giovedì 27 aprile 2017

Luigi Natoli e il Medioevo siciliano: messer Francesco Ventimiglia conte di Geraci. Tratto da: Latini e Catalani vol. 1 - Mastro Bertuchello


Messer Francesco Ventimiglia, conte di Geraci, vantava sangue regio. Una tradizione di famiglia, che però non è avvalorata da alcun documento, gli attribuiva discendenza dai principi della Casa d’Altavilla: certo le armi dei Ventimiglia erano quelle stesse dei re normanni di Sicilia: lo scudo d’azzurro traversato da una fascia a scacchi alternati bianchi e rossi.
Messer Francesco era uno dei più potenti signori del reame; il suo vasto dominio si stendeva dal mare fino sopra le Madonie.
Al tempo della catastrofe comprendeva una ventina di feudi, Sperlinga, Pollina, Castelbuono, Golisano, Gratteri, Sant’ Angelo, Malvicino, Tusa, Castelluccio, le due Petralie, Gangi, S. Marco, Belici e altre terre minori e casali, lo riconoscevano signore: alla sua casa,per diritto ereditario concesso dai re, spettava l’ufficio di Gran Camerario, una delle sei o sette dignità supreme del regno.
L’amicizia e la protezione di chi gli era largo al re Federigo, che lo aveva incaricato di ambasceria pel papa, e lo aveva dato compagno al principe Pietro nella escursione in Toscana, lo avevano fatto conte di Geraci: i servigi resi da lui al re e al regno travagliato dalle continue pretensioni della corte angioina, la ricchezza, l’ampiezza della stato ne avevano fatto il personaggio più rispettato, più temuto, più invidiato. Non poteva dire di essere amato o di godere salde amicizie. Non se le accattivava. Facile agli impeti, violento, instabile nelle relazioni, vago di piaceri e di novità, superbo della sua nobiltà, spregiatore degli altri, generoso fino alla prodigalità e nel tempo stesso geloso dei suoi diritti, prode, irriflessivo, era un impasto di buone e di cattive qualità.
Ora molti anni innanzi, una mattina, ascoltando messa nella chiesa di S. Maria Maddalena, alla Galca, messer Francesco vide entrare una giovinetta assai bella, e con certi occhi che trapassavan come dardi il cuore di chi la mirava. Era accompagnata da una vecchia, la nutrice forse o la nonna, ché poteva essere l’una o l’altra. Che bisogno aveva il conte, allora giovane e avido di piaceri, innamorarsi sul serio di quella giovane? Bella, sì, lo era: ma anche le altre donne di cui egli si era incapricciato eran belle, e tuttavia messer Francesco non si era perduto dietro a loro. Prendeva e lasciava. Quella volta, no. Madonna Margherita Consolo non fu così facile a cedere....
 
 
 
Luigi Natoli: Latini e Catalani vol 1 - Mastro Bertuchello.
Pagine 575 - Prezzo di copertina € 22,00 - Sconto del 20% se acquistato dal catalogo prodotti della casa editrice al sito www.ibuonicuginieditori.it
 

martedì 25 aprile 2017

Luigi Natoli e l'Italia libera

O figliuoli. Questa Italia così bella, così grande, così possente, così ricca; questa Italia che così godete l'abbiam fatta noi. E' sangue del nostro sangue. Amatela come noi, figliuoli: essa è la gioia e la gloria del mondo!

Luigi Natoli

venerdì 21 aprile 2017

Luigi Natoli: L'ingresso di Ferdinando IV a Palermo. Tratto da: I mille e un duelli del bel Torralba.


C’era nel cielo mezzo sgombro di nubi un sorriso di sole; e nei visi un’aria di contentezza. Lungo la via Toledo fino ai Quattro Canti stavano allineate le maestranze, ma senz’armi: ognuna col proprio console e i propri ufficiali vestiti d’uniforme turchina con le risvolte rosse; tutti avevano nel cappello la coccarda rossa: nella via Maqueda era schierata la guardia dei Miliziotti, specie di milizia urbana. Intanto attraversavano le due strade le carrozze dei ministri, quelle del Senato, dei grandi Signori, per andare al Molo; passava la carrozza reale tirata da sei cavalli frigioni. La folla si assiepava dietro le file delle maestranze e dei Miliziotti; si sapeva che lo sbarco del re non sarebbe stato annunziato da nessun colpo di cannone, né da salve di moschetteria, e però si aspettavano di veder comparire a un tratto il corteo reale, dallo stradone dei Quattro Venti.
E finalmente dopo qualche ora buona, si udì un clangore di trombe. Per la folla corse un grido di bocca in bocca:
- Eccolo! Eccolo!
Apparvero innanzi due cavalleggeri con le pistole in pugno, poi con un nugolo di lacchè, di staffieri, che precedevano la carrozza reale fiancheggiata dagli alabardieri. Vi era dentro il re, vestito da generale, col principe ereditario Francesco, il duca Gravina e il marchese del Vasto. Dietro la carrozza, cavalcavano due cor.... di gabinetto, e poi quattro cavalieri con le sciabole sguainate; le trombe e i tamburi del reggimento principe Alberto, il reggimento Esteri; in fine le carrozze dei signori. Via via che il re passava, la folla applaudiva e gridava freneticamente evviva: Ferdinando salutava sorridendo, e mormorava chi sa quali facezie al figlio, che pallido e floscio gli sedeva accanto, e pareva covasse qualche segreto malore. 
Per la seconda volta, il 25 gennaro del 1806 il re Ferdinando IV, fuggendo le armi francesi condotte da Giuseppe Bonaparte e dal generale Massena veniva a cercare un ricovero e una difesa in Sicilia; veniva nel mese seguente la regina Maria Carolina coi principi, con la principessa, con la nuora Isabella seconda moglie del principe ereditario Francesco: e con loro e dietro a loro circa due migliaia di emigrati napoletani, e molti francesi, che per la seconda volta venivano a pesare sulle esauste spalle della Sicilia; e soprattutto venivano gl’Inglesi, non da ospiti questa volta, ma da padroni....
 
 
 
Luigi Natoli: I mille e un duelli del bel Torralba
Prezzo di copertina € 24,00 - Pagine 456 - Sconto 20% se acquistato dal catalogo prodotti della casa editrice.
Disponibile in tutti i siti di vendita online e a Palermo nelle librerie indicate al sito www.ibuonicuginieditori.it

 

 

Luigi Natoli nella collana edita I Buoni Cugini editori a "La via dei Librai" il 22 e 23 aprile a Palermo, sul Corso Vittorio Emanuele .



In occasione della giornata mondiale del libro, all'evento "La via dei Librai" che si terrà a Palermo nei giorni 22 e 23 aprile lungo la via del Cassaro (odierno Corso Vittorio Emanuele) sarà presente Luigi Natoli nella collana edita "I Buoni Cugini editori". I venti volumi ad oggi pubblicati, saranno in vendita presso la Libreria Zacco - Corso Vittorio Emanuele 423
 
 

mercoledì 19 aprile 2017

Luigi Natoli: L'Accademia della Stella. Tratto da: I Cavalieri della Stella o La caduta di Messina


L'accademia della Stella di cui egli faceva parte, e aspirava ad esser capo, o, come si chiamava, Principe, era una compagnia o congregazione o scuola, o tutto questo insieme, di cento cavalieri, di nobiltà antica e indiscutibile, che face­van professioni d'armi allo scopo di for­nire eccellenti militi nella perpetua guer­ra contro i barbareschi: una specie di or­dine militare – in origine – non dissi­mile nello scopo fondamentale da quello dei cavalieri di S. Giovanni e di S. Stefa­no; ma senza alcun carattere monastico o voto minore; uguale alla Congregazio­ne d'arme, che s'era istituita in Palermo nel secolo XVI.

Posta sotto la protezione dei Re Ma­gi, aveva assunto come insegna la Stella miracolosa apparsa ai tre re d'Oriente, in­castrandola nella Croce di Malta: d'onde il nome di Accademia della Stella.
Col volger del tempo, pareva aver di­menticato il suo scopo originario; e non mandava più i suoi cavalieri a dar la cac­cia alle navi mussulmane; ma continuava con uno sfarzo, con una magnificenza tutta spagnola, a dar mostra di sè nella bravura de’ suoi cavalieri nelle grandi occasioni religiose o civili. L'insediamento del nuovo Senato, l'apertura della fiera, la festa dell'Assun­ta, l'arrivo o la partenza del vicerè, la pre­sa di possesso di un nuovo arcivescovo, le feste per la nascita di qualche principe reale, o di qualche matrimonio regio, o dell'incoronazione del re, e in generale tutti i grandi avvenimenti celebrati con pompa ufficiale, erano altrettante occa­sioni, perché i cavalieri della Stella faces­sero la loro sontuosa cavalcata, o cele­brassero una giostra, vaghissima per no­vità di giuochi, d'imprese, di divise, di colpi.
Non era facile far parte dell'Accade­mia. Oltre che si doveva essere nobili da almeno duecent’anni, il numero dei cavalieri era limitato a cento, e non vi si entrava che per elezione a bossolo, e dopo una serie di informazioni e di formalità per assicurarsi della degnità dell'aspirante: sicché far parte dell'Accademia si teneva a grande onore, e come un segno della nobiltà e della grandezza della casa, e i padri che già ne avevan fatto par­te, sollecitavano che quell'onore si trasmettesse nei figli, stabilendo una specie di successione ereditaria come in una paria.
 
 
 
Luigi Natoli: I Cavalieri della Stella o La caduta di Messina.
Prezzo di copertina € 26,00 - Pagine 954 - Disegni di Niccolò Pizzorno
A Palermo disponibile presso le librerie indicate nel sito. Disponibile presso tutti i siti di vendita on line e dal catalogo prodotti della casa editrice con lo sconto del 20% al sito www.ibuonicuginieditori.it
 
 

Luigi Natoli: La cappella Palatina. Tratto da: Guida di Palermo e suoi dintorni 1891


Cappella Palatina dedicata a S. Pietro è, forse, il più prezioso gioiello dell’architettura siciliana, sorta dalla fusione degli stili e delle ornamentazioni gotici, bisantini ed arabi. I musaici del portico del 1506 furono rifatti nel 1800; ma il vestibolo è avanzo dell’antico portico; sei delle colonne sono di granito egiziano. A sinistra del portico, incastrata sul muro è una iscrizione trilingue (araba, greca, latina) che ricorda un orologio fatto nel 1142 da un artefice di Malta, con macchine e ruote congegnosissime.
Questa cappella fu cominciata a edificare nel 1129 dal re Ruggero II, finita nelle sue parti nel 1132, e consacrata nel 1140; però alcuni musaici sono dell’epoca aragonese. Il tempio, in forma di basilica a tre navi è lungo 23 metri, e largo 13; le ogive poggiano su due file di colonne antiche di granito e di cipollino con capitelli corinzi e compositi, cinque per lato; ma le colonne dell’arco principale della solea e quelle della protesi e del diaconico sono addoppiate. La solea s’alza su cinque gradini; e la croce è sormontata da una cupola alta 18  metri, nella quale s’aprono otto finestre. Il soffitto, di legno, elegantemente scolpito e adorno di rosoni contornati d’iscrizioni cufiche. Bellissino l’ambone, dalla parte della protesi, sorretto da colonnine; accanto al quale un importante candelabro alto 4 metri e mezzo, di marmo bianco con ornati e figure, opera del secolo XII. Il coro, di stile gotico lombardo è opera moderna. Le pareti sono in basso coperte di grandi tavole di marmo inquadrate in bei fregi a musaico, e in alto sono istoriati da pregevoli musaici su fondo d’oro, i cui soggetti sono cavati 34 dall’antico testamento, 7 dalla vita di Gesù, 5 da quella di S. Paolo e 9 da quella di S. Pietro. I più antichi musaici sono nel coro, che rimontano all’epoca di Ruggero, eccezione fatta della figura della Vergine, restaurata ai tempi nostri. In fondo all’abside maggiore vi è una grande figura del Cristo che benedice, tenendo in una mano un libro aperto, su cui in greco è scritto “Io sono la luce del mondo, chi segue me non cammina fra le tenebre, ma avrà la luce della vita”. A giudizio di tutti questa cappella è un capolavoro dell’architettura medievale e, forse, la più bella del mondo...
 
 
Luigi Natoli: Guida di Palermo e suoi dintorni 1891 - Perfettamente ricostruita sulla edizione pubblicata da Carlo Clausen nel 1891 in occasione della Esposizione Nazionale,  corredata con le foto, le pubblicità e la cartina della città di Palermo dell'epoca ripiegata a fine volume.
Prezzo di copertina € 19,00 - Pagine 218
A Palermo, disponibile presso le librerie indicate nel sito.
Disponibile in tutti i siti di vendita online e dal catalogo prodotti della casa editrice al sito www.ibuonicuginieditori.it
 

venerdì 14 aprile 2017

14 aprile 1857: 160 anni fa nasceva Luigi Natoli


All'arte avevo dato io i primi sogni della giovi­nezza: li sacrificai a quello che mi apparve dovere di cittadino; e ho frantumato la mia attività in mille pic­cole cose, di vita effimera, per esumare, divulgare le memorie del nostro passato; per farle amare; per spronare altri alla storia nostra, che non defrauda, ma aggiunge nuove immarciscibili foglie all’alloro di che si inghirlanda l’Italia madre; e per far sentire ai giovani l’orgoglio di essere siciliani, ma nel tempo stesso il dovere che incombe sopra di loro, di esser degni del passato glorioso; e render nelle opere feconde della pace l’isola nativa emula delle altre regioni d’Italia, come emula, se non pur superiore, fu per rinuncie, per sacrifici, per sangue generosamente versato.

Troppo io presunsi; lo so: ma se da questi scritti movesse qualcuno di maggior ingegno e più matura pre­parazione, e con maggior agio, a studiare profonda­mente e a rivelare questo o quell'aspetto del nostro Ottocento, io mi sentirei pago, e non rimpiangerei i sogni della mia giovinezza oramai tramontata da un pezzo.
 
Luigi Natoli

martedì 4 aprile 2017

Luigi Natoli: La via dei librai

I Buoni Cugini Editori saranno presenti all'evento "La via dei Librai" a Palermo, nei giorni 22 e 23 aprile presso la libreria Zacco - C.so Vittorio Emanuele (di fronte chiesa del S. Salvatore) - Palermo.
 
 
 

Luigi Natoli: L'Abate Meli, romanzo storico siciliano


Don Giovanni Meli, se ne stava nel suo studio mode­stamente arredato, scartabellando un volume di medicina per una consulta che doveva fare. Era medico.
In quel tempo abitava una casa die­tro il coro della Chiesa dell'Olivella, casa modesta, dove erano vissuti suo padre, sua madre, due zie che erano morti, e l'avevano lasciato con due fra­telli, Stefano e Tommaso che si era fat­to frate nei domenicani e una sorella pazza.
Giovanni era il dotto della fami­glia, e il suo nome era famoso in tut­ta la Sicilia, come quello di un gran poeta.
Era un uomo di circa 50 anni, di statura media, bruno di volto, coi ca­pelli quasi neri, con parecchi fili d'ar­gento tirati indietro e legati con un na­stro, gli occhi nerissimi, vivaci; un'aria modesta, non curante di sè, ma pulita. Vestiva di nero, alla guisa degli abati ed infatti lo chiamavano «l'abate Me­li». Ma non lo era, anzi non era nep­
pure chierico, nè aveva i quattro ordi­ni e la tonsura, che prese l'ultimo an­no di sua vita per ottenere l'abazia che non ottenne. Era semplicemente il «dottor Meli», e si vestiva da abate per avere libero accesso nei monasteri, do­ve non si entrava, se non si appartene­va alla Chiesa, in un modo qualunque.
Di tanto in tanto in quella che scar­tabellava, guardava, pensando, nella parete, di contro, ove era una libreria con pochi volumi di medicina e molti di letteratura.
In quegli sguardi forse c'era un pen­siero medico, per la consulta che dove­va farsi, o piuttosto c'era un'immagine poetica che egli perseguiva, e che si frammezzava alla medicina?
Era già il celebre poeta che le dame si disputavano; ed egli non solo frequentava volentieri le riunioni, dove il gusto, la finezza, la si­gnorilità, davano esca alle sue odicine, che lo avevano fatto battezzare «il nuo­vo Anacreonte», ma accoglieva, forse in armonia col passato, gl'inviti della baro­nessa, più per abito che per curiosità. Ora attraversava le sale, osservando, aguzzando l'ingegno, sorridendo, con quella faccia serena, che le sventure del­la vita non osavano intaccare. Egli era conosciutissimo, passando, udiva parla­re di sè: – Abate Meli! – di qua e di là; la voce pubblica lo teneva per abate, ed egli non se ne faceva.
Vestito di nero, con l'aria di Abate, faceva un forte contrasto con la varie­tà dei colori vaghissimi. Pareva un ca­labrone in mezzo ai fiori; ma se parla­va, la giocondità che spandeva, riman­giava il paragone. Quella sera, in veri­tà non era di buon umore, la confiden­za di fra Francesco e la ricerca di quel nipote a cui doveva dare il plico del frate; e poi la morte di questo, l'aveva­no occupato per mezza giornata. La se­ra la preoccupazione era cessata, ma era rimasta quella tale melanconia in­definita, lasciatagli come retaggio.
 
 

 
Luigi Natoli: L'Abate Meli.
Pagine 725 - Prezzo di copertina € 25,00 - Sconto 20% se acquistato dal catalogo prodotti della casa editrice al sito www.ibuonicuginieditori.it
Il volume comprende:
L'abate Meli - Romanzo
Giovanni Meli, studio critico - pubblicato per la prima ed unica volta nel 1883
Musa siciliana (nella parte dedicata alle poesie di Giovanni Meli) con traduzione del testo in italiano a fronte a cura di Francesco Zaffuto.
Disponibile in tutti i siti di vendita online e a Palermo presso le librerie indicate nel sito.

giovedì 30 marzo 2017

Luigi Natoli: Il cavaliere dal cuor sanguinante.. - Tratto da: Il paggio della regina Bianca


Allora squillarono più alto le trombe, e improvvisamente, fra gli applausi della moltitudine, entrò nell’arena il re, sfolgorante nelle armi, con la visiera alzata, la sciarpa tricolore alla cintura, la lancia sulla coscia.
Il suo cavallo veniva col passo largo, battendo le zampe con superbo fragore, facendo ondeggiare la gualdrappa purpurea, guarnita di ricami d’oro, e squassando la criniera arricciata, e ornata di nappe di seta.
Il re era bello. La giovinezza e la maestà si fondevano sul suo volto; l’ardire e il desiderio di gloria brillavano nei suoi occhi.
Entrando nell’arena, i suoi occhi corsero alla loggia reale, dove la regina lo seguiva trepidando e commossa di piacere, di gioia, di orgoglio, di amore.
Preceduto dagli araldi, seguito da scudieri, Martino cavalcò di trotto per l’arena, percotendo l’arma di messer Sancho de Lihori, che s’era mostrato il migliore cavaliere, e pareva dovesse essere il trionfatore del torneo.
Era una distinzione onorifica che il re concedeva al prode catalano, da lui elevato alla dignità di grande almirante, e riserbato ad altri e più lucrosi benefizi.
Per tutto il teatro corse un palpito di trepidazione, quando i due cavalieri, abbassate le lance, corsero l’uno contro l’altro. L’incontro parve terribile; le lance, arrestatesi violentemente alla goletta, si spezzarono, senza che nessuno dei due cavalieri avesse dato segno di vacillare. Essi parvero fusi in un pezzo coi loro cavalli.
Spezzarono così tre lance per uno; ma alla terza, messer Sancho de Lihori si piegò alquanto indietro sull’arcione, senza per questo uscire dagli arcioni. Bastava.
Da abile cortigiano, egli smontò dal cavallo, e inginocchiatosi dinanzi al re, gli porse la sua spada.
Allora da tutta quella folla si levò una vera tempesta di applausi e di evviva al re.
Quello spettacolo empiva di maraviglia il paggio Esteban; e la sua attenzione in quel momento era attirata da quello stendardo nero e da quel palvese lugubre, che finora erano rimasti soli, intatti, tristi, come fossero stati un segno di morte. Egli e mastro Cecco di Naro, nell’entusiasmo generale, erano i soli che guardavano quello stendardo, sebbene l’uno con una intenzione diversa dall’altro. Mastro Cecco era accigliato, e sotto l’aspetto torbido, nascondeva la sua inquietitudine; Esteban era soltanto stupito, non sapendo spiegarsi che cosa significasse; ma ecco a un tratto balzar fuori sull’arena un nuovo cavaliere, e portando alla bocca un corno, soffiandovi forte, alla maniera antica.
Tutti si voltarono.
Il cavaliere lasciato cadere il corno al suo fianco, abbassò rapidamente la visiera, e alzò in aria la lancia.
Nere le piume ondeggiavano sul cimiero; nera la veste, nera una grande sciarpa che gli cingeva i fianchi: la bordatura e la gualdrappa del suo cavallo erano anch’esse nere. Soltanto sullo scudo aveva il cuor sanguinante attraversato dalla banda nera.
Lo scudiero che gli portava dietro le lance di ricambio, era anch’esso vestito di nero.
Un fremito di stupore e quasi di terrore percorse le logge e le gradinate. Quell’apparizione aveva qualcosa di fantastico, di misterioso, di superumano.
Esteban rabbrividì: Giaimo aggrottò le sopracciglia e non trovò la facezia; Tarsia sentì il cuore batterle con violenza; la Regina Bianca impallidì.
Solo mastro Cecco di Naro mandò un sospiro di soddisfazione:
- Finalmente!
A quel primo senso di stupore, tenne dietro quasi subito un movimento di curiosità:
- Chi è? chi è?
Ma non trovarono altra risposta che quella dipinta sotto il palvese: il cavaliere dal cuor sanguinante...
 
 
Luigi Natoli: Il paggio della regina Bianca
Pagine 702 - Prezzo di copertina € 23.00 - Sconto 15%
Disponibile su Amazon e in tutti i siti di vendita online
Disponibile al catalogo prodotti della casa editrice con lo sconto del 20%


Luigi Natoli: La giostra del re Martino - Tratto da: Il paggio della regina Bianca


Lo spettacolo era magnifico. La gradinata popolare sembrava un mare agitato. Era come una massa compatta, scura, che non stava un minuto ferma; qualcuno improvvisamente si alzava, faceva un gesto, che nessuno capiva, ma bastevole per destare la curiosità; altri si alzavano, il movimento si propagava, tutta una parte si levava in piedi, guardando, con un sussurrio di domande, di supposizioni, di scherni.
Ma a un tratto si sentì uno squillo di tromba; due araldi, a cavallo, uscirono sull’arena, la percorsero di trotto; vennero dinanzi al padiglione reale, e s’inchinarono, agitando i berretti piumati.
Venivano a prendere l’assentimento reale; ritornarono indi dinanzi al padiglione riservato ai cavalieri giostranti, sul quale era stesa una tenda.
A un nuovo squillo di tromba, la tenda si aprì, e uscirono i quattro giudici del campo, i quali, percorso il giro dell’arena, vennero a collocarsi sotto il padiglione reale, seguiti da scudieri e serventi, paggi e guardie.
Squillaron nuovamente le trombe, e uscirono i sei cavalieri tenitori del torneo, a cavallo, vestiti in tutta armatura, con le visiere alzate, la lancia appoggiata al piede. Ognuno di essi era seguito da due scudieri, che portavano lance di ricambio e lo scudo.
Erano, come aveva annunciato Simone, messer Sancio de Lihori, messer Gilberto Talamanca, Galcerando di Santa Pau, Giovanni Cabrera figlio di messer Bernardo, Artale de Luna, parente del re, Berengario de Bages.
Ognuno di loro aveva il proprio colore nella veste, nelle piume e nello scudo, corrispondente al colore del palvese attaccato alla antenna e allo stendardo che vi svolazzava sopra; e sullo scudo, oltre all’arme, era il motto o impresa che ciascun cavaliere aveva adottato; la ricerca del motto, dalla forma e dalla ricchezza della bardatura del cavallo e del vestito degli scudieri, formava per se stessa una gara, che aveva anch’essa un premio.
I sei cavalieri mantenitori percorsero l’arringo, fino al padiglione reale, e fatto il debito saluto ritornarono innanzi al proprio padiglione dove si schierarono.
Dall’altro lato del padiglione, opposti agli stendardi e ai palvesi dei mantenitori, v’erano gli stendardi e i palvesi dei cavalieri che avevano raccolto la sfida.
Il primo stendardo sventolava sopra un’antenna più alta delle altre, in cima alla quale si librava un’aquila dorata, con in petto le armi di Aragona. Lo stendardo era rosso e giallo; ma una grande sciarpa vi ondeggiava sopra, e portava tre colori simbolici: il bianco, il rosso e il verde.
Erano i tre colori che aveva adottato re Martino: (15) ed erano ripetuti da una banda che attraversava il palvese, sul quale stava scritto il motto: Esperando y vinciendo.
V’era poi lo stendardo di messer Sancio de Lihori, celestre, con un leone portante un giglio d’oro nella zampa; lo stesso era dipinto sul palvese, col motto: Fuerte y puro.
Lo stendardo di messer Gilberto Talamanca era partito di bianco e azzurro; il suo motto era: Istoi a onde mereezo; veniva poi lo stendardo di Galcerando di Santapau, rosso, con le tre sbarre d’argento per traverso; quello di Giovanni Cabrera giallo, con lo scudo orlato a scacchi bianchi e neri, e la capra nera nel campo d’oro; quello di Artale de Luna formato a scacchi gialli e neri, con una mezzaluna rovesciata nella parte superiore; quello di Berengario de Bages, con due cuori incatenati nel fondo verde. E ciascuno col suo motto.
Dall’altra parte dello stendardo reale vi erano quelli dei cavalieri che raccoglievano la sfida: Antonio Sclafani, conte di Adernò, con lo stendardo azzurro, e nel mezzo lo scudo partito di bianco e nero, con le due gru apposte; Giovanni Abatellis, stendardo bianco, e lo scudo partito con un grifo a destra, il sole raggiante a sinistra; Antonio di Santo Stefano, signor della Ginestra, stendardo rosso con lo scudo d’argento e la croce nera; Berlinghieri Ventimiglia, stendardo bianco, con lo scudo partito di rosso e d’oro e la banda a scacchi bianchi e azzurri, che fu già arme gloriosa dei re normanni; Corrado Lancia, stendardo verde e leon nero dalla lingua rossa, rampante nello scudo d’oro e Riccardo Filingeri, stendardo rosso e azzurro, con lo scudo azzurro dalla croce d’argento sparsa di campanelli azzurri. Anch’essi avevano il loro motto.
L’ultimo era lo stendardo nero, misterioso, col palvese dal cuore sanguinante attraversato dalla banda nera, e il motto oscuro, del quale nessuno poteva intendere il senso riposto....
 
 
 
Luigi Natoli: Il paggio della regina Bianca
Pagine 702 - Prezzo di copertina € 23,00 - Sconto 15%
Disponibile su Amazon e in tutti i siti di vendita online
Disponibile al catalogo prodotti della casa editrice con lo sconto del 20%

Luigi Natoli: Esteban, il paggio - Tratto da: Il paggio della regina Bianca


Era un ragazzo – così pareva dall’aspetto – un ragazzo bruno, dai capelli nerissimi, tagliati sulla nuca, dagli occhi di giavazzo sotto le lunghe ciglia, d’un aspetto piuttosto malinconico come di chi ha un segreto rimpianto. Il suo corpo agile e svelto, aveva un non so che di indefinito, quasi femineo nella piccolezza dell’ossatura e nella pienezza delle curve.
- Esteban, – aggiunse la regina – è già vissuto in Sicilia per qualche tempo…
Queste parole avevano fatto balenare una luce sul volto del paggio; raggio di sole che rallegra un prato giocondo di fiori, o lampo che discopre gli orrori di una notte tenebrosa. Le due espressioni si alternarono in quell’attimo e si confusero.
Le damigelle guardavano con curiosità quel paggio, la cui bellezza strana e quasi selvaggia aveva un fascino speciale; e si domandavano tra sé, come quando e perché egli era stato in Sicilia.
La loro curiosità frenata davanti alla regina, ebbe libero sfogo quando, avendo un valletto sollevata una tenda, annunciato il re, la regina le congedò. Allora uscendo nell’anticamera, si lasciarono trasportare dalle congetture tra le fantasticherie più remote, e come videro uscire Esteban e sedersi in anticamera, presso una finestra, lo circondarono per appagare la loro curiosità e anche per vederlo meglio.
Ma Esteban non parve commuoversi nel vedersi attorno quelle giovani donne graziose e desiderabili; si sarebbe detto anzi che lo infastidivano.
 
 
Luigi Natoli: Il paggio della regina Bianca
Pagine 702 - prezzo di copertina € 23,00 - sconto 15%
Disponibile su Amazon e in tutti i siti di vendita online
Disponibile dal catalogo prodotti della casa editrice al sito www.ibuonicuginieditori.it con lo sconto del 20%
 
 

mercoledì 29 marzo 2017

Luigi Natoli: Al termine di una battaglia... Tratto da: Alla guerra!


Guardò intorno; il campo era sparso di feriti e di morti, quelli gemevano, chiamavano, cercavano sollevarsi o si trascinavano; gli altri giacevano immobili, a mucchi, negli atteggiamenti più spaventevoli: mucchi informi, nei quali non si distinguevan più le persone, ma di fra un confuso aggrovigliamento di gambe e di busti apparivan volti esterrefatti dallo spavento, deformati dallo spasimo, o dolorosamente sereni; mani abbandonate o adugianti la terra, o levate in alto come per afferrare qualche cosa, o coi pugni chiusi in atto di minaccia; e sangue, sangue dalle orribili ferite, sangue per terra, in pozze, in rigagnoli torpidi e bruni; e dispersi da per tutto fucili, sciabole, berretti, zaini; e una enorme quantità di bossoli vuoti, un tappeto metallico, rilucente fra il sangue, tra l’erbe, nel terriccio smosso, sconvolto dalle bombe e dalle granate. Più in là, dietro, fra gli alberi stroncati, divelti, le case scoperchiate, abbattute, fumanti. Dei cavalli sventrati giacevano fra gli uomini, altri, con la sella vuota, galoppavano pel campo, come presi da follia; pattuglie di lancieri o di cavalleggieri correvano per ogni verso; e intanto per tutto il campo era un affaccendarsi di militi della Croce Rossa, di medici militari; un passar continuo di lettighe, barelle, automobili.
Dei sottufficiali frugavano i morti, per toglierne le medaglie di riconoscimento, le carte, il denaro, tutto ciò che possedevano; avvolgevano ogni cosa dentro buste; vi mettevano un segno, e riponevano le buste dentro una cassa. Dei soldati separavano i morti; ponevano i tedeschi da una parte, i francesi dall’altra. Qua e là dei soldati, dei sottufficiali, con una stola buttata sul collo, il capo nudo, si chinavano sui feriti, o con pio gesto benedicevano i morti; erano preti, che deposto il fucile, riprendevano il loro ufficio di pace, e invocavano il perdono di Dio su quella carne umana macellata; nella quale non vedevan più francesi o tedeschi; ma uomini della stessa carne, creature di un Dio padre comune.
Benoist guardava.
A pochi passi da lui c’era un gruppo di tedeschi, uccisi dalle baionette, ventri, colli, petti squarciati; volti sfigurati; v’era tra essi un ufficiale, che stringeva ancora un mozzicone di sciabola; aveva il capo appoggiato sul dorso di un soldato, e rivolto verso Benoist; gli occhi sbarrati, fra il sangue che colava sul viso; una espressione di sgomento e di ferocia sulla bocca dischiusa; aveva una larga ferita al capo, un’altra al petto. Pareva guardasse Benoist, e gli dicesse:
- Tu m’hai ucciso.
Benoist si sentiva stringere il cuore. Quanti caduti! quando sangue!... e quanta pietà!
Tramontava. Tra i vapori che sorgevano dalla terra, e il vagare del fumo nerastro degli incendi il sole rosseggiava come una fiamma viva; e diffondeva intorno una luce nella quale le case, gli alberi, i colli lontani parevan coprirsi di un’onda di sangue; pareva che quell’onda dilagasse da per tutto, dal cielo alla terra, e uomini e cose ne fossero come travolti. E nulla appariva agli occhi di Benoist così terrificante, come lo spettacolo di quel campo immenso di rovine e di morte, illuminato dal tramonto sanguigno: ora la guerra gli si rivelava in tutta la sua spaventevole e tragica grandezza. Il sole calava, e dalla terra, col fuggire della luce, si levava un lamento, un singhiozzare lugubre e lungo, che si diffondeva per tutto lo spazio visibile, ed empiva l’aria, come se le migliaia di anime strappate dalla violenza del ferro e del fuoco, errassero a salutare i corpi martoriati e abbandonati.
 
 


Luigi Natoli: Alla guerra!
Pagine 931 - Prezzo di copertina € 31,00 - Sconto 20%
Con le illustrazioni di Niccolò Pizzorno
Disponibile su Amazon e in tutti i siti di vendita online.
Disponibile dal catalogo prodotti del sito www.ibuonicuginieditori.it
 

Luigi Natoli: Inizia la vita da campo del professore Benoist - Tratto da: Alla guerra!


Per Benoist cominciava da quel punto la vera vita da campo: fino allora non aveva fatto che viaggiare, sulle strade ferrate o a piedi; la battaglia era stata lontana e salvo il rombo del cannone, cupo e lungo come un tuono remoto e prolungato dagli echi, e il passaggio di qualche treno di feriti, non aveva veduto altro. La vista dei feriti, pallidi, con le teste o le braccia coperte di bende insanguinate e il loro numero, che pareva infinito, avevano ridestato le sue antiche idee umanitarie, la sua avversione per la guerra; la sua pietà umana, il suo ardore per la pace e per la fratellanza.
Ora lì, nell’aspettazione di quel momento, anche Benoist pareva pervaso da quella febbre operosa di preparativi. In verità non era così sicuro e svelto come altri ufficiali; e doveva fare uno sforzo di memoria per ricordarsi quel poco da lui imparato nel suo breve tirocinio per sostenere gli esami di ufficiale di complemento. I suoi occhi di pensatore, velati dalle lenti non avevano la percezione rapida e lo scintillìo di un proposito eroico; ma egli si aiutava imitando gli ufficiali più esperti. Qualche volta, trasportato dal suo abito mentale, dimenticava i doveri della gerarchia, e vedendo nei soldati nient’altro che operai, e in sè un compagno, dava una mano, come un soldato semplice. E questo suo gesto gli procurava le simpatie entusiastiche dei suoi soldati, e un elogio del comandante, che percorrendo il battaglione, e visto Benoist all’opera, sclamò:
- Bravo! ecco un vero cuor di soldato!...
L’elogio fece arrossire Benoist, che in quel momento pensava a tutt’altro che ad avere un cuor di soldato.
 
 
 
 
Luigi Natoli: Alla guerra!
Pagine 931 - Prezzo di copertina € 31,00 - Sconto 20%
Con le illustrazioni di Niccolò Pizzorno
Disponibile su Amazon e in tutti i siti di vendita on line.
Disponibile dal catalogo prodotti del sito: www.ibuonicuginieditori.it
 


venerdì 24 marzo 2017

Luigi Natoli: Guida di Palermo e suoi dintorni 1891

In occasione dell'Esposizione Nazionale tenutasi a Palermo nel 1891, Luigi Natoli scriveva una guida della città capoluogo di Sicilia. Il libretto era stato concepito in funzione dei tanti visitatori che l'evento avrebbe portato a Palermo con l'intenzione di accogliere i viaggiatori fin dal loro arrivo in città, fornendo tutte le "indicazioni utili" per il soggiorno, già dalle prime pagine, a iniziare per l'appunto dagli alberghi, e poi di seguito i caffè, le trattorie, i mezzi di trasporto, dentisti, farmacie e tanto altro, senza trascurare nulla, latrine comprese.
Ma il grande Luigi Natoli non poteva far a meno di guidare i visitatori nella sua adorata Palermo, con l'immenso amore da sempre riservato a questa città. Descriveva, infatti, la storia millenaria, la complessa topografia e tutte le meraviglie artistiche e architettoniche con smisurata cultura, ricchezza di particolari e rigore narrativo, non senza polemiche ove era giusto farle.
 
Il volume è disponibile presso tutti i siti di vendita online, su Amazon, al catalogo prodotti della casa editrice e a Palermo nelle librerie indicate nel sito www.ibuonicuginieditori.it
Prezzo di copertina € 19,00 - Sconto 15%
Copertina di Niccolò Pizzorno
 

Luigi Natoli: Guida di Palermo e suoi dintorni 1891: Palermo nella storia


Nel 254 i consoli A. Attilio e Gn. Cornelio la cinsero d’assedio. Entrati col navilio nel porto e sbarcate le truppe tirarono una trincea  dalla parte di terra dalla costa esterna, al porto; dal mare al mare, secondo l’espressione di Diodoro, e oppugnarono la Città. Prima cadde la Neapoli, poi la Paleapoli. Nel 250, tornandovi Asdrubale con forte esercito e cento elefanti per riprenderla ai romani, vi fu sconfitto dal console Metello fra le mura della Neapoli e l’Oreto. Dice Polibio che i Romani furono validamente aiutati dagli artigiani di Palermo; il che fa supporre che non fossero tutti gli abitanti di stirpe fenicia, ma che vi fosse anche un elemento italico. Qualche anno appresso venne Amilcare Barca e attendò alle falde dell’Ercta (Monte Pellegrino); assediò inutilmente la città. A memoria del fatto alcuni terreni sul declive del Monte conservano ancora il nome di Barca.
Classificate le città in federate, libere e immuni e decumane, Palermo fu annoverata fra le seconde. I pretori fissarono dimora in Siracusa, ma avevan obbligo, a intervalli, di tener curia a anche in Palermo. Sebbene la vita della città è assorbita da Roma, pure essa appare dagli scritti come degna di nota. Cicerone la dice nelle Verrine ragguardevole; Strabone la chiama Colonia Augusta. Si resse a repubblica, come appare dalle lapidi, che recano la leggenda Res publica Panhormitarum (secondo l’antica ortografia).
Sorto il cristianesimo, è fama che vi fosse predicato da Filippo, inviatovi da San Pietro; certo la chiesa di Sicilia, divenuta fiorente e ricca, fin dal IV secolo – come dalle lettere di S. Leone Magno – dipese dal Vescovo di Roma. Palermo fu uno dei centri della Chiesa siciliana, insieme con Siracusa. Dopo la divisione dell’impero, Palermo soggiacque al dominio di Costantinopoli,  ma continuò a reggersi a municipio. Al tempo delle invasioni barbariche, fu nel 440 la città presa da Genserico re dei Vandali, che vi fondò regno di breve durata. Ma stretto dagli armamenti e da Marcellino, e dovendo passare in Africa, abbandonolla a Odoacre, al quale fu tolta da Teodorico. I Goti la tennero fino al 535; nel quale anno fu assediata e presa da Belisario. Ritornò quindi al dominio bizantino, sotto al quale durò fino all’830, allor quando fu assediata dagli Arabi. La città si difese valorosamente e disperatamente per un anno; di 70 mila che erano gli abitanti, alla resa ne sopravvivevano 3 mila appena. Da prima la colonia musulmana di Palermo fu indipendente, poi soggetta al principato degli Aghlabiti e al califfato dei Fatimiti d’Africa. Tuttavia in mezzo secolo potè svilupparsi e ingrandirsi siffattamente da destar le meraviglie del monaco Teodosio, qui tradotto prigioniero da Siracusa nell’878. Sotto gli Arabi, come sotto i Bisantini e nella giurisdizione ecclesiastica, Palermo fu capo dell’isola; raggiunse la somma di 350 mila abitanti; fu paragonata a Cordova e al Cairo. Ma le discordie scoppiate fra i principi musulmani e l’elemento cristiano sovversivo, resero possibile la venuta di Giorgio Maniace, inviato dall’Imperatore Michele Paflagone; e più tardi quella dei venturieri normanni che avevano già fondato le signorie delle Puglie...
 
Luigi Natoli: Guida di Palermo e suoi dintorni 1891
Una guida completa per il turista, pubblicata in occasione dell'Esposizione Nazionale 1891.
Prezzo di copertina € 19,00 - Sconto 15%
Disponibile in tutti i siti di vendita online e dal catalogo prodotti della casa editrice.
Disponibile presso le librerie indicate nel sito www.ibuonicuginieditori.it
 

mercoledì 22 marzo 2017

Luigi Natoli: Squarcialupo.


 
 
Prezzo di copertina € 24,00 - Sconto 15%

Luigi Natoli: Squarcialupo. Romanzo storico siciliano.


Buio profondo nella strada. E non un'anima viva: solo due cani che si udivano ringhiare invisibili, sotto la pioggia minuta e uguale che cadeva silenziosamente dalle prime ore della sera. Una porta si schiuse lentamente, lasciando travedere una luce rossiccia, e una testa si sporse fuori: guardò a destra, guardò a sinistra, poi in alto, dove l'alta torre di un vecchio palazzo si perdeva nelle tenebre: infine rientrò e richiuse.
Dentro v'erano cinque uomini, seduti intorno a una tavola, illuminata dalla luce rossastra oscillante di una lucerna di terra cotta. Un boccale stava fra loro. Un'altra tavola, tra panche e scranne si trovava alla parete opposta, in quella stanza, non troppo grande, fuliginosa, che sapeva di vino e di unto. In fondo si vedevano incerti nella penombra, un banco con altri boccali, e dietro il banco due botti. Era una taverna.
A quell'ora, essendo già suonata da un pezzo l'ora del coprifuoco, nessuno avrebbe dovuto trovarcisi: ma quei cinque avventori avevano qualche cosa di singolare che aveva obbligato il tavernaio a lasciarli stare nella taverna, contentandosi di chiudere la porta.
Quei cinque uomini erano armati di spada e pugnali; ma più delle armi che tutti per altro portavano, incuteva soggezione l'aspetto. Erano bravacci, avanzi forse di quelle soldatesche spagnole che pochi anni innanzi, ritornati dall'Africa, avevano suscitato in Palermo una sommossa con tante uccisioni che la fecero dire un piccolo Vespro.
Avevano certamente qualche ragione per trattenersi in quella taverna oltre l’ora consentita dai bandi: e il tavernaio non aveva osato mandarli via, oltre che per non subire prepotenze, anche perché di convegni simili questo non era il primo....
 
Luigi Natoli: Squarcialupo.
Pagine 684 - Prezzo di copertina € 24,00 - Sconto 15%
Disponibile dal catalogo prodotti della casa editrice, su Amazon e in tutti i siti di vendita on line.
Disponibile presso le librerie indicate nel sito della casa editrice.