirava ad esser capo, o, come si chiamava, Principe, era una compagnia o congregazione o scuola, o tutto questo insieme, di cento cavalieri, di nobiltà antica e indiscutibile, che face­van professioni d'armi allo scopo di for­nire eccellenti militi nella perpetua guer­ra contro i barbareschi: una specie di or­dine militare – in origine – non dissi­mile nello scopo fondamentale da quello dei cavalieri di S. Giovanni e di S. Stefa­no; ma senza alcun carattere monastico o voto minore; uguale alla Congregazio­ne d'arme, che s'era istituita in Palermo nel secolo XVI.
Posta sotto la protezione dei Re Ma­gi, aveva assunto come insegna la Stella miracolosa apparsa ai tre re d'Oriente, in­castrandola nella Croce di Malta: d'onde il nome di Accademia della Stella.
Col volger del tempo, pareva aver di­menticato il suo scopo originario; e non mandava più i suoi cavalieri a dar la cac­cia alle navi mussulmane; ma continuava con uno sfarzo, con una magnificenza tutta spagnola, a dar mostra di sè nella bravura de’ suoi cavalieri nelle grandi occasioni religiose o civili. L'insediamento del nuovo Senato, l'apertura della fiera, la festa dell'Assun­ta, l'arrivo o la partenza del vicerè, la pre­sa di possesso di un nuovo arcivescovo, le feste per la nascita di qualche principe reale, o di qualche matrimonio regio, o dell'incoronazione del re, e in generale tutti i grandi avvenimenti celebrati con pompa ufficiale, erano altrettante occa­sioni, perché i cavalieri della Stella faces­sero la loro sontuosa cavalcata, o cele­brassero una giostra, vaghissima per no­vità di giuochi, d'imprese, di divise, di colpi.
Non era facile far parte dell'Accade­mia. Oltre che si doveva essere nobili da almeno duecent’anni, il numero dei cavalieri era limitato a cento, e non vi si entrava che per elezione a bossolo, e dopo una serie di informazioni e di formalità per assicurarsi della degnità dell'aspirante: sicché far parte dell'Accademia si teneva a grande onore, e come un segno della nobiltà e della grandezza della casa, e i padri che già ne avevan fatto par­te, sollecitavano che quell'onore si trasmettesse nei figli, stabilendo una specie di successione ereditaria come in una paria.
 
Luigi Natoli: I Cavalieri della Stella o La caduta di Messina.
Pagine 954 - Prezzo di copertina € 26,00.
Disponibile in libreria e in tutti i siti di vendita online
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martedì 2 gennaio 2018

Luigi Natoli: Matteo Palizzi. Tratto da: Il tesoro dei Ventimiglia (Latini e Catalani vol.2)


Popolo! Dite una folla inconsapevole, mutabile, che si volta là dove la spinge il vento; che oggi ti segue, ti esalta, si fa uccidere per te; domani ti abbandona, ti vitupera, ti uccide. Non ve ne fidate… Non v’è che un mezzo di tenerlo soggetto e devoto: la paura. E la paura la incutono le armi. Circondatevi di milizie, di quelle che non conoscono la pietà, e tenetele come una minaccia sospesa sul popolo, e questo non si arrischierà mai di tentare qualche cosa contro di voi… E dategli pane; anzi fategli capire che voi solo potete dargli pane, perché non si allontani da voi. Il popolo è un cane: il cane non si mantiene sottomesso e fedele che con lo staffile e col pane. Ma non lo saziate: alimentategli la speranza di ottener di più, perché vi segua … Io ho errato: ho mostrato troppo dispregio e nel tempo stesso troppa debolezza. L’ho abbandonato a sé stesso. Non ne ho diffidato abbastanza. Domatelo senza che egli trovi ragione e mezzi per ribellarsi, ma diffidatene sempre, e abbiate sempre pronte le armi per rompergli le zanne …
  Tacque un poco e riprese:
  - Io l’odio questo popolo, che sparse il sangue dei miei figli; che saccheggiò, bruciò la mia casa; che mi cacciò come un lupo; che perseguitò i miei amici; e vorrei colpirlo con la mia vendetta… Ma mi serve. Deve essere lo strumento della mia rivincita. Io lo scaglierò addosso ai miei nemici, come una muta di cani sul cinghiale.
  Parlando i suoi occhi si accendevano di fiamme d’odio che davano al suo volto una espressione feroce e spaventevole.
  - Non ne ho dimenticato nessuno.
  Nuovo silenzio. I due Chiaramonte lo guardavano, con ammirazione sommessa, come soggiogati da quella volontà imperiosa...
Il resto della conversazione si aggirò sulla necessità di preparargli la casa. Il palazzo degli Schiavi era stato restaurato ma, come possedimento di un reo di fellonia, era passato nelle mani del Fisco che l’aveva venduto. Bisognava riscattarlo, e s’intende, con denari del Fisco stesso: ma intanto bisognava provvedere, perché da un giorno all’altro sarebbe arrivata la famiglia. Non gli davan pensiero le quattro figlie, che sarebbero andate in monastero fino al giorno, che avrebbero trovato marito; quanto i maschi; alcuno dei quali era ancora fanciullo. La moglie era morta da più anni. Questi figli lo impensierivano: bisognava dar loro uno stato; ed egli bandito, spogliato del suo, senza ufficii lucrosi, non vedeva dinanzi a sé che una povertà umiliante e odiosa. Guai a coloro che l’avevan ridotto in quello stato! Ora bisognava rifar da capo la sua ricchezza. E con ogni mezzo. Era ancor vivo, sano, vigoroso, col cuore gonfio di ambizioni e d’odio; con una volontà tenace, senza scrupoli, temprata nelle angustie e nei rancori dell’esilio. La disgrazia gli aveva insegnato a coprire le audacie con l’arte di dissimulare di Damiano. Si sentiva capace di tutto, sicuro di sé, fiducioso nella fortuna. Sarebbe diventato il padrone, l’arbitro del regno. Il re, quel Ludovico, che non aveva ancora dodici anni, malaticcio, cucito alle gonne della madre e della governante, sulle quali egli aveva un ascendente che pareva dominio; quel re, che a Blasco Alagona, tutore ufficiale, dava autorità e governo, doveva cadere nelle sue mani, non essere che un nome, un’insegna, una figura di sigillo.
Sprofondato nella visione interiore del suo sogno di dominio, Matteo spingeva lo sguardo oltre e fuori del regno. Immedesimava le sue ambizioni con le necessità politiche del tempo; stringeva alleanze; tirava dalla sua il papa e la repubblica di Genova; creava imbarazzi al re Pietro IV di Aragona, il cui occhio cupido si volgeva alla lontana Sicilia, ora che aveva messo piede in Sardegna; e al quale come a naturale protettore miravano i Catalani dell’Isola. Con lunga, acuta intuizione, vedeva nel re di Aragona la minaccia dell’asservimento della Sicilia a quel reame al quale eran legati i Catalani di qui, per comunanza di origine, per parentele, per interessi.
Identificava così la causa dell’indipendenza del regno di Sicilia con la sua propria: egli era il salvatore; il potere nelle sue mani significava la sicurezza della indipendenza. Le vendette che egli escogitava erano la liberazione del regno da ogni pericolo. Bisognava abbattere, disperdere, annientare i Catalani e quanti parteggiavano per essi: trascinarsi dietro il baronaggio siciliano più possente: i Chiaramonte, i Montaperti, i Lancia, i Tagliavia; costringere i Rosso, gli Sclafani a sottomettersi e passare alla sua parte o a perire. Poi…
Guardando quella sala, rivedendo la massa imponente dello Steri, rievocando gli innumerevoli feudi dei Chiaramonte, si domandava se questi suoi possenti congiunti si sarebbero poi acconciati a subire il suo dominio. E dopo i Chiaramonte apparivano gli altri signori: nobiltà ricca di feudi e di memorie: divenuta in quei trambusti indipendente; disavvezza da ogni idea di sommissione a una autorità, anche a quella regia. Ah! Quel baronaggio così ribelle, così difficile, così mutabile! Ecco l’ostacolo: forse maggiore di quello che egli riconosceva nella nobiltà catalana. Bisognava piegare, abbattere quel baronaggio, passare sopra quelle teste, spezzare le spade, dopo essersene servito. Una spada sola, la sua.
 
Luigi Natoli: Latini e Catalani vol 2 - Il tesoro dei Ventimiglia.
Prezzo di copertina € 22,00
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sabato 30 dicembre 2017

Buon Anno da... Luigi Natoli.

Comincia un nuovo anno. Ogni cuore lo saluta come l'incominciamento di una vita nuova; e spera che non soffrirà i dolori dell'anno scorso. Questo augura a sé e agli altri. Un proverbio dice: Anno nuovo, vita nuova.
Ma che vuol dire questa vita nuova?
Vuol dire che tu devi esaminare quello che hai fatto durante l'anno scorso; devi riconoscere i tuoi mancamenti; proporti di correggerti, e mantenere saldamente i tuoi propositi.
Sei stato ozioso? Lavora: la prima nobiltà dell'uomo è il lavoro; la prima medicina dell'anima è il lavoro. Chi lavora con zelo e con assiduità non ha il tempo di contrarre cattive abitudini. La zappa adoperata sempre non prende ruggine.
Hai sciupato tempo? Rifatti con maggiore assiduità, del tempo che hai perduto.
Sei stato negligente? Devi essere diligente. Hai disubbidito? Devi essere ubbidiente. Hai nutrito rancore, ti sei inimicato contro qualcuno? Devi amarlo.
E così tu potrai dire veramente di cominciare una vita nuova.
Buon Anno.
 
Luigi Natoli

giovedì 28 dicembre 2017

Luigi Natoli: I "malvizzi". Tratto da: I cavalieri della Stella o La caduta di Messina.


- Ah! sono merli? disse qual­cuno del partito cittadino tradizionale. e noi siamo “malvizzi”(tordi).
E anche questo nome diventò un sim­bolo, un segno, una bandiera; e malvizzi furono i cittadini dell'ordine senatorio, i nobili, i mercanti, il clero, i frati, parte delle maestranze. La divisione ebbe così i suoi nomi: la città si spartì tra Merli e Malvizzi, gli uni considerando gli altri come traditori; le piazze, le strade, le case, i conventi me­desimi e le chiese, si tramutarono in un campo sul quale le due fazioni scendeva­no coi rimproveri, le ingiurie, le minacce, le persecuzioni. Il Senato imprigionava i Merli; lo stratigò perseguitava i Malvizzi: don Luigi de l'Hoyo, sicuro oramai di avere oltre al presidio dei castelli la parte più manesca della cittadinanza, gittava la maschera. 
L'ultimo di quei segreti convegni av­venne la notte del 29 marzo. Che cosa disse lo stratigò? Che cosa promise? Pri­ma di ritirarsi nella reggia egli diede un labaro nero, da una parte del quale era un Cristo crocifisso, dall'altra la Vergine: quelle due immagini, significazione di pace, di concordia, di carità eran segno di guerra, d'odio, di distruzione.
La mattina del 30, sul far del sole, una gran folla, con quella bandiera alla testa, invase le vie principali, gridando: “Viva Maria, viva il re di Spagna, morte ai traditori!”. Un nuovo esercito veniva ad aggiun­gersi alla folla dei “Merli”; erano i pezzen­ti, che lo stratigò malignamente aveva fatto uscire dal Ser­raglio, specie di ospizio di mendicità, dove stavan rinchiusi non certo volenterosa­mente: erano un migliaio di miserabili, quali storpiati dalla natura, quali defor­mati da malattie; molti serrativi per vaga­bondaggio: una vera corte di miracoli, luri­da, avida, feroce, piena di tutti i rancori, di tutte le brame, di tutte le ferocie annidantesi nel fondo oscuro della bestia umana. Uscivano tumultuando, urlando in una ebbrezza di luce e di aria che molti­plicava le loro torbide passioni. Il rumo­re delle grucce e dei bastoni, l'agitar dei moncherini aumentava l'orrore e il ri­brezzo che destava quell'esercito di re­spinti dalla natura.
- Viva il re di Spagna! morte ai tra­ditori!... – urlavano raucamente con bocche contraffatte e con volti segnati da mali orribili, annusando nell'aria l'odore delle rapine e delle violenze.
- Viva il re di Spagna! viva Maria!...
- Alla casa di Silvestro Fenga! alla casa di Silvestro Fenga!...
Silvestro Fenga era uno dei senatori, che godeva fama di grande ricchezza: poté salvar sé da quella furia del popolo, non la casa. Fu la prima a essere sac­cheggiata e data alle fiamme, e di essa non rimasero, scrisse un testimonio “né meno li vestigi ov’erano li solai, e s'udiva una gran puzzura di zolfo e pareva abissasse l'aria”. Nell'orgia del saccheggio e mentre le fiamme crepitavano un'altra voce gridò: 
-  All'Albergaria!...
Chi l'aveva detto? Queste voci parto­no da una folla, come dal fondo perduto di una voragine. Nessuno vede la bocca che la pronuncia; ma tutti l'odono e la sentono rifluire nelle loro bocche; e il pensie­ro di uno si tramuta a un tratto in pensie­ro di tutti, tutte le volontà diventano una volontà sola, formidabile, terribile, gigantesca!...
L'Albergaria era una prigione che sorgeva nel quartiere dello stesso nome; e racchiudeva i delinquenti popolari, gen­te avvezza al delitto. Quale contributo di forze non avreb­be portato all'opera di devastazione? In breve i cancelli di legno furono spezzati, bruciati, i registri arsi, i carcerati liberi. Lì presso era la casa di Antonio Bottone, altro senatore; fu assalita, deva­stata, saccheggiata; non vi rimase un chiodo. Il furore pazzo e incendiario aveva invaso la folla; una dopo l'altra le ca­se dei senatori cadevano sotto l'impeto di quell'esercito scarmigliato, simile a un torrente contenuto, al quale improvvisa­mente tolgono le cateratte, e rovina con fracasso, e nella sua rovina trascinando ogni cosa...

Luigi Natoli: I cavalieri della Stella o La caduta di Messina. 
Prezzo di copertina € 26,00 - Pagine 954
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