lunedì 11 settembre 2017

Luigi Natoli: Gli schiavi. Estratto del capitolo 1 parte prima

Estratto del capitolo 1 parte prima completo di note.

Scarica il primo capitolo del volume Gli schiavi comprensivo di note. 

La presenza delle note è la caratteristica fondamentale del romanzo: molte sono state inserite dall'autore, ma altre ne abbiamo aggiunte noi editori per valorizzare il grande lavoro di ricerca sulle abitudini, sulle tradizioni e sullo stile di vita del tempo (120 a.C.) svolto da Luigi Natoli. 
Il romanzo è ambientato in Sicilia, durante la seconda guerra servile; narra la storia di Elio, un uomo libero divenuto schiavo contro la sua volontà. Narra della sua lotta, del suo amore per  la romana Cecilia, figlia del suo padrone Caio Cecilio Pulcro, delle sue ricerche, del suo peregrinare all'interno di un contesto storico ricostruito alla perfezione. 
Narra di Atenione, uno schiavo, un uomo, un eroe da cui Spartaco avrebbe dovuto imparare. 

Gli Schiavi - Pubblicato a puntate nel Giornale di Sicilia da ottobre 1931 e dalla casa editrice Sonzogno nel 1936. 
Pubblicato nel 2014 dalla casa editrice I Buoni Cugini editori. 
Prezzo di copertina € 22,00 - Sconto del 20% se acquistato dal catalogo prodotti della casa editrice al sito www.ibuonicuginieditori.it 



lunedì 28 agosto 2017

Luigi Natoli: Il giuramento della massoneria. Tratto da: Cagliostro e le sue avventure.


Colui che mi accompagnava, mi pose nelle mani una pistola: 
- Quest’arme, – disse, – è carica. Appoggiatela al vostro capo e sparate. 
Come vi ho detto provai un istante di ripugnanza: ma subito pensai giustamente che se la pistola si caricasse veramente, a palla, le logge si potrebbero chiudere per mancanza di socii. Così non esitai a tirare il grilletto. Sentii lo scoppio, e un colpo alla testa, ma naturalmente non morii, né riportai alcuna ferita. Era evidente che il colpo era sparato da altri, e che la percossa era simulata. 
Allora fui fatto inginocchiare, e pronunciai il seguente giuramento: 

“Io Alessandro Cagliostro alla presenza del grande Architetto dell’Universo e a quella dei miei superiori come pure della rispettabile società in cui mi trovo, mi obbligo di fare tutto quello che mi verrà ordinato dai miei superiori; e perciò mi obbligo sotto le pene stabilite da loro di obbedirli ciecamente, senza ricercarne il perché, e di non rivelare né in voce, né in iscritto, né con gesti il segreto di tutti gli arcani che mi saranno comunicati”. 

Sbendato, mi trovai in una grande sala così sfarzosamente illuminata, che per poco non ne fui accecato; e non fui poco stupito dal vedere che tra i liberi Muratori vi era anche l’amico O’Reilly e v’era Ricciarelli, che era stato ricevuto qualche ora prima di me. 
La cerimonia non terminò col giuramento. Condotto dinanzi al trono del Venerabile, egli, ponendomi la spada sul capo mi diede il battesimo massonico, mi abbracciò e mi baciò, e presentatomi come un fratello, mi fece condurre in giro perché avessi il bacio fraterno. 
Ebbi anche due paia di guanti, uno da uomo, come simbolo che dovessi serbare la purità delle mani, e non macchiarle mai del sangue dei miei fratelli liberi muratori, e uno da donna, da regalare alla donna amata. 
Io li portai a Lorenza. 
Il primo grado massonico è di apprendista; vengono poi quelli di compagno e di maestro. Questo grado è quello del perfetto massone; e non vi si arriva, se non dopo un tirocinio più o meno lungo, e dopo aver dato prova di rettitudine e di segretezza. 
Ma questo tirocinio per me si ridusse a una settimana; alla nuova riunione, io passai a compagno e a maestro, e n’ebbi la patente, il 2 giugno del 1777, firmata dal segretario della loggia Giacomo Helsteim.

Luigi Natoli: Cagliostro e le sue avventure. 
Pagine 884 - Prezzo di copertina € 25,00
Ad opera della casa editrice I Buoni Cugini editori il romanzo è stato restaurato e riportato alla versione originale pubblicata a puntate in appendice al Giornale di Sicilia dal 31 gennaio 1914.
(www.ibuonicuginieditori.it)


Luigi Natoli: La società dei liberi muratori. Tratto da: Cagliostro e le sue avventure.


Questa società non mi era ignota; nel primo soggiorno in Londra e in Parigi ne avevo sentito parlare; avevo sentito dire che eran tutta una cosa con la setta degli Illuminati, e durante i miei viaggi avevo approfondito queste conoscenze, leggendo qualche opera intorno alle dottrine di Swedenborg che ne fu il predicatore.
Più tardi mi venne fra le mani un libro: le costituzioni della massone­ria, stampato a Londra nel 1723 da William Hunteer, che mi invogliarono a conoscere più intimamente questa società misteriosa, della quale nessuno sapeva i veri fini; ma che a me appariva come la depositaria di qualche verità, non a tutti rivelabile.
La storia che se ne faceva era veramente maravigliosa.
Risaliva ai tempi di Salomone e alla fabbrica del Tempio di Gerusalemme. Da allora at­traverso il corso dei secoli, ricercata dai cristiani, la verità massonica si era trasmessa intatta, come un sacro deposito fra gli iniziati. Nel Medio Evo essa aveva avuto il suo splendore coi Cavalieri della Tavola Rotonda, con le corporazioni dei fabbricatori delle cat­tedrali, coi cavalieri Templari.
Per tempi e società diverse dunque si era potuta conservare intatta una ve­rità, così alta e divina, che non si poteva accedere senza una lunga iniziazione.
Io mi domandavo se per avventura non avessi trovato in essa la spiegazione di quanto ancora in certi fenomeni di divinazioni o d’altro mi accadeva.
La loggia Speranza era al nume­ro 369 della Royale Taverne. O’ Reilly mi lasciò sull’uscio, dopo avermi date alcune indicazioni, e sparve.
Io picchiai a una porta, che si dischiuse.
V’era dentro un così fitto buio, che non si vedeva nulla; ma udii na voce domandarmi chi fossi. Diedi il mio nome; e allora di fra le tenebre una mano mi prese per braccio e mi atti­rò; e la porta si richiuse senza far rumore.
Io non vedevo nulla, la mano che mi teneva mi guidò su per una scala: poi sentii che apriva una porta, dove mi sentii spingere. La stessa voce disse:
- Aspettate lì fin che vi si verrà a cercare.
Lì, dove? Io non vedevo nulla; mi trovavo certamente in una stanza, ma non potevo dire dove fossero le pareti; tutto era nero intorno a me, sopra di me, sotto di me: un nero spaventevole e senza confini; del quale accresceva l’orrore un piccolo e fioco lumicino posato sopra qualche cosa, che a poco a poco riconobbi per un tavolino.
Dovetti stentare un poco, prima di potermi abituare a quell’oscurità; ma poi cominciai a scorgere qualche cosa, tra il nero delle pareti: dei teschi e del­le tibie; e indi m’apparve sulla tavola, come se qualcuno ve lo avesse deposto allora allora un vero teschio, con le occhiaie vuote e il sogghigno beffardo.
Quella vista, quel nero, il silenzio e la solitudine mettevano un senso di raccapriccio. L’aspettazione diventava lunga, io provavo del fastidio, e cercavo di svagarmi pensando ad altre cose, e guardandomi intorno, quando, nel voltarmi vidi corruscare dietro di me qualche cosa che poteva essere una lama...


Luigi Natoli: Cagliostro e le sue avventure. 
Pagine 884 - Prezzo di copertina € 25,00 
Sconto del 20% se acquistato dal catalogo prodotti della casa editrice al sito www.ibuonicuginieditori.it 







domenica 13 agosto 2017

Luigi Natoli: Alla Guerra! Romanzo storico.

Da questo link è possibile scaricare il primo capitolo del romanzo Alla guerra! di Luigi Natoli, pubblicato a puntate in appendice al Giornale di Sicilia dal 19 ottobre 1914 al 05 ottobre 1915 e pubblicato dopo cento anni in unico volume di 954 pagine con illustrazioni di Niccolò Pizzorno dalla casa editrice I Buoni Cugini editori. 

giovedì 27 luglio 2017

Luigi Natoli: I pupi di don Calcedonio. Tratto da: Fioravante e Rizzeri.


Quella mattina aveva lucidato l’armatura di Fioravante; elmo, corazza, schienali, bracciali e cosciali di nichel, rabescati d’ottone dorato, risplendevano come argento e oro. Fioravante era disteso su un’altra panca, i tre fili di ferro che gli reggevano il capo e le braccia, congiunti insieme, gli davano una posa da guerriero aspettante; la visiera alzata gli scopriva il viso immobile con gli occhi fissi; la veste, corta al ginocchio, verde, color della speranza, ornata di tre file di passamani d’oro, gli pendeva in pieghe simmetriche; e la spada, la terribile Durlindana, che poi avrebbe ereditato Orlando, gli giaceva al fianco. Oh, era un bel paladino Fioravante. Tutta la mattina don Calcedonio l’aveva occupata con lui. Non conosceva risparmio per i paladini; egli vi spendeva anche più che non potessero le sue forze; alcune armature gli costavano fino a cinquecento lire: quella di Orlando per esempio, tutta dorata, con i gomiti, le spallacce, le ginocchiere che parevano argento, e lo scudo con la croce d’oro, che rifulgeva come un sole. Ma Orlando era il paladino maggiore, e conveniva vestirlo meglio degli altri; la sua veste bianca pareva intessuta di gigli e i ricami parevano una pioggia di botton d’oro. Peccato, che avesse gli occhi storti!
Ma don Calcedonio non pensava a lui. Pur continuando a contare le travi del soffitto, la sua mente era piena di Fioravante e di Mambrino, del quale aveva nella mattinata ripulito l’armatura. Questa era diversa da quella di Fioravante, perché Mambrino era saraceno, e i saraceni, si sa, vanno vestiti diversamente. Hanno l’elmo senza visiera, con un turbante attorcigliato e una specie di chiodo in cima, donde scaturiscono le piume. E hanno le brache corte fino al ginocchio, e la scimitarra.
Veramente i romanzi di cavalleria che egli leggeva, dicevano che i guerrieri saraceni erano vestiti come i cristiani; le stesse armature, come lo stesso linguaggio cavalleresco, gli stessi usi; la differenza era che i cristiani giuravano per Gesù e per la Vergine Maria, i saraceni per Macone, Maometto, Apolline, Belial. Ma don Calcedonio vestiva i cavalieri cristiani come i giostranti del secolo XVI, e i saraceni come i turchi dei secoli posteriori. Era tutt’uno per lui!
Aveva ripulita la corazza di Finaù, figlio del re Balante, che regnava in Scondia; una bell’armatura, tersa e lucente, che faceva abbagliare a mirarla, con un sole raggiante in mezzo, e l’elmo sormontato da una pennacchiera rossa, che ondeggiava al minimo movimento. 
Quella sera Fioravante avrebbe combattuto Finaù; era un duello mortale; si sapeva che Finaù sarebbe stato ucciso, nondimeno il duello si presentava agli spettatori dubbio, nonostante fossero in due a combatterlo, Fioravante e Tibaldo di Lima. L’armatura di questo cavaliere era già pronta dal giorno innanzi. Era di ottone, e pareva d’oro, ma rimaneva di minor valore di quella di Fioravante; anche il gonnellino non aveva i ricami di quello; era pavonazzo, filettato di oro.


Luigi Natoli: Fioravante e Rizzeri. 
Pagine 308 - Prezzo di copertina € 19,00 - Sconto del 15% se acquistato dal catalogo prodotti della casa editrice al sito www.ibuonicuginieditori.it
Disponibile in libreria e in tutti i siti di vendita online. 
Nella foto: Paladini d'epoca, esposti al museo Pitrè di Palermo. 

Luigi Natoli: il puparo Don Calcedonio. Tratto da: Fioravante e Rizzeri.

Potevano essere le diciotto ore, e bisognava terminare di agghindare il pupo che giaceva in un canto, poi disporre ogni cosa e prepararsi per la serata. Passò in rassegna gli attori disposti in fila per ordine e appesi con tre fili di ferro da una parte e dall’altra. Essi stavano immobili, con quei visi lucidi, con gli occhi aperti, fissi in un punto che non vedevano, stretti nelle armature, che mandavano nell’ombra bagliori. Il silenzio avvolgeva tutto quel popolo, sul quale le mani di don Calcedonio passavano per correggere qua una piega, là un gesto.
Egli viveva in mezzo a quel popolo di legno e di mantello non solo perché gli dava il pane, ma perchè vi s’era foggiato un mondo morale a sé, gli stessi sentimenti, le stesse abitudini, quasi lo stesso linguaggio. I paladini rivivevano in lui: Orlando, Rinaldo, Carlo Magno, Fioravante, Rizzeri, il marchese Oliveri, Ricciardetto, e via via dicendo, erano per lui creature viventi, e nel cuor suo accoglieva tutto quanto quei paladini avevano di eroico, di generoso, di nobilmente umano. Quando era sul palcoscenico, e reggeva i fili dei pupi, e li faceva movere coi gesti misurati e sempre gli stessi, e parlava con la voce alterata, non era più lui, ma l’eroe che aveva in pugno. I colpi di spada, che percotevano le teste di legno, erano veri; si meravigliava di non vedere il sangue correre, e una volta mise nella marionetta una piccola vescichetta piena di sangue, che a un colpo colava con una realtà illusiva per lui e per il minuscolo pubblico, che montava in visibilio. Ma un personaggio non poteva soffrire: Gano di Maganza. Il traditore! Gli riusciva ripugnante, e metteva ogni sforzo perché apparisse ancora più laido.



Nella foto: Don Calcedonio illustrato da Amorelli (Giornale di Sicilia - 1936)
Fioravante e Rizzeri: una delle ultime opere di Luigi Natoli - pubblicato in 62 puntate in appendice al Giornale di Sicilia dal 31 dicembre 1936
Pubblicato in dispense negli anni 50 dalla casa editrice La Madonnina
Pubblicato dalla casa editrice I Buoni Cugini Editori del 2014 (www.ibuonicuginieditori.it). Pagine 308 - Prezzo di copertina € 19,00.
Sconto del 15% se acquistato dal catalogo prodotti della casa editrice www.ibuonicuginieditori.it
Disponibile in libreria e in tutti i siti di vendita online.  

Luigi Natoli: ...Era assai bello Fioravante! - Tratto da: Fioravante e Rizzeri.


Don Calcedonio aprì il teatro, dove lo aspettavano due suoi cooperatori; dieci o dodici invece lo aspettavano fuori e intanto guardavano il tabellone dipinto, diviso in otto scompartimenti, che raffiguravano le imprese più salienti di Fioravante e di Rizzeri. Una leggenda diceva “Fioravante combatte con Finaù” e più giù “Rizzeri libera Fioravante”.
- Dov’è Fioravante? È quello? – domandò un ragazzo forse nuovo a quello spettacolo, indicando uno scompartimento. 
- Quello? Dove hai la testa? Quello è Rizzeri, e quell’altra è la regina Biancadoro, che gli dà una pietra preziosa… Oh che non sai che la regina Biancadoro, appena partito Fioravante, si ricordò di un talismano che voleva dargli, una pietra preziosa, che chi la portava addosso, non gli potevano malefizi; e che la consegnò a Rizzeri, paladino di Francia, giunto allora allora, perché salisse a cavallo e raggiungesse Fioravante per dargliela? E se non sai questo, come puoi capire il resto? 
- So assai della regina Biancadoro! Se tu me lo dici…
- È facile saperlo, se tu guardi bene le figure. Quello là è Fioravante, quando incontra tre saraceni che conducono con sé una donzella. Essa dice: “Vergine Maria, aiutami”; e non appena vede Fioravante, corre verso di lui, gridando: “Cavaliere cristiano, abbi pietà di me, che sono di gentil lignaggio”. Uno dei saraceni la batte per farla ritornare indietro. Dice Fioravante alla donzella: “Non temere che se anche fossero cinquanta invece di uno, non ti farebbero oltraggio”. Allora dice il saraceno: “Cavaliere, va pei fatti tuoi, e lascia stare questa damigella, se non vuoi trovare la morte!” – Risponde Fioravante: “Ah! ah! m’incresce che tu sia solo, e non abbia miglior compagnia, chè mi fa vergogna combattere con uno; ma questa damigella mi chiede aiuto, ed io non posso rifiutarglielo”. Il saraceno corre a chiamare gli altri due compagni, e torna, e assalgono Fioravante. Vedi come egli ne atterra due? il terzo fugge. In questo altro scompartimento Fioravante va con la damigella a una baracca, dove i saraceni stavano prima arrostendo un pezzo di carne, e lì si toglie l’elmo. Era assai bello Fioravante! La donzella tremò, e disse: “Cavaliere, tu hai fatto molto per me, e ne lodo Iddio, però sono in tua balìa, fa di me quel che vuoi”. Rispose Fioravante: - “Damigella, non temere, ch’io non brutterò il tuo onore e il mio, ma intanto mangiamo, chè ho fame, e quelli là ci hanno preparato di che desinare”. Dopo la damigella prese a dirgli: “Cavaliere, non ti meravigliare perché io son ridotta in questo stato: sappi ch’io son figlia del re di Dardenna, che è in guerra col re di Balda di nome Balante. Da tre giorni mio padre è assente da Dardenna, e io con alcune damigelle passeggiavo nel giardino, quando fui assalita da una mano di saraceni, che si erano appiattati lì d’intorno. Le damigelle furono rapite, io capitai in potere di quei tre saraceni, dai quali tu m’hai liberato. Io mi son raccomandata alla Vergine Beata, e sua mercè ho salvato l’onore e la mia verginità; voi m’avete tratto dal vituperio, ed ora sono in vostra balìa”. Fioravante le domandò il nome, e quella rispose: “Io ho nome Uliana, e voi, cavaliere, come vi chiamate?”. Rispose: “Guerrino”, perché gli convenne tramutarsi il nome, essendosi ricordato che egli era cugino di Uliana… Ma ecco che incomincia lo spettacolo. 
Gli spettatori si presentavano, pagavano il prezzo ed entravano alla rinfusa, urtandosi e spingendosi per prendere i primi posti, con grida, imprecazioni, male parole, un tumulto indescrivibile. Una voce gridò dal palcoscenico: 
- Oh! che non volete finirla? Statevi zitti!
Ma si levò il sipario, e questo fu il mezzo più persuasivo per imporre il silenzio, che si fece repentinamente sì che non si sarebbe sentito neppure il volare d’una mosca.


Luigi Natoli: Fioravante e Rizzeri
Pagine 309 - Prezzo di copertina € 19,00
Sconto del 15% se acquistato dal catalogo prodotti della casa editrice al sito www.ibuonicuginieditori.it 

lunedì 24 luglio 2017

Luigi Natoli e la rivolta di Giovan Luca Squarcialupo: 24 luglio 1517


E quella era la giornata, finalmente!...
Intanto arrivavano altri cavalieri, e infine Giovan Luca Squarcialupo, che contò i convenuti: erano ventidue. 
- Orsù, – disse: – col nome di Dio e della gloriosa santa Cristina, andiamo. 
E la cavalcata si mosse verso la città.  
Entrarono dalla Porta Nuova, come una comitiva di amici; la porta era aperta, i gabellieri al loro posto, tranquilli; nessun indizio di sospetti. Poiché non era ancora l’ora del vespro, Giovan Luca entrò coi compagni nella vicina chiesa di San Giacomo, che era deserta. E là concertarono ancora quale dovesse essere l’opera di ognuno e di tutti. Piombare nel Duomo, con le armi in pugno, sorprendere il duca di Monteleone, impadronirsene, uccidere chi osasse resistere, e i giudici che tanto odii avevano suscitato: insignorirsi del potere, ma non ripetere la sciocchezza commessa l’anno innanzi, quando fu cacciato don Ugo. 
Ed ecco il campanone del Duomo sonare a Vespro: e ogni colpo rimbombava nel cuore di ognuno, e farlo balzare. È l’ora. Si scambiano uno sguardo; e taciti, pensosi di quel che fra un istante avverrebbe scendono verso il Duomo. La grande porta è spalancata; il sole illumina il bel prospetto e ravviva la patina dorata distesa dal tempo sulla pietra e sul marmo. Si sente il canto snodarsi lento e solenne; in quel momento, pensano, il luogotenente si è seduto nel soglio. Entrano, corrono verso l’abside maggiore, tra i fedeli stupiti di quella irruzione a mano armata; ma quale delusione! V’erano i canonici, v’era l’arcivescovo; non c’era né il luogotenente generale, né i magistrati, né il senato. 
Come? Perché?
Un sagrista, che al vederli entrare armati, s’era messo a gridare: – Sono qui! Sono qui! – cercando di fuggire; raggiunto, spiegò loro che il duca aveva saputo che volevano ammazzarlo, e non era uscito dallo Steri. Questa risposta stupefece tutti: l’aveva saputo? Da chi? c’era un traditore dunque fra loro? Giovan Luca guardò con occhi lampeggianti d’ira i suoi compagni – Chi è il Giuda? – gridò.
Ma tutti protestarono vivacemente e fieramente. Il traditore non era fra loro: essi erano tutti lì pronti a ogni rischio, e Giovan Luca aveva torto ad offenderli. Ma Vincenzo Di Benedetto, fratello di Cristoforo, si diede un pugno sulla testa, e sclamò: 
- Ah il gesuato! Il gesuato!... deve essere stato lui!...

A ogni modo il dado era tratto: bisognava andare innanzi, alla vittoria o alla morte. Uscendo dalla chiesa, Giovan Luca, levando in alto la spada, gridò: 
- A morte i traditori!... Cittadini, all’armi!
E i compagni ripeterono il grido. Ma nessuno uscì dal Duomo per seguirli, e la gente che si affacciava sulle soglie delle botteghe e delle case, o che andava per le vie, guardava meravigliata, non sapendo che fosse, Vincenzo di Benedetto agitava la spada, gridando, e gli altri con lui, invano: 
- Viva il re! Muoiano i traditori!...
Scesero per la via Marmorea: soli, senza seguito, il popolo guardava e li lasciava passare, senza neppure secondare quel grido. Era una cosa inconcepibile: mastro Iacopo se ne sdegnava: apostrofava gli imbelli, che stavano a vedere, come fossero a uno spettacolo; li sferzava con male parole.
Ma nessuno si moveva: quei ventidue cavalieri percorrevano la via Marmorea, gridando, come anime sperdute. Avessero almeno trovato una resistenza! Ma dove erano le milizie spagnole? Dove il luogotenente generale? In verità il duca di Monteleone aveva perduto la testa. Sapendo che i congiurati dovevano calare dalle campagne, non aveva per prima cosa ordinato la chiusura delle porte della città; non aveva chiamato le fanterie spagnole del Castello a mare: si era invece chiuso coi giudici, coi più odiati partigiani di don Ugo, nello Steri: abbandonando così la città a quei ventidue che, ironia! non trovavano seguito e potevano essere schiacciati in mezz’ora.  
Giunsero fino alla Chiesa della Catena, senza aver altri che li seguisse che un giovinotto novizio dei Dominicani, che doveva esser più tardi il loro storico: Tommaso Fazello. 
Giovan Luca entrò nella chiesa, scoraggiato, avvampando di sdegno contro l’inerzia del popolo; si lasciò cadere sopra un banco, delle lagrime gli rigarono il volto, il suo sogno vaniva: aveva spinto quei suoi compagni alla morte, fidando nel popolo; e il popolo li lasciava soli! Che avevano fatto dunque quei popolani che eran con lui, e che passavano per capipopolo? E mastro Iacopo? Nessuno rispondeva alle querimonie di Giovan Luca si guardavano muti e squallidi e disanimati: lo stesso Piededipapera si grattava il capo, non sapendo fare altro. 
Ma poco dopo, superata quella crisi di abbattimento, Giovan Luca si alzò, pareva trasfigurato: 
- Signori – disse – abbiamo giurato di andare o alla vittoria o alla morte. La vittoria ci è mancata; andiamo a morire; per la Sicilia e per la libertà! Avanti!...
Uscì pel primo, e quel manipolo lo seguì, ripetendo il suo grido di morte. Lo Steri sorgeva lì a pochi passi con la sua massa bruna, le sue belle trifore, le sue decorazioni bicromatiche; e torreggiava nel cielo serotino, sopra le case basse e sparse in giro della vasta piazza. Della gente, curiosi i più, si accodò a quel manipolo, che correva verso lo Steri; la porta del quale, che non era dove è oggi, ma dalla parte che guarda lo spiazzo della Dogana, era serrata. I congiurati cominciarono a gridare: 
- A morte i traditori!...

Luigi Natoli: Squarcialupo. 
Pagine 624 - Prezzo di copertina € 24,00
Sconto del 20% se acquistato dal catalogo prodotti della casa editrice al sito www.ibuonicuginieditori.it
Disponibile in libreria e in tutti i siti di vendita online. 

La figura di Squarcialupo, su ispirazione dei disegni di Amorelli nel Giornale di Sicilia (nella foto)  è opera di Niccolò Pizzorno. 

Luigi Natoli: la festa di S. Cristina. Tratto da: Squarcialupo.


Era la sera del 22 luglio 1517, antivigilia della festa di Santa Cristina, patrona della città che i Palermitani si affaccendavano a celebrare, come facevano ogni anno, nella maniera più sontuosa imbiancando cioè i muri delle case, e appendendovi festoni di fronde; innalzando per le strade che la processione doveva percorrere archi trionfali, anch’essi di verdi fronde; e preparando coperte e panni e, chi li aveva, arazzi, da stendere sulle finestre, e lanterne e torce resinose per far la luminaria.

Questa era la festa principale, e più solenne per la città; cominciava la vigilia, col Vespro solenne che si cantava nel Duomo, e si svolgeva il giorno della festa, cioè il 24, con la “cappella reale” e la messa cantata, di mattina, e immediatamente dopo la processione. Cappella reale significava che alla funzione religiosa interveniva il vicerè o il luogotenente, come rappresentante del sovrano, in gran pompa; sedeva sul trono e riceveva l’incenso nelle forme prescritte dal cerimoniale. Tanto nell’andare al Vespro solenne, quanto alla messa cantata, l’intervento del vicerè era per se stesso uno spettacolo che attirava la folla: perché egli vi andava con le insegne della carica, con gran seguito di cavalieri e di creati: ed era ricevuto alla porta del Duomo dall’Arcivescovo: e perché andando il vicerè in veste ufficiale, a esercitare un atto di sovranità, ci si recavano anche le alte magistrature del regno, e il Senato, anch’esso in gran pompa.

Il popolo, dunque, faceva i preparativi per addobbare le strade specialmente quelle che la processione avrebbe percorso, secondo prescriveva il bando del Senato. E quell’anno era prescelto il quartiere del Capo, o come si diceva, di Civalcari.

Qua e là, dove c’era gente che o imbiancava, o sul bianco dipingeva certi ornati rossi e turchini, che parevano ai riguardanti bellissimi, si formavano crocchi, che ciaramellavano delle cose più disparate; uno più numeroso se n’era fatto presso la chiesa di Sant’Agostino, dove addobbavano di verdi fronde d’arancio e di palme un arco trionfale; ma un uomo vestito da frate, messosi a parlare ad alta voce sui gradini della chiesa, aveva attirato a sé quel crocchio, che era man mano diventato folla, e pareva che prendesse gusto al discorso del frate.

Luigi Natoli: Squarcialupo. 
Pubblicato unicamente a puntate, in appendice al Giornale di Sicilia dal 2 febbraio 1924. Pubblicato per la prima volta in libro ad opera de I Buoni Cugini editori. 
Pagine: 624 - Prezzo di copertina € 24,00
Sconto del 20% se acquistato dal catalogo prodotti della casa editrice al sito www.ibuonicuginieditori.it 
Disponibile in libreria e in tutti i siti di vendita online. 

venerdì 21 luglio 2017

Luigi Natoli: La giornata di Giorgio Comito. Tratto da: Il caso di Sciacca.


Giovanni di Luna, malgrado la vigoria della sua vecchiezza era caduto sul letto, soffocato da un nodo di pianto. I servi, muti, stavano nell’atteggiamento afflitto di chi non sa come consolare un animo grandemente addolorato. Il vecchio signore non resisteva a quella separazione. Già poco prima i suoi due figli Francesco e Tomaso eran venuti alle mani tra loro rabbiosamente, e l’uno morivane per fierissima ferita al capo, l’altro restava inutile a sé ed agli altri, con le mani orribilmente squarciate. Adesso era la volta di Sigismondo, il suo primogenito, l’onore della casa, che partiva per la vendetta, alla testa di un vero esercito; che andava ad assaltare un castello forte e munito e difeso da valorosi. Nel dividersi dal figliuolo, il vecchio sentiva stringersi il cuore; era forse la prima volta che la commozione pietosa rammolliva quell’anima dura e vendicativa.

Sigismondo cavalcava.

Era la notte del 18 luglio, calda e pensante. La luna splendeva purissima su tutta la campagna di Sciacca; i colli, i boschi, le pianure si distinguevano nettamente nella tenue luce azzurrognola; e giù, il mare aveva un color di acciaio brunito, orlato al lido di un sottile filo d’argento. I cavalli sollevavano nuvole di polvere; pure, nel fosco, tralucevano gli elmi e le corazze.

Sigismondo cavalcava innanzi a tutti; percorrendo le vie stesse dove avea ricevuto oltraggi, gli pareva che i sassi e i rovi ripetessero voci di scherno, onde cupo e silenzioso, stringeva le redini e pungeva i fianchi del cavallo. E il cavallo scoteva la nobile testa, drizzando gli orecchi e sbuffando. Così giunse a un trar d’archibuso delle mura di Sciacca; e si fermò.

La città era immersa nel sonno; su le torri le scolte sonnecchiavano, di là dalle mura si scorgeva il castello normanno, dritto e nero nella notte luminosa; più in là, fuori delle mura, il monastero delle Giummare.

La truppa si era fermata dietro il signor Sigismondo, e guardava anch’essa. Accursio Amato, Ferrante Lucchesi, Erasmo Loria, Calogero Calandrini, Cola Vasco, Gian Pietro Infontanetta, Pietro Giliberto e Cesare Imbrogna gli stavano intorno; in disparte Giorgio Comito, avventuriere albanese, con una banda selvaggia di greci-albanesi raccolti a Mezzoiuso, a Palazzo Adriano, a Contessa: dall’altro lato il signor Muchele Impugiades con una schiera di cavalli, assoldati dal vecchio don Giovanni.

Guardavano tutti la città, e ognuno sentiva nel petto una emozione indefinita e vaga; quel tale turbamento che precede l’accingersi a una impresa. Giorgio Comito però aspirava l’odore delle stragi e delle rapine; e il signor Sigismondo e i suoi compagni sentivano risonare nell’animo l’ora della vendetta.

Allora il conte Sigismondo divise le sue schiere in due: una comandata dal capitano Impugiades andò ad appostarsi al monastero delle Giummare, l’altra con lui scese dai colli fin presso alle mura di Sciacca e attese il giorno.


Luigi Natoli: La Baronessa di Carini e altri racconti con fatti di sangue...
Pagine 310 - Prezzo di copertina € 21,00
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Luigi Natoli: Il caso di Sciacca. Quadro storico. - Tratto da: La Baronessa di Carini e altri racconti con fatti di sangue


Il quadro storico si riferisce alla leggenda - Il caso di Sciacca - pubblicata da Luigi Natoli nella raccolta "Storie e Leggende" edito Giuseppe Pedone Lauriel anno 1892. Lo stesso volume è stato pubblicato da I Buoni Cugini editori con il titolo: La Baronessa di Carini e altri racconti con fatti di sangue. 

Caso orrendo che lasciò, come il Vespro, memoria durevole nella tradizione popolare, avvenne per la inimicizia di due famiglie potenti, i Luna e i Perollo, del quale fu teatro Sciacca. Nata nei primi del XV secolo per rivalità di ambite nozze, un primo urto avvenne in Sciacca durante i funerali di Martino e l’odio dei padri si trasmise nei figli, Pietro Perollo e Antonio de Luna, e vi diede nuova fiamma una lite pel possesso di una baronia di S. Bartolomeo vinta dal Luna. Per evitar spargimento di sangue si tentò una pace: ma correndo la Settimana Santa del 1459, durante la processione, il Luna fu assalito e percorso da gente armata; ne nacque una zuffa, e si dice che il Perollo, abbattuto il nemico, andasse a devastarne le case e a saccheggiarle. Il Luna si ritirò a Caltabellotta preparando la vendetta, ma il governo intervenne con minacce ed esilio. 
Nel secolo XVI erano a capo delle due famiglie Sigismondo de Luna, conte di Caltabellotta, imparentato coi Salviati e coi Medici, e Giacomo Perollo barone di Pandolfina e portulano di Sciacca, il quale abitava nel castello normanno, ed era in buoni rapporti col vicerè Pignatelli. 
Or avvenne che a proposito della liberazione dalla schiavitù del barone di Solanto, tenendosi Sigismondo beffato, l’inimicizia fra i due scoppiò. 
Avvenne qualche scontro fra i partigiani dell’uno e dell’altro; e spingendo Sigismondo armamenti, ne fu avvertito il Vicerè, che mandò a Sciacca Girolamo Statella qual capitano d’arme, per fare un’inchiesta e provvedere. Ma Sigismondo racconto gran numero di cavalieri e di armati, assoldata una banda di Albanesi, mosse sopra Sciacca la notte del 18 luglio 1519. Aggredita la casa dello Statella, lo uccisero, e uccisero la moglie; corsero poi ad assalire il castello che cadde il 22 dopo tre giorni di assalti, con grande spargimento di sangue. Giacomo Perollo riparatosi in un granaio, scoperto fu ucciso; il cadavere legato alla coda di un cavallo, trascinato per le vie, tra gli schiamazzi osceni dei vincitori e il pianto delle povere donne di Sciacca. Il castello e le case dei partigiani del Perollo vennero saccheggiate; la città parve un deserto. 
Allora il governo si mosse, mandando fanti e cavalleggeri e magistrati, ma la gente di Sigismondo resistette con le armi. Cominciarono i processi, e Sigismondo, proclamato reo di delitto capitale, si imbarcò nascostamente con la moglie e coi figli, e partì per Roma, dove implorò perdono dal papa Clemente VII, e intercessione presso l’imperatore Carlo V, che negò, per cui egli disperato s’annegò nel Tevere...


Luigi Natoli: La Baronessa di Carini e altri racconti con fatti di sangue.
Pagine 310 - Prezzo di copertina € 21,00
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Luigi Natoli: Fioravante e Rizzeri. Prefazione al romanzo dello stesso autore (da un articolo pubblicato sul Giornale di Sicilia il 16 dicembre 1936)


Io lo lessi giovanotto e ricordo che non potevo, se non difficilmente tralasciare la lettura; lo rilessi ora, e provai il medesimo diletto al racconto delle avventure subite e affrontate da Fioravante e da Rizzeri suo compagno e maestro, primo paladino di Francia e uomo senza macchia e senza paura. Comincia Fioravante con una monelleria, che lo spinge a lasciare il tetto paterno del re Fiorello; e di là si partono le sue avventure. Liberazione di giovanette, uccisione di nemici della fede, perdita di armatura rubatagli da un ladrone, prigioniero del re di Scondia, innamoramento con Drusolina, il suo valore come incognito e via via quello che gli succede da re, le persecuzioni di sua madre Biancadoro, che voleva dargli moglie, le avventure di Drusolina, che sola abbandonata, dà alla luce due gemelli, uno dei quali le viene rubato, e il duello dei due fratelli che non si conoscono, tutto ciò frammezzato di tanti episodi forma il romanzo, che spira un senso di giustizia e solleva gli animi nelle regioni del sogno. I nomi delle contrade non si sa dove trovarli, le distanze di parecchie migliaia di chilometri si percorrono in un tempo irrisorio, gli eserciti sono così innumerevoli da superare il numero degli abitanti delle città che li armano... Che importa? Siamo nelle sfere del sogno, nel quale ci piace navigare.

Qualche volta, passando per una stradetta, sopra una porta, vedo pendere un cartellone con dipinti in quadri alcuni episodi di quello che si rappresentava la sera nel teatro delle marionette; e vi leggevo i nomi di Fioravante e di Rizzeri. La storia di Andrea da Barberino si era rifugiata lì: Fioravante e Rizzeri erano tramutati in teste di legno, come tutti gli altri campioni del valore e della fede; ma anche in quelle vesti che destano in noi un sapore di cose nuove. In un quadro v’erano due guerrieri, che abbassavano le armi e un leone fra loro in atto di separarli; in un altro, una folla di popolo e una regina condotta al rogo: i cavalieri erano vestiti con le armature del cinquecento, con un salto di mille e duecento anni. Non importa nulla. Pel popolo abituato a quel teatro e pel puparo, ossia per l’ “oprante” tutte queste differenze sparivano nell’antico, in cui tutto accadeva senza distinzione di tempo, di luoghi, di costumi: ma l’onda di poesia che scaturiva anche da quelle piccole teste di legno era possente e riecheggiava nelle anime semplici degli spettatori.

Ora anche adesso questo giornale si ispira alle avventure di Fioravante, e lo riproduce attraverso un “oprante”; e intreccia l’antico con il moderno; e le avventure di Lillì fanno contrasto con quelle di Drusolina, e quell’onesto puparo sembra foggiato con l’anima dei suoi pupi. C’è riuscito? È quello che vedrà il lettore. Ma se non è immodestia dirlo, coloro che mi hanno seguito attraverso i diciotto o venti romanzi, da me pubblicati su questo giornale, sanno per prova che un certo interesse so trovarlo.

 Maurus o Willam Galt


Luigi Natoli: Fioravante e Rizzeri. 
Pagine 309 - Prezzo di copertina € 19,00
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Luigi Natoli: I reali di Francia. Prefazione al romanzo Fioravante e Rizzeri dello stesso autore (da un articolo pubblicato nel Giornale di Sicilia il 16 dicembre 1936)


Quanti hanno letto il magnifico libro dei “Reali di Francia”? 
Il trovarlo sui muriccioli, stampato Dio sa come, o nelle case dei contadini e degli umili, che se ne fanno assidua lettura, disdegna le anime gentili di comprarlo o di guardarlo. Né si trova dai librai. Essi vi hanno bensì l’ultima “creazione” moderna, che è morta prima di nascere, ma che rechi la cantafera di una qualche signora, piuttosto un libro che ha novecento anni addosso, quanti ne ha la “Divina Commedia”. 
Perché i “Reali di Francia”, nella  veste che lor diede Andrea da Barberino, rimontano al trecento, e sono citati fra i testi classici, e costituiscono per noi la nazionalizzazione della materia epica francese, che sarebbe per il nostro cantafavole italiano. 
Che narrano i “Reali di Francia” infatti?
Narrano la storia come da Costantino imperatore romano derivasse per naturale discendenza tutti i principi illustri che governarono la Francia da quell’epoca fino a Carlo Magno, e con loro i valorosi che li accompagnarono e che ne furono il più bello ornamento. Orlando, che è il maggiore eroe, e diventò l’immagine del valore, della cortesia e della fede, che riassume il sentimento nazionale francese, nasce per i “Reali” in Italia, e in una grotta in Sutri, dove lo partorì Berta moglie di Milone conte di Anglante, e sorella di Carlo Magno, fuggendo l’ira di costui. Così egli è italiano non soltanto per discendenza, ma anche per nascita; italiano e cittadino romano. E l’orifiamma, la gloriosa insegna che si trasmette da re a re, e che evidentemente è il vessillo, in cui Costantino fece scrivere le famose parole “In hoc signo vinces”, e che forma il centro della storia, è pur esso italiano. 
Fioravante e Rizzeri sono come Buovo d’Antona e come Orlando una parte dei “Reali”, e, come quelli, la più popolare. Non è il caso di investigare se Andrea da Barberino abbia attinto ad altri poemi, di cui era ricca la Marca Trivigiana e di cui si servivano i cantafavole nelle piazze; chi ha la pazienza di leggere lo studio che precede il “Fioravante”, nella Collezione dei testi di lingua, e gli studi sulla Epopea francese e sull’ “Orlando” di Pietro Raina, e i maggiori scrittori della storia letteraria d’Italia, può farlo; per noi il romanzo di Andrea da Barberino è tutto; noi non facciamo dell’erudizione; prendiamo quello che con tanta grazia e ingenuità narra lo scrittore toscano; e se di una cosa ci maravigliamo, è appunto che esso non sia letto oggi più dei romanzi gialli.



Luigi Natoli: Fioravante e Rizzeri. - Copertina di Niccolò Pizzorno 
Pagine 308 - Prezzo di copertina € 19,00
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martedì 18 luglio 2017

Luigi Natoli: Lorenza Feliciani. Tratto da: Cagliostro e le sue avventure.


Non era molto alta; ma di taglia ben fatta e aggraziata; bianca di carna­gione, coi capelli biondi e due grandi occhi azzurri, una bocca piccola e ver­miglia. Lo sparato del collo, lasciava ve­dere fra le trine del fisciù un seno ro­tondetto e fermo, che di bianchezza vinceva le trine stesse. Le sue mani piccole, carnose, avevan le dita lun­ghe, affusolate, come quelle di una statua. Ma quel che più incantava era il suo sorriso, nel quale l’ingenuità e una innocente furberia si confonde­vano insieme; era il suo sguardo or profondo e pensoso, ora pieno di dol­cezza, ora umido, tenero, errante die­tro i sogni; ma sempre penetrante ed eloquente, come i grandi occhi neri della donna di Sicilia.
Io avrei potuto invitare come testimonio alle nozze il marchese Alliata e il barone di Brettenil; ma l’idea di veder in propria casa quei signori spaventò talmente la sora Pasqua, che ne abbandonai l’idea, e mi rivolsi al vicecurato don Arciera e a un altro siciliano, mio buon amico, un certo Giuseppe Cazzola; e alla loro presenza il 20 aprile del 1768, nella parrocchia del S. Salvatore in Campo, sposai la mia Lorenza.
Lorenza aveva un cuore sensibile e, non ostante fosse bionda, il sangue ardente: libera da ogni soggezione, e sentendosi anzi obbligata per sagramento ad amarmi, ella mi prodigava le più tenere carezze. Lorenza, forse per l’amore che mi portava, e per l’ascendente che io avevo preso sopra di lei, mi secondava; io mi ac­corsi che ella aveva una natura facil­mente educabile; e che, fine d’aspetto come era, avrebbe potuto facilmente prender l’aria di una signora. Aveva poi una bella memoria e imparava fa­cilmente.
Io approfittai di queste sue buone disposizioni per educarla.
Ella era vissuta sempre accanto alla gonna della madre fra la casa, la botte­ga e la chiesa. Qualche domenica il sor Giuseppe la conduceva in una osteria dei dintorni, fuori porta S. Paolo o fuo­ri porta S. Giovanni; e la notte di S. Pietro a veder la girandola.
Questo era tutto il mondo che essa conosceva.
Era stata allevata troppo religiosa­mente e fra troppe pratiche divote, per aver l’idea di una vita più mondana; ed aveva portato sempre vesti popolari, che ricevevano grazia soltanto dalla sua persona, per non sentirsi impacciata nell’abbigliamento signorile che io le imponevo, per la sua condizione.
Lorenza non era capace di sentire grandi passioni; il suo cuore era leggero e vano, amava di piacere, ma non vi si attaccava. Dopo esser convissuta in intimità con l’Alliata, non aveva provato alcun dolore nel di­staccarsene improvvisamente. Le sue simpatie a fior di pelle; non le penetra­vano nel sangue. Ciò le permetteva di godere della vita ciò che la vita poteva darle, senza logorarsi l’anima fra le ansie, le smanie di una passione. Se dunque secondava il marchese Fonta­nazzo, gli era per vanità, e perché ne aveva dei vantaggi.
Sebbene bionda, e sotto il suo aspetto grazioso, gentile, casto, Lorenza aveva un cuore avido di piacere e un sangue ardente di voluttà.


Luigi Natoli: Cagliostro e le sue avventure.
Pagine 884 - Prezzo di copertina € 25,00.
Disponibile in libreria e in tutti i siti di vendita online.
Sconto del 20% se acquistato dal catalogo prodotti della casa editrice al sito www.ibuonicuginieditori.it 

Luigi Natoli: Cagliostro e le sue avventure.


- Chi io sia, – dissi, – non lo so neppure io. Ma è certo che io sono colui che guarisce gli ammalati, illumina i dubbiosi, soccorre i poveri. Intorno a me sono state scritte sciocchezze e menzogne, perché nessuno conosce la verità; ma un giorno, quando io sarò morto, si saprà quello che io ho compiuto... 

Luigi Natoli: Cagliostro e le sue avventure. 
Pagine 884 - Prezzo di copertina € 25,00
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venerdì 14 luglio 2017

Luigi Natoli: Santa Rosalia e la rivoluzione del 1820. Tratto da: Braccio di Ferro avventure di un carbonaro.


La sera del 15 luglio 1820, la via Toledo sfolgorava di luce, formicolava di gente. Era l’ultimo giorno di quel famoso “Festino” di Santa Rosalia, padrona di Palermo; che per la singolarità degli apparati, per la magnificenza degli spettacoli chiamava a Palermo una folla di isolani e stranieri. 
Quella sera la folla era maggiore, e aveva un aspetto più gaio. Negli occhi, nei gesti, v’era come il riverbero di una gioia, che non si sa né si può nascondere: v’era una irrequietezza, come di chi aspetti una letizia, che sa, e che tarda a venire. Gente si fermava, barattava saluti e parole, con vivacità di tono e di gesti: i più espansivi si abbracciavano. Qua e là si formavan crocchi e capannelli; che si allargavano e ostruivano il passaggio: ma ecco una fiumana d’altra gente fender la folla, urtare, scomporre il crocchio, trascinarne parte con sé.
Curiose fiumane di giovani e vecchi, di frati e preti, di cittadini e di soldati, a braccetto, o tenendosi per mano, affratellati da un sentimento di gioia, che traluceva dai volti, canticchiando e battendo il passo, avevano sul petto, sulle risvolte delle vesti, sulla tonaca una coccarda nera rossa e turchina: alcuni vi avevano aggiunto un nastro giallo con l’aquila siciliana stampata in nero. 
Tutta la via Toledo formicolava di queste fiumane, che si raggiungevano, si fondevano, formavano una massa rumorosa, mobile; che scendeva giù, verso la piazza Marina, si fermava dinanzi al “Carro”; guardava in su, l’immagine della “Santa” librata fra le nubi, sulla cui veste candida e luminosa svolazzava un nastro nero, azzurro e rosso. E allora gridavano: 
- Viva Santa Rosalia!
Una voce aggiunse: 
-  Viva la Costituzione!
Parve il razzo aspettato per dar fuoco alle polveri. Da tutte le bocche proruppe quel grido: - Viva la Costituzione! –; e così terribile che ne tremarono i vetri delle case vicine; migliaia di mani sventolarono in aria cappelli e fazzoletti: il grido si propagò, risalì per la via Toledo, più alto, più entusiastico: la città trasaliva, scossa da quell’irrompere di un sentimento lungamente represso; e pareva che i suoi polmoni si allargassero, come bevendo un’aria nuova e più pura. 
Il giorno innanzi, 14, con la  feluca di padron Catalano era arrivata da Napoli la grande notizia della rivoluzione, e aveva prodotto un senso di lieto stupore, destando liete speranze. Rivoluzione? Proprio? Se ne domandavano i particolari, che passando di bocca in bocca s’ingrandivano, prendendo proporzioni e atteggiamenti eroici. I nomi dei due ufficiali Morelli e Silvati, che la notte di S. Tebaldo, alla testa di uno squadrone di cavalleria, avevano gridato, a Nola, la costituzione di Spagna, furono circonfusi di gloria, con quelli del colonnello De Concillis e del prete Minichini. Tutti carbonari! La loro marcia su Avellino, la sollevazione di quel presidio, la formazione di un corpo d’esercito costituzionale che si trascinava dietro il popolo: la rapidità con la quale la rivoluzione si diffondeva, sembravan miracoli. E il re? Quel traditore di re Ferdinando? Aveva cominciato dallo spedire il generale Guglielmo Pepe contro i costituzionali; senza sapere che Pepe era carbonaro anche lui! Ed ecco Pepe alla testa dei costituzionali entrare in Napoli, e il re concedere e giurare la costituzione! Una rivoluzione compiuta senza spargimento di sangue!
Dalla strada Toledo veniva un vero esercito di sotto-ufficiali, e soldati e cittadini a braccetto, con la coccarda tricolore sul vestito. Venivano preceduti da un ufficiale, gridando: 
- Viva la Sicilia! Viva la costituzione! Viva l’indipendenza!
Al loro passare le confratie, e le corporazioni artigiane che si recavano al Duomo per prendere parte alla processione di Santa Rosalia, sollevavano ed agitavano gli stendardi, i gonfaloni; e dalle finestre, dai balconi, dai marciapiedi, la folla univa il suo grido a quello dei dimostranti; le donne sventolavano i fazzoletti, gli uomini battevano le mani e agitavano i cappelli; tutti accesi dallo stesso entusiasmo. Ordinato, solenne, grandioso, fra lo scintillare delle lampade e dei lampioni, il corteo procedeva verso il palazzo reale. Pareva celebrasse il trionfo dopo una lunga guerra, e assaporasse i frutti di una vittoria tanto più grande e strepitosa, quanto improvvisa. Nessuno dubitava che la Sicilia riavesse il suo parlamento, da parecchi anni soppresso con la frode; e che le nuove libertà darebbero al regno novello splendore. 
Quando la dimostrazione passò sotto il balcone del signor Anselmo, Rosalia e la mamma, trasportate dall’entusiasmo generale, si misero a sventolare anch’esse i fazzoletti, con gli occhi umidi di commozione e Tullio si diede a gridare: 
- Viva l’indipendenza!...



Luigi Natoli - Braccio di Ferro avventure di un carbonaro. 
Prezzo di copertina € 22,00 - Pagine 342
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Nella foto: coccarde carbonare, esposte al Museo di Storia Patria - Palermo