lunedì 20 novembre 2017

Luigi Natoli: Squarcialupo. La prima puntata


Capitolo I.

Un ratto

I. 

Buio profondo nella strada. E non un'anima viva: solo due cani che si udivano ringhiare invisibili, sotto la pioggia minuta e uguale che cadeva silenziosamente dalle prime ore della sera. Una porta si schiuse lentamente, lasciando travedere una luce rossiccia, e una testa si sporse fuori: guardò a destra, guardò a sinistra, poi in alto, dove l'alta torre di un vecchio palazzo si perdeva nelle tenebre: infine rientrò e richiuse.

Dentro v'erano cinque uomini, seduti intorno a una tavola, illuminata dalla luce rossastra oscillante di una lucerna di terra cotta. Un boccale stava fra loro. Un'altra tavola, tra panche e scranne si trovava alla parete opposta, in quella stanza, non troppo grande, fuliginosa, che sapeva di vino e di unto. In fondo si vedevano incerti nella penombra, un banco con altri boccali, e dietro il banco due botti. Era una taverna.

A quell'ora, essendo già suonata da un pezzo l'ora del coprifuoco, nessuno avrebbe dovuto trovarcisi: ma quei cinque avventori avevano qualche cosa di singolare che aveva obbligato il tavernaio a lasciarli stare nella taverna, contentandosi di chiudere la porta.

Quei cinque uomini erano armati di spada e pugnali; ma più delle armi che tutti per altro portavano, incuteva soggezione l'aspetto. Erano bravacci, avanzi forse di quelle soldatesche spagnole che pochi anni innanzi, ritornati dall'Africa, avevano suscitato in Palermo una sommossa con tante uccisioni che la fecero dire un piccolo Vespro.

Avevano certamente qualche ragione per trattenersi in quella taverna oltre l’ora consentita dai bandi: e il tavernaio non aveva osato mandarli via, oltre che per non subire prepotenze, anche perché di convegni simili questo non era il primo...





Pagine 684. Prezzo di copertina € 24,00 
Sconto del 20% se acquistato dal catalogo prodotti della casa editrice al sito www.ibuonicuginieditori.it 

Luigi Natoli: Squarcialupo. Romanzo storico siciliano.

Pagine 684 - Un inedito di Luigi Natoli, mai pubblicato in libro.
Riproduzione dell'opera originale pubblicata a puntate in appendice al Giornale di Sicilia dal 02 febbraio 1924

La Patria prima di tutto!
"La cospirazione di Giovan Luca Squarcialupo, nata da generosi sentimenti, si svolse con mezzi inadeguati e senza un fine determinato, ma con questa dello Squarcialupo comincia la serie delle sommosse, delle cospirazioni, delle rivoluzioni contro la Spagna, segno di irrequietezza per la perduta indipendenza della Sicilia"
Così scriveva Luigi Natoli nel suo Storia di Sicilia, di questo eroe che aveva a cuore le sorti della sua terra dominata dal ferro spagnolo. Squarcialupo fu il primo ad impugnare le armi per cacciare l'invasore e sognò una repubblica democratica. Di lui e della sua opera, non è rimasto più nulla che lo ricordi ad eccezione di una lapide e una via nel centro storico di Palermo che porta il suo nome.
Fra storia e leggenda il grande romanziere siciliano ricostruisce la figura di Squarcialupo in una Palermo dei primi del 1500, martoriata dall'inquisizione, dal giogo dei dominatori spagnoli e lacerata dalle rivalità  interne fra le baronie siciliane.
Apparso in appendice al Giornale di Sicilia a partire dal 2 febbraio 1924, oggi per la prima volta pubblicato in libro e restituito alla collettività, ed ai lettori amanti delle opere di Luigi Natoli che hanno atteso 91 anni prima di poterlo avere nelle proprie librerie accanto agli altri capolavori immortali del grande scrittore palermitano.
L'editrice Gutemberg  che per prima pubblicò i romanzi di Luigi Natoli definiva eletta ed altamente appassionante la lettura dell'opera del grande e geniale William Galt  e concludeva con l'esortazione a diffondere questi romanzi perchè vuol dire fare opera da vero siciliano, perchè tutti devono conoscere la storia e devono sapere che non esistono solo uomini di mafia e di prepotenza; ma anche uomini di cuore che sanno sacrificarsi e proteggere i deboli.

Luigi Natoli: Squarcialupo. 
Pagine 684 - Prezzo di copertina € 24,00 
Sconto del 20% se acquistato dal catalogo prodotti della casa editrice al sito www.ibuonicuginieditori.it  

lunedì 23 ottobre 2017

Luigi Natoli: Cagliostro e le sue avventure



Io posseggo dell’oro, posseggo dei diamanti, ma disprezzo tutto ciò, perché la mia ricchezza è nell’impero che esercito su gli esseri superiori all’uomo. 

 Io non so dove sono nato, come non so veramente qual sia il mio nome proprio. Le memorie della mia fanciullezza sono remote; non posso misurarne il tempo.

Io apparivo un personaggio misterioso: Saint-Germain, Saint-Martin, tutte le altre figure di avventurieri, di imbroglioni, di ciarlatani, di filosofi, di ermetisti, di fondatori di ordini e di sette sbiadivano e sparivano dinanzi alla mia persona.


Perché non avrei potuto essere l’Aspettato? Perché non avrei potuto veramente infondere uno spirito nuovo nella libera muratoria, e farne un grande strumento per sollevare il mondo? Stringere in un fascio quel milione d’uomini sparsi nel mondo, dominarli, guidarli secondo la mia volontà; ecco un sogno superbo, che cominciava a tentarmi e a trarre un uomo nuovo dentro me stesso



Luigi Natoli: Cagliostro e le sue avventure. 
Nell'unica versione originale pubblicata a puntate in appendice al Giornale di Sicilia nel 1914. 
Pagine 882 - Prezzo di copertina € 25,00
Sconto del 20% se acquistato dal catalogo prodotti della casa editrice al sito www.ibuonicuginieditori.it  

Luigi Natoli: La prigione del Pozzetto. Tratto da: Cagliostro e le sue avventure.


La prigione detta del Pozzetto era la peggiore di tutti: si trovava nella torricella del mastio, a occidente; alta dal suolo circa sessantaquattro braccia, illuminata da un finestrino con triplice inferriata, aperto a meno di tre palmi dal pavimento nudo e limaccioso, nella parete spessa otto palmi. Angusta, umida, semioscura; non aveva porta: vi si entrava dall’alto, per una botola che si apriva esternamente, donde, occorrendo, si calava una scala. Il prigioniero vi era stato calato con una corda; forse per questo, la prigione aveva nome Pozzetto: nessuna fibra, per forte che fosse, avrebbe potuto durare a lungo in quella sepoltura, che la pietà religiosa del sant’uffizio e del papa dava ai prigionieri. Non v’era che un mucchio di paglia per giaciglio, gittata in un angolo, sotto un grosso anello di ferro infisso nella parete per incatenarvi il prigioniero.


Luigi Natoli: Cagliostro e le sue avventure.
Nell'unica versione originale pubblicata a puntate in appendice al Giornale di Sicilia nel 1914.
Pagine 882 - Prezzo di copertina € 25,00 - Sconto del 20% se acquistato dal catalogo prodotti della casa editrice al sito www.ibuonicuginieditori.it 
Disponibile in libreria e in tutti i siti di vendita online. 

Luigi Natoli: La fortezza di S. Leo. Tratto da: Cagliostro e le sue avventure.


San Leo s’adagiava sulla cresta di Montefeltro, colle staccato dalle giogaie dell’Appennino, cinto di valli, arduo a salire, e da una parte tagliato a picco. Sulla vetta più alta, a oriente del borgo, da cui è separata da un pendìo sparso di macchie e di cespugli, si alza la fortezza, che dal lato opposto domina la rupe a picco. Da questo lato, che non ha salita, e dove bisognerebbe aver ali per giungere, la fortezza appare come un insieme di fabbricati massicci, addossati gli uni sugli altri; ma dalla parte del borgo, essa si presenta in un aspetto guerresco, con due grandi torri circolari di qua e di là dalla cortina merlata, e il mastio massiccio in mezzo, difeso da torricelle quadrangolari.
La fortezza o castello era come l’acropoli del vecchio borgo, che, più a valle, era difeso anche da muraglia e da altri fortilizi a tramontana e a occidente, prime sentinelle in difesa dell’inespugnabile castello.
La prigione dell’ “eretico” era nel mastio; era una cella larga tre passi, o poco più, con la volta alta una statura d’uomo e mezza; e una finestretta a quattro palmi dal suolo. Il prigioniero poteva quindi affacciarvisi comodamente e guardare lo spazio libero ed ampio. L’occhio scendeva giù fra le macchie, errava sui tetti e per le strade del borgo sottostante, si fermava a guardare il duomo e l’alta torre; poi scorreva oltre, guardava i due fortilizi, dei quali sapeva già il nome: il Palazzetto e il Casino; e vedeva indi come un taglio, come una grande fenditura, che isolava il monte. Indovinava che in fondo vi correva il fiume: più oltre ne vedeva fra poggi e boscaglie luccicare l’argento delle acque.
E più lontano ancora poggi e colli si succedevano come in uno scenario, degradando in tinte più azzurrine e più sfumate; e sull’orizzonte si disegnava di qua la Carpegna, di là, più in fondo la linea degli Appennini.
L’occhio non poteva scorgere che meno della metà dell’orizzonte; ma quanti desideri tormentosi! Fra quei colli, sopra un monte era S. Marino, la piccola repubblica; più oltre, a occidente, lo stato di Toscana; alle sue spalle l’Adriatico. Erano la libertà e la salvezza!...


Luigi Natoli: Cagliostro e le sue avventure.
Nell'unica versione originale pubblicata a puntate in appendice al Giornale di Sicilia nel 1914
pagine 881 - Prezzo di copertina € 25,00 - Sconto del 20% se acquistato dal catalogo prodotti della casa editrice al sito www.ibuonicuginieditori.it 

martedì 17 ottobre 2017

Luigi Natoli: Le idee politiche di Giovanni Castaldi. Tratto da: I morti tornano...


- Quel “picciotto” vuol darci qualche altro boccone amaro! – disse don Giuseppe, dopo che Giovanni se ne fu andato: e si sprofondò nell’ampio seggiolone di cuoio nero, presso la tavola, dal quale non appariva che il volto scialbo e diafano incorniciato dalle barbette grigie, e le mani bianche, nodose, con le vene gonfie, appoggiate sui braccioli.
Per lui tutti i figli erano “picciotti”, anche se ammogliati, ma Giovanni, che gli era, quasi, rimasto in casa (abitava un quartierino contiguo, ma soltanto la notte: il giorno lo passava lui e Rosalia, nella casa paterna), Giovanni era più “picciotto” degli altri, forse perché lo giudicava ancora un po’ sventato. I bocconi amari, ai quali don Giuseppe alludeva, erano stati due, ma il primo, una vera sventatezza. Giovanni aveva tredici anni nel 1822. Aveva saputo che in un pomeriggio di gennaio s’avevano a fucilare nove cittadini, condannati per carboneria e cospirazione: e invece di andarsene all’Oratorio era corso a vedere quell’orrore. Ne era tornato con la febbre, e ne aveva avuto per più giorni. Don Giuseppe era andato in collera:
- Ben gli stia! Gli servirà per lezione per l’avvenire.
La lezione aveva avuto l’effetto contrario di quello previsto da don Giuseppe; perché da quel giorno, la visione di quei nove disgraziati  uccisi barbaramente, e fra essi un giovane ancora imberbe, del quale si recitavano dei sonetti, avevano acceso nell’animo di Giovanni odio contro i Borboni. Con gli anni l’odio si era fortificato: la storia greca e la romana gli avevano circondato di gloria Armodio e Bruto; e all’Università, conosciuti Dante e Alfieri, gli si erano dischiusi orizzonti più vasti. Ed era entrato nella Carboneria, affiliatovi da un compagno, Andrea Pardo, col quale aveva stretto vincoli di fraterna amicizia. Don Giuseppe, non aveva né avrebbe mai sospettato che un suo figlio potesse essere intinto di quella pece. Se ne accorse sbalordito, anzi atterrito, quando Giovanni, accusato di scienza e di connivenza con l’infelice tentativo carbonaro del 1831, (4) fu arrestato. Questa don Giuseppe non l’aveva potuto giudicare una sventatezza da ragazzo. Era un delitto. E ne aveva preso una malattia. E c’era voluta la buona reputazione di fedeltà e di devozione al Re, che egli godeva nel Ministero, le sue relazioni, l’intervento dei signori della prima nobiltà, per sottrarre Giovanni a una condanna. 
Nessuno toglieva dalla testa a don Giuseppe che l’Università gli aveva sviato il figlio. C’era qualche professore bacato da certe idee...; e facevan leggere troppi libri! Il buon uomo si rammaricava qualche volta d’aver ceduto alle insistenze di sua madre, che voleva un uomo di legge in famiglia. 
- In casa nostra – diceva la nonna Angelina – sono stati sempre avvocati: tu non hai voluto continuare la tradizione: che almeno la riprenda uno dei tuoi figli. 
Sì, stava bene: sarebbe forse stato meglio avviarci Nenè o Leopoldo, che erano più tranquilli. Ma avevano l’ingegno di Giovanni? E per riuscire ci vuole ingegno. Un avvocato senza ingegno va a finire “paglietta”. Giovanni, invece... E poi se non voleva esercitare l’avvocatura, poteva diventar magistrato, la toga era mezza nobiltà. Aveva quelle ideacce? Sarebbero passate con gli anni. I giovani hanno sempre qualche grillo: e se Leopoldo e Nenè non ne avevano avuti, e non ne aveva avuti neppure lui, don Giuseppe, non era una ragione che non dovesse averne Giovanni. Quel che importava era che Giovanni diventasse un bravo avvocato. Così donna Angelina aveva vinto. 
- E poi – aggiungeva – lascialo sposare, e vedrai che i grilli gli passeranno. 
Qualche anno dopo la laurea, infatti, Giovanni prese moglie. E pareva che non pensasse ad altro che alla professione; ma eccoti il colera a ridestare le antiche apprensioni di don Giuseppe, rinnovare le querimonie contro l’Università; e renderlo stizzoso per la paura. Che bisogno c’era di parlare male del Governo? di tirarsi addosso la polizia? Un processo? E poi, che c’entra il Governo col colera?
- Eh? Che cosa c’entra? O non lo hai sentito che è stato proprio il Governo a far togliere il cordone e ordinare che si desse pratica alle navi di Napoli?...Va, va! bisogna esser ciechi: Giovanni ha ragione...


Luigi Natoli: I morti tornano... 
Pagine 363 - Con le illustrazioni di Niccolò Pizzorno - Prezzo di copertina € 22,00 - Sconto del 20% se acquistato dal catalogo prodotti della casa editrice al sito www.ibuonicuginieditori.it


I morti tornano... è incluso nella Trilogia dei Romanzi di Luigi Natoli sul risorgimento siciliano, che comprende anche Braccio di Ferro avventure di un carbonaro (1820) e Chi l'uccise? (1848) 
Pagine 880 - Prezzo di copertina € 24,00 - Sconto del 20% se acquistato dal catalogo prodotti della casa editrice al sito www.ibuonicuginieditori.it 

venerdì 29 settembre 2017

Luigi Natoli: Il numero 570. Scene drammatiche in due atti.

Voi non sapete che significhi non essere più un uomo, ma un numero... - Luigi Natoli 

Riproduzione fedele del dattiloscritto con molte correzioni a mano dello scrittore, mai pubblicato e senza data, anche se è da presumere entro il periodo della prima guerra mondiale o subito dopo la fine della stessa.
Completa il libro l'elogio orazione Milizia eroica, recitato da Luigi Natoli in memoria dei prodi del 14° fanteria caduti nel primo anno di guerra. 




Il numero 570 - Scene drammatiche in due atti -Pagine 91 - Prezzo di copertina € 12,00

Disponibile in tutti i siti di vendita online e dal catalogo prodotti della casa editrice al sito www.ibuonicuginieditori.it




Luigi Natoli: Il numero 570. Scene drammatiche in due atti.

Con emozione e orgoglio proponiamo alla collettività  Il numero 570 di Luigi Natoli. La nostra emozione è presto spiegata perchè Il numero 570  è un dramma teatrale in due atti assolutamente inedito, mai dato alle stampe sia in forma di libro o libretto, sia in appendice al Giornale di Sicilia, come soleva fare il grande scrittore palermitano. Per noi editori è un'emozione immensa dare la vita a questo manoscritto pubblicandolo, perchè ci fa sentire Luigi Natoli vivo come se oggi fosse in mezzo a noi, come uno scrittore contemporaneo, ma che molto ha da dire e da insegnare. Non a caso, però, oltre a "Emozione" abbiamo usato il termine "Orgoglio", da intendersi come senso di dignità, onore e fierezza di essere italiani. Sono proprio questi i sentimenti che animano ogni pagina, parola e sillaba di queste scene drammatiche. L'Italia della prima guerra mondiale che anela la libertà  delle sue province dall'impero austriaco; la voglia di riscatto del proprio onore che anima un popolo disposto a combattere contro l'oppressore perchè orgoglioso di essere italiano: ecco quanto trasuda da questo breve ma intenso lavoro teatrale del grande patriota Luigi Natoli.
La scena si svolge sul fronte, durante la prima guerra mondiale e contrappone la barbarie degli austriaci alla fierezza dei soldati italiani che sapranno portare pace e giustizia in una terra martoriata dalla guerra, ma è anche la tragedia di un uomo, popolano, che saprà  riacquisire il suo onore perduto sacrificandolo sull'altare della patria e della famiglia.
Un dramma teatrale che ci farà  sentire più uniti e più italiani di sempre.
Completa il libro, l'elogio orazione Milizia eroica recitato da Luigi Natoli in memoria dei prodi del 14° fanteria caduti nel primo anno di guerra.  

Luigi Natoli: Il numero 570 - Scene drammatiche in due atti. 
Pagine 91 - Prezzo di copertina € 12,00 
Disponibile in libreria, in tutti i siti di vendita on line e dal catalogo prodotti della casa editrice al sito www.ibuonicuginieditori.it 

lunedì 11 settembre 2017

Luigi Natoli: Gli schiavi. Estratto del capitolo 1 parte prima

Estratto del capitolo 1 parte prima completo di note.

Scarica il primo capitolo del volume Gli schiavi comprensivo di note. 

La presenza delle note è la caratteristica fondamentale del romanzo: molte sono state inserite dall'autore, ma altre ne abbiamo aggiunte noi editori per valorizzare il grande lavoro di ricerca sulle abitudini, sulle tradizioni e sullo stile di vita del tempo (120 a.C.) svolto da Luigi Natoli. 
Il romanzo è ambientato in Sicilia, durante la seconda guerra servile; narra la storia di Elio, un uomo libero divenuto schiavo contro la sua volontà. Narra della sua lotta, del suo amore per  la romana Cecilia, figlia del suo padrone Caio Cecilio Pulcro, delle sue ricerche, del suo peregrinare all'interno di un contesto storico ricostruito alla perfezione. 
Narra di Atenione, uno schiavo, un uomo, un eroe da cui Spartaco avrebbe dovuto imparare. 

Gli Schiavi - Pubblicato a puntate nel Giornale di Sicilia da ottobre 1931 e dalla casa editrice Sonzogno nel 1936. 
Pubblicato nel 2014 dalla casa editrice I Buoni Cugini editori. 
Prezzo di copertina € 22,00 - Sconto del 20% se acquistato dal catalogo prodotti della casa editrice al sito www.ibuonicuginieditori.it 



lunedì 28 agosto 2017

Luigi Natoli: Il giuramento della massoneria. Tratto da: Cagliostro e le sue avventure.


Colui che mi accompagnava, mi pose nelle mani una pistola: 
- Quest’arme, – disse, – è carica. Appoggiatela al vostro capo e sparate. 
Come vi ho detto provai un istante di ripugnanza: ma subito pensai giustamente che se la pistola si caricasse veramente, a palla, le logge si potrebbero chiudere per mancanza di socii. Così non esitai a tirare il grilletto. Sentii lo scoppio, e un colpo alla testa, ma naturalmente non morii, né riportai alcuna ferita. Era evidente che il colpo era sparato da altri, e che la percossa era simulata. 
Allora fui fatto inginocchiare, e pronunciai il seguente giuramento: 

“Io Alessandro Cagliostro alla presenza del grande Architetto dell’Universo e a quella dei miei superiori come pure della rispettabile società in cui mi trovo, mi obbligo di fare tutto quello che mi verrà ordinato dai miei superiori; e perciò mi obbligo sotto le pene stabilite da loro di obbedirli ciecamente, senza ricercarne il perché, e di non rivelare né in voce, né in iscritto, né con gesti il segreto di tutti gli arcani che mi saranno comunicati”. 

Sbendato, mi trovai in una grande sala così sfarzosamente illuminata, che per poco non ne fui accecato; e non fui poco stupito dal vedere che tra i liberi Muratori vi era anche l’amico O’Reilly e v’era Ricciarelli, che era stato ricevuto qualche ora prima di me. 
La cerimonia non terminò col giuramento. Condotto dinanzi al trono del Venerabile, egli, ponendomi la spada sul capo mi diede il battesimo massonico, mi abbracciò e mi baciò, e presentatomi come un fratello, mi fece condurre in giro perché avessi il bacio fraterno. 
Ebbi anche due paia di guanti, uno da uomo, come simbolo che dovessi serbare la purità delle mani, e non macchiarle mai del sangue dei miei fratelli liberi muratori, e uno da donna, da regalare alla donna amata. 
Io li portai a Lorenza. 
Il primo grado massonico è di apprendista; vengono poi quelli di compagno e di maestro. Questo grado è quello del perfetto massone; e non vi si arriva, se non dopo un tirocinio più o meno lungo, e dopo aver dato prova di rettitudine e di segretezza. 
Ma questo tirocinio per me si ridusse a una settimana; alla nuova riunione, io passai a compagno e a maestro, e n’ebbi la patente, il 2 giugno del 1777, firmata dal segretario della loggia Giacomo Helsteim.

Luigi Natoli: Cagliostro e le sue avventure. 
Pagine 884 - Prezzo di copertina € 25,00
Ad opera della casa editrice I Buoni Cugini editori il romanzo è stato restaurato e riportato alla versione originale pubblicata a puntate in appendice al Giornale di Sicilia dal 31 gennaio 1914.
(www.ibuonicuginieditori.it)


Luigi Natoli: La società dei liberi muratori. Tratto da: Cagliostro e le sue avventure.


Questa società non mi era ignota; nel primo soggiorno in Londra e in Parigi ne avevo sentito parlare; avevo sentito dire che eran tutta una cosa con la setta degli Illuminati, e durante i miei viaggi avevo approfondito queste conoscenze, leggendo qualche opera intorno alle dottrine di Swedenborg che ne fu il predicatore.
Più tardi mi venne fra le mani un libro: le costituzioni della massone­ria, stampato a Londra nel 1723 da William Hunteer, che mi invogliarono a conoscere più intimamente questa società misteriosa, della quale nessuno sapeva i veri fini; ma che a me appariva come la depositaria di qualche verità, non a tutti rivelabile.
La storia che se ne faceva era veramente maravigliosa.
Risaliva ai tempi di Salomone e alla fabbrica del Tempio di Gerusalemme. Da allora at­traverso il corso dei secoli, ricercata dai cristiani, la verità massonica si era trasmessa intatta, come un sacro deposito fra gli iniziati. Nel Medio Evo essa aveva avuto il suo splendore coi Cavalieri della Tavola Rotonda, con le corporazioni dei fabbricatori delle cat­tedrali, coi cavalieri Templari.
Per tempi e società diverse dunque si era potuta conservare intatta una ve­rità, così alta e divina, che non si poteva accedere senza una lunga iniziazione.
Io mi domandavo se per avventura non avessi trovato in essa la spiegazione di quanto ancora in certi fenomeni di divinazioni o d’altro mi accadeva.
La loggia Speranza era al nume­ro 369 della Royale Taverne. O’ Reilly mi lasciò sull’uscio, dopo avermi date alcune indicazioni, e sparve.
Io picchiai a una porta, che si dischiuse.
V’era dentro un così fitto buio, che non si vedeva nulla; ma udii na voce domandarmi chi fossi. Diedi il mio nome; e allora di fra le tenebre una mano mi prese per braccio e mi atti­rò; e la porta si richiuse senza far rumore.
Io non vedevo nulla, la mano che mi teneva mi guidò su per una scala: poi sentii che apriva una porta, dove mi sentii spingere. La stessa voce disse:
- Aspettate lì fin che vi si verrà a cercare.
Lì, dove? Io non vedevo nulla; mi trovavo certamente in una stanza, ma non potevo dire dove fossero le pareti; tutto era nero intorno a me, sopra di me, sotto di me: un nero spaventevole e senza confini; del quale accresceva l’orrore un piccolo e fioco lumicino posato sopra qualche cosa, che a poco a poco riconobbi per un tavolino.
Dovetti stentare un poco, prima di potermi abituare a quell’oscurità; ma poi cominciai a scorgere qualche cosa, tra il nero delle pareti: dei teschi e del­le tibie; e indi m’apparve sulla tavola, come se qualcuno ve lo avesse deposto allora allora un vero teschio, con le occhiaie vuote e il sogghigno beffardo.
Quella vista, quel nero, il silenzio e la solitudine mettevano un senso di raccapriccio. L’aspettazione diventava lunga, io provavo del fastidio, e cercavo di svagarmi pensando ad altre cose, e guardandomi intorno, quando, nel voltarmi vidi corruscare dietro di me qualche cosa che poteva essere una lama...


Luigi Natoli: Cagliostro e le sue avventure. 
Pagine 884 - Prezzo di copertina € 25,00 
Sconto del 20% se acquistato dal catalogo prodotti della casa editrice al sito www.ibuonicuginieditori.it 







domenica 13 agosto 2017

Luigi Natoli: Alla Guerra! Romanzo storico.

Da questo link è possibile scaricare il primo capitolo del romanzo Alla guerra! di Luigi Natoli, pubblicato a puntate in appendice al Giornale di Sicilia dal 19 ottobre 1914 al 05 ottobre 1915 e pubblicato dopo cento anni in unico volume di 954 pagine con illustrazioni di Niccolò Pizzorno dalla casa editrice I Buoni Cugini editori. 

giovedì 27 luglio 2017

Luigi Natoli: I pupi di don Calcedonio. Tratto da: Fioravante e Rizzeri.


Quella mattina aveva lucidato l’armatura di Fioravante; elmo, corazza, schienali, bracciali e cosciali di nichel, rabescati d’ottone dorato, risplendevano come argento e oro. Fioravante era disteso su un’altra panca, i tre fili di ferro che gli reggevano il capo e le braccia, congiunti insieme, gli davano una posa da guerriero aspettante; la visiera alzata gli scopriva il viso immobile con gli occhi fissi; la veste, corta al ginocchio, verde, color della speranza, ornata di tre file di passamani d’oro, gli pendeva in pieghe simmetriche; e la spada, la terribile Durlindana, che poi avrebbe ereditato Orlando, gli giaceva al fianco. Oh, era un bel paladino Fioravante. Tutta la mattina don Calcedonio l’aveva occupata con lui. Non conosceva risparmio per i paladini; egli vi spendeva anche più che non potessero le sue forze; alcune armature gli costavano fino a cinquecento lire: quella di Orlando per esempio, tutta dorata, con i gomiti, le spallacce, le ginocchiere che parevano argento, e lo scudo con la croce d’oro, che rifulgeva come un sole. Ma Orlando era il paladino maggiore, e conveniva vestirlo meglio degli altri; la sua veste bianca pareva intessuta di gigli e i ricami parevano una pioggia di botton d’oro. Peccato, che avesse gli occhi storti!
Ma don Calcedonio non pensava a lui. Pur continuando a contare le travi del soffitto, la sua mente era piena di Fioravante e di Mambrino, del quale aveva nella mattinata ripulito l’armatura. Questa era diversa da quella di Fioravante, perché Mambrino era saraceno, e i saraceni, si sa, vanno vestiti diversamente. Hanno l’elmo senza visiera, con un turbante attorcigliato e una specie di chiodo in cima, donde scaturiscono le piume. E hanno le brache corte fino al ginocchio, e la scimitarra.
Veramente i romanzi di cavalleria che egli leggeva, dicevano che i guerrieri saraceni erano vestiti come i cristiani; le stesse armature, come lo stesso linguaggio cavalleresco, gli stessi usi; la differenza era che i cristiani giuravano per Gesù e per la Vergine Maria, i saraceni per Macone, Maometto, Apolline, Belial. Ma don Calcedonio vestiva i cavalieri cristiani come i giostranti del secolo XVI, e i saraceni come i turchi dei secoli posteriori. Era tutt’uno per lui!
Aveva ripulita la corazza di Finaù, figlio del re Balante, che regnava in Scondia; una bell’armatura, tersa e lucente, che faceva abbagliare a mirarla, con un sole raggiante in mezzo, e l’elmo sormontato da una pennacchiera rossa, che ondeggiava al minimo movimento. 
Quella sera Fioravante avrebbe combattuto Finaù; era un duello mortale; si sapeva che Finaù sarebbe stato ucciso, nondimeno il duello si presentava agli spettatori dubbio, nonostante fossero in due a combatterlo, Fioravante e Tibaldo di Lima. L’armatura di questo cavaliere era già pronta dal giorno innanzi. Era di ottone, e pareva d’oro, ma rimaneva di minor valore di quella di Fioravante; anche il gonnellino non aveva i ricami di quello; era pavonazzo, filettato di oro.


Luigi Natoli: Fioravante e Rizzeri. 
Pagine 308 - Prezzo di copertina € 19,00 - Sconto del 15% se acquistato dal catalogo prodotti della casa editrice al sito www.ibuonicuginieditori.it
Disponibile in libreria e in tutti i siti di vendita online. 
Nella foto: Paladini d'epoca, esposti al museo Pitrè di Palermo. 

Luigi Natoli: il puparo Don Calcedonio. Tratto da: Fioravante e Rizzeri.

Potevano essere le diciotto ore, e bisognava terminare di agghindare il pupo che giaceva in un canto, poi disporre ogni cosa e prepararsi per la serata. Passò in rassegna gli attori disposti in fila per ordine e appesi con tre fili di ferro da una parte e dall’altra. Essi stavano immobili, con quei visi lucidi, con gli occhi aperti, fissi in un punto che non vedevano, stretti nelle armature, che mandavano nell’ombra bagliori. Il silenzio avvolgeva tutto quel popolo, sul quale le mani di don Calcedonio passavano per correggere qua una piega, là un gesto.
Egli viveva in mezzo a quel popolo di legno e di mantello non solo perché gli dava il pane, ma perchè vi s’era foggiato un mondo morale a sé, gli stessi sentimenti, le stesse abitudini, quasi lo stesso linguaggio. I paladini rivivevano in lui: Orlando, Rinaldo, Carlo Magno, Fioravante, Rizzeri, il marchese Oliveri, Ricciardetto, e via via dicendo, erano per lui creature viventi, e nel cuor suo accoglieva tutto quanto quei paladini avevano di eroico, di generoso, di nobilmente umano. Quando era sul palcoscenico, e reggeva i fili dei pupi, e li faceva movere coi gesti misurati e sempre gli stessi, e parlava con la voce alterata, non era più lui, ma l’eroe che aveva in pugno. I colpi di spada, che percotevano le teste di legno, erano veri; si meravigliava di non vedere il sangue correre, e una volta mise nella marionetta una piccola vescichetta piena di sangue, che a un colpo colava con una realtà illusiva per lui e per il minuscolo pubblico, che montava in visibilio. Ma un personaggio non poteva soffrire: Gano di Maganza. Il traditore! Gli riusciva ripugnante, e metteva ogni sforzo perché apparisse ancora più laido.



Nella foto: Don Calcedonio illustrato da Amorelli (Giornale di Sicilia - 1936)
Fioravante e Rizzeri: una delle ultime opere di Luigi Natoli - pubblicato in 62 puntate in appendice al Giornale di Sicilia dal 31 dicembre 1936
Pubblicato in dispense negli anni 50 dalla casa editrice La Madonnina
Pubblicato dalla casa editrice I Buoni Cugini Editori del 2014 (www.ibuonicuginieditori.it). Pagine 308 - Prezzo di copertina € 19,00.
Sconto del 15% se acquistato dal catalogo prodotti della casa editrice www.ibuonicuginieditori.it
Disponibile in libreria e in tutti i siti di vendita online.  

Luigi Natoli: ...Era assai bello Fioravante! - Tratto da: Fioravante e Rizzeri.


Don Calcedonio aprì il teatro, dove lo aspettavano due suoi cooperatori; dieci o dodici invece lo aspettavano fuori e intanto guardavano il tabellone dipinto, diviso in otto scompartimenti, che raffiguravano le imprese più salienti di Fioravante e di Rizzeri. Una leggenda diceva “Fioravante combatte con Finaù” e più giù “Rizzeri libera Fioravante”.
- Dov’è Fioravante? È quello? – domandò un ragazzo forse nuovo a quello spettacolo, indicando uno scompartimento. 
- Quello? Dove hai la testa? Quello è Rizzeri, e quell’altra è la regina Biancadoro, che gli dà una pietra preziosa… Oh che non sai che la regina Biancadoro, appena partito Fioravante, si ricordò di un talismano che voleva dargli, una pietra preziosa, che chi la portava addosso, non gli potevano malefizi; e che la consegnò a Rizzeri, paladino di Francia, giunto allora allora, perché salisse a cavallo e raggiungesse Fioravante per dargliela? E se non sai questo, come puoi capire il resto? 
- So assai della regina Biancadoro! Se tu me lo dici…
- È facile saperlo, se tu guardi bene le figure. Quello là è Fioravante, quando incontra tre saraceni che conducono con sé una donzella. Essa dice: “Vergine Maria, aiutami”; e non appena vede Fioravante, corre verso di lui, gridando: “Cavaliere cristiano, abbi pietà di me, che sono di gentil lignaggio”. Uno dei saraceni la batte per farla ritornare indietro. Dice Fioravante alla donzella: “Non temere che se anche fossero cinquanta invece di uno, non ti farebbero oltraggio”. Allora dice il saraceno: “Cavaliere, va pei fatti tuoi, e lascia stare questa damigella, se non vuoi trovare la morte!” – Risponde Fioravante: “Ah! ah! m’incresce che tu sia solo, e non abbia miglior compagnia, chè mi fa vergogna combattere con uno; ma questa damigella mi chiede aiuto, ed io non posso rifiutarglielo”. Il saraceno corre a chiamare gli altri due compagni, e torna, e assalgono Fioravante. Vedi come egli ne atterra due? il terzo fugge. In questo altro scompartimento Fioravante va con la damigella a una baracca, dove i saraceni stavano prima arrostendo un pezzo di carne, e lì si toglie l’elmo. Era assai bello Fioravante! La donzella tremò, e disse: “Cavaliere, tu hai fatto molto per me, e ne lodo Iddio, però sono in tua balìa, fa di me quel che vuoi”. Rispose Fioravante: - “Damigella, non temere, ch’io non brutterò il tuo onore e il mio, ma intanto mangiamo, chè ho fame, e quelli là ci hanno preparato di che desinare”. Dopo la damigella prese a dirgli: “Cavaliere, non ti meravigliare perché io son ridotta in questo stato: sappi ch’io son figlia del re di Dardenna, che è in guerra col re di Balda di nome Balante. Da tre giorni mio padre è assente da Dardenna, e io con alcune damigelle passeggiavo nel giardino, quando fui assalita da una mano di saraceni, che si erano appiattati lì d’intorno. Le damigelle furono rapite, io capitai in potere di quei tre saraceni, dai quali tu m’hai liberato. Io mi son raccomandata alla Vergine Beata, e sua mercè ho salvato l’onore e la mia verginità; voi m’avete tratto dal vituperio, ed ora sono in vostra balìa”. Fioravante le domandò il nome, e quella rispose: “Io ho nome Uliana, e voi, cavaliere, come vi chiamate?”. Rispose: “Guerrino”, perché gli convenne tramutarsi il nome, essendosi ricordato che egli era cugino di Uliana… Ma ecco che incomincia lo spettacolo. 
Gli spettatori si presentavano, pagavano il prezzo ed entravano alla rinfusa, urtandosi e spingendosi per prendere i primi posti, con grida, imprecazioni, male parole, un tumulto indescrivibile. Una voce gridò dal palcoscenico: 
- Oh! che non volete finirla? Statevi zitti!
Ma si levò il sipario, e questo fu il mezzo più persuasivo per imporre il silenzio, che si fece repentinamente sì che non si sarebbe sentito neppure il volare d’una mosca.


Luigi Natoli: Fioravante e Rizzeri
Pagine 309 - Prezzo di copertina € 19,00
Sconto del 15% se acquistato dal catalogo prodotti della casa editrice al sito www.ibuonicuginieditori.it 

lunedì 24 luglio 2017

Luigi Natoli e la rivolta di Giovan Luca Squarcialupo: 24 luglio 1517


E quella era la giornata, finalmente!...
Intanto arrivavano altri cavalieri, e infine Giovan Luca Squarcialupo, che contò i convenuti: erano ventidue. 
- Orsù, – disse: – col nome di Dio e della gloriosa santa Cristina, andiamo. 
E la cavalcata si mosse verso la città.  
Entrarono dalla Porta Nuova, come una comitiva di amici; la porta era aperta, i gabellieri al loro posto, tranquilli; nessun indizio di sospetti. Poiché non era ancora l’ora del vespro, Giovan Luca entrò coi compagni nella vicina chiesa di San Giacomo, che era deserta. E là concertarono ancora quale dovesse essere l’opera di ognuno e di tutti. Piombare nel Duomo, con le armi in pugno, sorprendere il duca di Monteleone, impadronirsene, uccidere chi osasse resistere, e i giudici che tanto odii avevano suscitato: insignorirsi del potere, ma non ripetere la sciocchezza commessa l’anno innanzi, quando fu cacciato don Ugo. 
Ed ecco il campanone del Duomo sonare a Vespro: e ogni colpo rimbombava nel cuore di ognuno, e farlo balzare. È l’ora. Si scambiano uno sguardo; e taciti, pensosi di quel che fra un istante avverrebbe scendono verso il Duomo. La grande porta è spalancata; il sole illumina il bel prospetto e ravviva la patina dorata distesa dal tempo sulla pietra e sul marmo. Si sente il canto snodarsi lento e solenne; in quel momento, pensano, il luogotenente si è seduto nel soglio. Entrano, corrono verso l’abside maggiore, tra i fedeli stupiti di quella irruzione a mano armata; ma quale delusione! V’erano i canonici, v’era l’arcivescovo; non c’era né il luogotenente generale, né i magistrati, né il senato. 
Come? Perché?
Un sagrista, che al vederli entrare armati, s’era messo a gridare: – Sono qui! Sono qui! – cercando di fuggire; raggiunto, spiegò loro che il duca aveva saputo che volevano ammazzarlo, e non era uscito dallo Steri. Questa risposta stupefece tutti: l’aveva saputo? Da chi? c’era un traditore dunque fra loro? Giovan Luca guardò con occhi lampeggianti d’ira i suoi compagni – Chi è il Giuda? – gridò.
Ma tutti protestarono vivacemente e fieramente. Il traditore non era fra loro: essi erano tutti lì pronti a ogni rischio, e Giovan Luca aveva torto ad offenderli. Ma Vincenzo Di Benedetto, fratello di Cristoforo, si diede un pugno sulla testa, e sclamò: 
- Ah il gesuato! Il gesuato!... deve essere stato lui!...

A ogni modo il dado era tratto: bisognava andare innanzi, alla vittoria o alla morte. Uscendo dalla chiesa, Giovan Luca, levando in alto la spada, gridò: 
- A morte i traditori!... Cittadini, all’armi!
E i compagni ripeterono il grido. Ma nessuno uscì dal Duomo per seguirli, e la gente che si affacciava sulle soglie delle botteghe e delle case, o che andava per le vie, guardava meravigliata, non sapendo che fosse, Vincenzo di Benedetto agitava la spada, gridando, e gli altri con lui, invano: 
- Viva il re! Muoiano i traditori!...
Scesero per la via Marmorea: soli, senza seguito, il popolo guardava e li lasciava passare, senza neppure secondare quel grido. Era una cosa inconcepibile: mastro Iacopo se ne sdegnava: apostrofava gli imbelli, che stavano a vedere, come fossero a uno spettacolo; li sferzava con male parole.
Ma nessuno si moveva: quei ventidue cavalieri percorrevano la via Marmorea, gridando, come anime sperdute. Avessero almeno trovato una resistenza! Ma dove erano le milizie spagnole? Dove il luogotenente generale? In verità il duca di Monteleone aveva perduto la testa. Sapendo che i congiurati dovevano calare dalle campagne, non aveva per prima cosa ordinato la chiusura delle porte della città; non aveva chiamato le fanterie spagnole del Castello a mare: si era invece chiuso coi giudici, coi più odiati partigiani di don Ugo, nello Steri: abbandonando così la città a quei ventidue che, ironia! non trovavano seguito e potevano essere schiacciati in mezz’ora.  
Giunsero fino alla Chiesa della Catena, senza aver altri che li seguisse che un giovinotto novizio dei Dominicani, che doveva esser più tardi il loro storico: Tommaso Fazello. 
Giovan Luca entrò nella chiesa, scoraggiato, avvampando di sdegno contro l’inerzia del popolo; si lasciò cadere sopra un banco, delle lagrime gli rigarono il volto, il suo sogno vaniva: aveva spinto quei suoi compagni alla morte, fidando nel popolo; e il popolo li lasciava soli! Che avevano fatto dunque quei popolani che eran con lui, e che passavano per capipopolo? E mastro Iacopo? Nessuno rispondeva alle querimonie di Giovan Luca si guardavano muti e squallidi e disanimati: lo stesso Piededipapera si grattava il capo, non sapendo fare altro. 
Ma poco dopo, superata quella crisi di abbattimento, Giovan Luca si alzò, pareva trasfigurato: 
- Signori – disse – abbiamo giurato di andare o alla vittoria o alla morte. La vittoria ci è mancata; andiamo a morire; per la Sicilia e per la libertà! Avanti!...
Uscì pel primo, e quel manipolo lo seguì, ripetendo il suo grido di morte. Lo Steri sorgeva lì a pochi passi con la sua massa bruna, le sue belle trifore, le sue decorazioni bicromatiche; e torreggiava nel cielo serotino, sopra le case basse e sparse in giro della vasta piazza. Della gente, curiosi i più, si accodò a quel manipolo, che correva verso lo Steri; la porta del quale, che non era dove è oggi, ma dalla parte che guarda lo spiazzo della Dogana, era serrata. I congiurati cominciarono a gridare: 
- A morte i traditori!...

Luigi Natoli: Squarcialupo. 
Pagine 624 - Prezzo di copertina € 24,00
Sconto del 20% se acquistato dal catalogo prodotti della casa editrice al sito www.ibuonicuginieditori.it
Disponibile in libreria e in tutti i siti di vendita online. 

La figura di Squarcialupo, su ispirazione dei disegni di Amorelli nel Giornale di Sicilia (nella foto)  è opera di Niccolò Pizzorno. 

Luigi Natoli: la festa di S. Cristina. Tratto da: Squarcialupo.


Era la sera del 22 luglio 1517, antivigilia della festa di Santa Cristina, patrona della città che i Palermitani si affaccendavano a celebrare, come facevano ogni anno, nella maniera più sontuosa imbiancando cioè i muri delle case, e appendendovi festoni di fronde; innalzando per le strade che la processione doveva percorrere archi trionfali, anch’essi di verdi fronde; e preparando coperte e panni e, chi li aveva, arazzi, da stendere sulle finestre, e lanterne e torce resinose per far la luminaria.

Questa era la festa principale, e più solenne per la città; cominciava la vigilia, col Vespro solenne che si cantava nel Duomo, e si svolgeva il giorno della festa, cioè il 24, con la “cappella reale” e la messa cantata, di mattina, e immediatamente dopo la processione. Cappella reale significava che alla funzione religiosa interveniva il vicerè o il luogotenente, come rappresentante del sovrano, in gran pompa; sedeva sul trono e riceveva l’incenso nelle forme prescritte dal cerimoniale. Tanto nell’andare al Vespro solenne, quanto alla messa cantata, l’intervento del vicerè era per se stesso uno spettacolo che attirava la folla: perché egli vi andava con le insegne della carica, con gran seguito di cavalieri e di creati: ed era ricevuto alla porta del Duomo dall’Arcivescovo: e perché andando il vicerè in veste ufficiale, a esercitare un atto di sovranità, ci si recavano anche le alte magistrature del regno, e il Senato, anch’esso in gran pompa.

Il popolo, dunque, faceva i preparativi per addobbare le strade specialmente quelle che la processione avrebbe percorso, secondo prescriveva il bando del Senato. E quell’anno era prescelto il quartiere del Capo, o come si diceva, di Civalcari.

Qua e là, dove c’era gente che o imbiancava, o sul bianco dipingeva certi ornati rossi e turchini, che parevano ai riguardanti bellissimi, si formavano crocchi, che ciaramellavano delle cose più disparate; uno più numeroso se n’era fatto presso la chiesa di Sant’Agostino, dove addobbavano di verdi fronde d’arancio e di palme un arco trionfale; ma un uomo vestito da frate, messosi a parlare ad alta voce sui gradini della chiesa, aveva attirato a sé quel crocchio, che era man mano diventato folla, e pareva che prendesse gusto al discorso del frate.

Luigi Natoli: Squarcialupo. 
Pubblicato unicamente a puntate, in appendice al Giornale di Sicilia dal 2 febbraio 1924. Pubblicato per la prima volta in libro ad opera de I Buoni Cugini editori. 
Pagine: 624 - Prezzo di copertina € 24,00
Sconto del 20% se acquistato dal catalogo prodotti della casa editrice al sito www.ibuonicuginieditori.it 
Disponibile in libreria e in tutti i siti di vendita online.