lunedì 16 gennaio 2017

Luigi Natoli: Il giudizio di Dio. (tratto da Gli ultimi saraceni).


Una lite giuridica, per la qua­le, non essendovi altri elementi di prova, le due parti invocavano l'intervento della volontà divina, con una di quelle forme giudiziali in uso tra i franchi e introdotte dai principi normanni nella legislazione si­ciliana: il giudizio di Dio.
Attraverso i capitoli e le consuetudini delle città, i capitoli o le Assise dei re di Sicilia, si può indagare in quali circostan­ze e in quali forme si consentisse di ricor­rere al giudizio di Dio; nè dispiacerà al lettore di farvi una scorsa rapidissima, per avere un criterio di ciò che si sarebbe svolto al cospetto della folla e del re.
Quando, come si è detto, non v’eran altre prove per accertare la colpa di cui qualcuno era accusato, si ricorse dapprima al giuramento, dato in forma solenne dal presunto reo, e, in tempi forse in cui il giuramento era tenuto veramente sacro, bastava esso a purgare – come si diceva – il reo. Ma col tempo i giudici divennero un po' increduli, e pretesero che testimoni ossia compurgatori, condividessero col reo la responsabilità del giuramento; la qual cosa non fece che aumentare il numero degli spergiuri, senza far fare un passo in là alla giustizia... tal quale come avviene oggi nei processi criminali.
Allora si ricorse all'intervento soprannaturale. Dio non può permettere che chi è innocente soccomba. Egli dunque manifesterà il vero; sottoporre un presunto reo a una prova straordinaria, e dall'effetto, dal modo come è sostenuta, dedurne la manifestazione del giudizio di Dio, parve metodo sicuro e infallibile.
I giudizi di Dio furono di due specie: purgazioni e duelli. Le purgazioni consistevano nel subire una prova insensata e atroce, come quella dell'acqua bollente, quelle del ferro arroventato o dell’acqua ghiaccia, o del pane e cacio. Un documento curioso, riprodotto da monsignor Di Giovanni in un'opera De divinis siculorum offici e poi dal Gregorio, contiene il rito da seguire in queste prove di purgazione; alle quali non soltanto era sottoposto l’imputato, ma, potevan anche essere obbligati i testimoni. Il duello invece, era più adoperato fra' nobili, ma meno anche da borghesi; sia fra le due parti in causa, accusatore e accusato, sia fra l'uno dei due e un testimonio. La legge consentiva che uno o tutti e due i contendenti si facessero rappresentare da un campione. L’età dei combattenti o dei campioni, il giorno, il luogo, le armi, le forme, il rito del duello erano minutamente prescritti.
Le leggi nostre prescrivevano anche i casi in cui era ammesso il giudizio di Dio per duello; si possono desumere dalle consuetudini della città di Trapani. Erano i delitti di lesa maestà, gli attentati alla vita del re, la falsificazione della moneta, l’omicidio, il furto, la rapina, e in generale qualunque altro delitto che, secondo i riti ordinari della giustizia, avrebbe comportato la pena di morte o l’amputazione di qualche membro.
Questa volta la curiosità e l’aspettazione dei cittadini di Palermo erano eccitate e legittimate dal fatto che accusatore era il Gaito Pietro, eunuco, camerario del re Guglielmo, e già Almirante della flotta siciliana all’impresa di Al Madhiah, malamente condotta tra il luglio e il settembre di quell’anno; l’accusato era un giovane cavaliere Orsello di Godrano, uno dei militi che avevan preso parte a quella campagna...
 
Luigi Natoli: Gli ultimi saraceni.
Prezzo di copertina € 25,00 - Sconto 15%

Luigi Natoli: Il re Guglielmo I (tratto da Gli ultimi Saraceni).


Si vedeva così raramente, che tutte le volte che appariva in pubblico destava la curiosità del popolo. Egli stava sempre chiuso nel suo palazzo, e dicevano che passasse il più della giornata, sdraiato all’orientale sopra cuscini fra le donne del Tiraz. Il re Guglielmo era giovane ancora; aveva nel 1159, trentanove anni: somigliava molto al padre, Ruggero. I cronisti contemporanei ne lasciarono un ritratto che si riconobbe esatto, quando scoperchiata la tomba del re, in Monreale, nel 1811, se ne vide il cadavere ancora intatto. Era di alta statura, corpulento; bello e maschio di volto, sebbene la fronte un po’ stretta, ma l’espressione un po’ acre e repulsiva; i capelli lunghi e la barba folta e rotonda di color biondo traente al rossiccio. Vestiva il camice bianco, percorso intorno intorno da un fregio. Il fianco aveva cinto da un cingolo di cuoio e metallo, al quale era attaccata la spada; indosso aveva una specie di dalmatica tutta d’un colore, ornata di una larga striscia ricamata. In capo un berretto, specie di cuffia, che aveva qualcosa di orientale.
Guglielmo era un buon conoscitore di donne: rassomigliava da questo lato al pa­dre, il re Ruggero, che aveva subito il fasci­no della vita voluttuosa dei musulmani, e non contento delle quattro mogli prese suc­cessivamente, s'era fatto un harem, sfidan­do i rimproveri, gli scrupoli e l'orrore del clero. In questo aveva superato il padre, il re Ruggiero di cui aveva subito il fascino in altre qualità dello spirito. Nell'avarizia, per esempio, e nella ferocia dei castighi. Gli restava di gran lunga inferiore nell'attività maravigliosa, nel fine senso politico, nella opportuna e sapiente prudenza e nella magnanimità, quando era necessaria: qualità che avevan fatto di lui il più grande monarca e statista del suo tempo.
Ama­va troppo la voluttà, per aver tempo di oc­cuparsi dello Stato.
 
 
 
Luigi Natoli: Gli ultimi saraceni.
Pubblicato per la prima ed unica volta a puntate, in appendice al Giornale di Sicilia dal 05 agosto 1911. Raccolto in unico volume da I Buoni Cugini editori e pubblicato per la prima volta in libro a giugno del 2015.
Pagine 719 - Prezzo di copertina € 25,00 - Sconto 15%

venerdì 13 gennaio 2017

Luigi Natoli: I reali di Francia. Tratto da: Fioravante e Rizzeri


Che narrano i “Reali di Francia” infatti?
Narrano la storia come da Costantino imperatore romano derivasse per naturale discendenza tutti i principi illustri che governarono la Francia da quell’epoca fino a Carlo Magno, e con loro i valorosi che li accompagnarono e che ne furono il più bello ornamento. Orlando, che è il maggiore eroe, e diventò l’immagine del valore, della cortesia e della fede, che riassume il sentimento nazionale francese, nasce per i “Reali” in Italia, e in una grotta in Sutri, dove lo partorì Berta moglie di Milone conte di Anglante, e sorella di Carlo Magno, fuggendo l’ira di costui. Così egli è italiano non soltanto per discendenza, ma anche per nascita; italiano e cittadino romano. E l’orifiamma, la gloriosa insegna che si trasmette da re a re, e che evidentemente è il vessillo, in cui Costantino fece scrivere le famose parole “In hoc signo vinces”, e che forma il centro della storia, è pur esso italiano.
Fioravante e Rizzeri sono come Buovo d’Antona e come Orlando una parte dei “Reali”, e, come quelli, la più popolare. Non è il caso di investigare se Andrea da Barberino abbia attinto ad altri poemi, di cui era ricca la Marca Trivigiana e di cui si servivano i cantafavole nelle piazze; chi ha la pazienza di leggere lo studio che precede il “Fioravante”, nella Collezione dei testi di lingua, e gli studi sulla Epopea francese e sull’ “Orlando” di Pietro Raina, e i maggiori scrittori della storia letteraria d’Italia, può farlo; per noi il romanzo di Andrea da Barberino è tutto; noi non facciamo dell’erudizione; prendiamo quello che con tanta grazia e ingenuità narra lo scrittore toscano; e se di una cosa ci maravigliamo, è appunto che esso non sia letto oggi più dei romanzi gialli.
Io lo lessi giovanotto e ricordo che non potevo, se non difficilmente tralasciare la lettura; lo rilessi ora, e provai il medesimo diletto al racconto delle avventure subite e affrontate da Fioravante e da Rizzeri suo compagno e maestro, primo paladino di Francia e uomo senza macchia e senza paura. Comincia Fioravante con una monelleria, che lo spinge a lasciare il tetto paterno del re Fiorello; e di là si partono le sue avventure. Liberazione di giovanette, uccisione di nemici della fede, perdita di armatura rubatagli da un ladrone, prigioniero del re di Scondia, innamoramento con Drusolina, il suo valore come incognito e via via quello che gli succede da re, le persecuzioni di sua madre Biancadoro, che voleva dargli moglie, le avventure di Drusolina, che sola abbandonata, dà alla luce due gemelli, uno dei quali le viene rubato, e il duello dei due fratelli che non si conoscono, tutto ciò frammezzato di tanti episodi forma il romanzo, che spira un senso di giustizia e solleva gli animi nelle regioni del sogno. I nomi delle contrade non si sa dove trovarli, le distanze di parecchie migliaia di chilometri si percorrono in un tempo irrisorio, gli eserciti sono così innumerevoli da superare il numero degli abitanti delle città che li armano... Che importa? Siamo nelle sfere del sogno, nel quale ci piace navigare...
Tratto da: Prefazione dell'autore al romanzo, pubblicata nel Giornale di Sicilia del 16 dicembre 1936.
 
 
 
Luigi Natoli: Fioravante e Rizzeri
Pagine 308 - Prezzo di copertina € 19,00 - Sconto 15%
Nella foto il paladino Orlando, esposto al Museo Pitrè di Palermo.

mercoledì 11 gennaio 2017

Luigi Natoli: La setta segreta. Tratto da: I Cavalieri della Stella o La caduta di Messina,



Per la nobiltà messinese, l'avversario da combattere era po­tente. Aveva per sè la ricchezza, la coltu­ra, la tradizione; vagheggiava anche ­– ma non palesemente ­– ideali di una più larga autonomia, e forse anche di indi­pendenza dalla monarchia spagnola; aveva infine nel suo grembo un organismo potente, non ignoto al governo, ma quasi invulnerabile: una società segreta, una specie di carboneria e di frammassoneria, di settanta membri, chiamata appunto per questo numero, la Setta, della quale soltanto i capi conoscevano lo scopo, ma i cui membri erano fedeli, arditi, capaci di tutto, e contavano grandi aderenze nel patriziato e nelle maestranze.
Egli era un affiliato alla Setta, fin da quando Giovanni Alfonso Borrelli, il grande scienziato che insegnava le dot­trine galileiane nello studio di Messina aveva fondata o riordinata questa asso­ciazione segreta; specie di carboneria o di massoneria che aveva finalità politi­che, l'indipendenza dallo straniero e la repubblica.
 
Luigi Natoli: I Cavalieri della Stella o La caduta di Messina.
Prezzo di copertina € 26,00 - Pagine 954 - Sconto 15%
 
 

martedì 10 gennaio 2017

Alla guerra! Il romanzo di Luigi Natoli ambientato nella Francia della Prima Guerra mondiale.


Alla guerra!
Il romanzo di Luigi Natoli ambientato nella Francia della Prima guerra mondiale.
Pubblicato per la prima ed unica volta a puntate in appendice al Giornale di Sicilia da Ottobre del 1914 e per la prima volta in unico volume edito I Buoni Cugini Editori a Ottobre 2014.
Pagine 954 - Prezzo di copertina € 31,00 - Sconto 15%
Copertina e illustrazioni di Niccolò Pizzorno
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Luigi Natoli: La contadina e il capitano - Alla guerra!


Si ritrovò nella piazzetta, dinanzi il piccolo caffè dove era entrata seguendo Guy; salì la scaletta interna; entrò nella camera. Guy non c’era.
C’era ancora il cadavere del capitano, col suo profilo tagliente, coi baffi grigi quasi ispidi; disteso sul letto con le mani incrociate; ed era solo, chi poteva in quel momento vegliare un morto? Ella lo guardò con un misto di pietà, di ribrezzo, di curiosità. Sedette a un angolo della camera, sopra una seggiola bassa, e si mise a recitare le preghiere. Se ci fosse stata dell’acqua benedetta nella pila di porcellana appesa al capezzale del letto! Si alzò, guardò: c’era. Tolse allora la frondicella dell’ulivo benedetto, che era infilata di traverso all’anello della piletta; ne immerse le foglie nell’acqua, e spruzzò il volto, le mani, la divisa del morto. E le parve di aver reso un pio e doveroso tributo verso di lui; le parve che il morto dovesse esserne lieto e grato. Ella se ne sentiva più sollevata; posò l’ulivo fra le mani del morto, e ritornò a sedere e a pregare.
Ah quell’ulivo, simbolo di pace e di concordia fra gli uomini, posto dalle mani inconsapevoli di una povera contadina, fra quelle di un ucciso nella tremenda guerra di sterminio, quale profondità di significati attingeva negli abissi del pensiero! La fede ingenua, la pietà umana, si confondevano con la più feroce e spietata ironia. Era il crollare rovinoso di tutte le teorie umanitarie e sentimentali dinanzi alla realtà inesorabile; ed era anche l’eterna aspirazione a una divina armonia; pareva una protesta contro la crudeltà belluina della guerra; il vaticinio o l’augurio che dalle terre bagnate di tanto sangue umano germogliasse l’albero della pace universale…
Betty pregava; ma s’interruppe ad un tratto e tese l’orecchio....
 
Luigi Natoli - Alla guerra!
Prezzo di copertina € 31,00 - Sconto 15% - Pagine 954
Copertina e illustrazioni di Niccolò Pizzorno

Luigi Natoli: La morte del capitano - Alla guerra!


Guy salì da una scaletta interna nella camera che sovrastava alla bottega. Il capitano era disteso sul letto, con le mani incrociate sul petto, e fra le mani la sciabola; così come certe immagini di guerrieri, sui coperchi delle tombe antiche. Ai piedi, il berretto.
Sulla pelle illividita, i baffi e i capelli apparivano più chiari. Nulla di spasmodico, sul volto; ma una calma soffusa da una ineffabile velatura di dolore; e fra le labbra un sottil filo di sangue nerastro, mal forbito, nella fretta di comporre il cadavere. Era stato colpito al cuore. Una palla gliel’aveva spezzato, lì su la giubba si vedeva il piccolo foro bruciacchiato: poche gocce di sangue la macchiavano.
Un prete, che l’aveva benedetto, disse:
- Il capitano è caduto in prima linea, alle 10; mentre incoraggiava i soldati, e intorno a lui son caduti sei soldati. Furono i primi. Dio li accolga nel suo grembo!...
Guy stette un istante immobile e silenzioso dinanzi a quel cadavere; la commozione gli agitava le labbra con un lieve tremolio nervoso. Sotto un aspetto burbero, rude, violento, celava un gran cuore, pieno di tenerezze pei suoi piou-piou. Li mandava in prigione per ogni lieve infrazione alla disciplina, arrabbiandosi, che pareva volesse divorarli; e poi dopo un giorno, andava a trovarli, li copriva di minacce… e li faceva uscire.
I soldati lo amavano. Guy aveva per lui un affetto filiale; ed ecco, la palla tedesca aveva spazzato quel gran cuore! Con l’animo gonfio di cordoglio, Guy si chinò, baciò in fronte il suo capitano, e uscì silenzioso come era entrato. Su la soglia vide Betty. La fanciulla lo aveva seguito; non sapeva bene perché, forse perché in quel gran sconvolgimento del borgo si smarriva e non sapeva dove andare, forse anche perché trovandosi sola, in mezzo a tutte quelle soldatesche, fra quel tumulto d’armi, fra lo scoppiare delle fucilate, le pareva d’esser più sicura, vicina all’ufficiale.

Alla guerra! - il romanzo di Luigi Natoli ambientato nella Francia della prima guerra mondiale.
Prezzo di copertina € 31,00 - Pagine 954 - Sconto 15%
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Luigi Natoli: Fabrizio di Torralba


Fabrizio non aveva ancora venti anni; ma pareva ne avesse ventiquattro; alto, ben tagliato, forte, il volto quadrato, il naso leggermente aquilino; gli occhi vivaci e intelligenti; un insieme gradevole, una espressione di franchezza, un po’ sbarazzina; egli riusciva subito simpatico a tutti.
Rodrigo aveva tra anni meno di lui, e gli rassomigliava; però con una espressione meno ardita. Tutti e due vestivano con eleganza; il che, dato il regime paterno, poteva parere miracoloso. Perché il conte di Torralba era rigido, duro e autoritario nel governo della casa, come lo era nell’aspetto, con quel viso arcigno che pareva avesse bandito il sorriso dalle labbra sottili e strette.
Pieno di un esagerato concetto della sua autorità esercitava sulla famiglia un potere più che assoluto, dispotico: al quale aveva assoggettato anche la moglie, che era tutto l’opposto di lui; grassoccia, molle, sorridente, carezzevole, che si sarebbe forse abbandonata alla sua indole affettuosa ed espansiva, se non glielo avesse impedito la soggezione che le metteva il marito. Dal loro matrimonio erano nati cinque figli: don Francesco, che era il primogenito, due femine che erano nel monastero della Pietà, Fabrizio e Rodrigo; ma per il conte non esisteva che un figlio solo: il primogenito, al quale dava un forte assegno mensile, e inoltre appartamentino proprio, servitori, carrozze, piena libertà di rientrare in casa la notte, quando gli piaceva; di far debiti, che il conte pagava. Per lui soltanto la bocca del conte trovava sorrisi e parole affettuose; non già per vero sentimento di tenerezza, ma perché don Francesco era il rappresentante della futura discendenza dei Torralba; era il futuro conte; il ramo privilegiato dell’albero genealogico. Ai cadetti invece non assegnava che una sommerella irrisoria, che non sarebbe bastata neppure per le calze; sulla quale essi dovevano vestirsi decorosamente, pagare il cappellaio, il calzolaio, fornirsi di biancheria e di pizzi, pagare il barbiere, far regali e dar mance: ragione per la quale nelle loro tasche i ragni avrebbero potuto filare le loro reti. Essi dovevano perciò industriarsi, per non sfigurare nella società aristocratica nella quale dovevano – per onore del casato – vivere. E facevano debiti col sarto, col calzolaio, con tutti. E li pagavano quando potevano; né i creditori protestavano. Oltre alla fiducia che avevano nei signori, ritenevano quasi dover loro far figurare i giovani cadetti delle nobili case; e pareva loro un disonorarsi rifiutandosi di vestirli con quella proprietà che conveniva alla condizione di essi. Del resto si rifacevano un po’ sui primogeniti e sui padri.

Luigi Natoli: I mille e un duelli del bel Torralba.
Prezzo di copertina € 24,00 - Sconto 15%
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Luigi Natoli: I duelli di Fabrizio di Torralba.


Strana vita la sua, che l’obbligava a stare con una spada in pugno. E tuttavia egli riconosceva che non era un attaccabrighe: vivace sì, e insofferente di prepotenze e ingiustizie; e se si batteva gli era appunto per questo. Facendo l’esame della sua vita si trovava già con una ventina di duelli sulla coscienza. Gli ultimi sostenuti a Parigi non avrebbero potuto essere più buffi, salvo uno, con quel capitano Verger che aveva creduto di offrirsi come un successore di Montlimar e aveva suscitato lo sdegno di Rosalia. Fabrizio aveva trovato ingiuriose quelle proposte, il capitano gli aveva detto che non aveva bisogno di lezioni; Fabrizio aveva rimbeccato, ne era corsa una sfida, si erano battuti, il capitano aveva ricevuto un colpo alla testa che lo aveva tenuto per un mese a letto: Fabrizio un colpo al braccio e se l’era cavata in quindici giorni. Ma gli altri duelli? Li passava in rassegna. Una volta si era battuto perché aveva riso al vedere un moscardino con un enorme colletto che gl’imprigionava il mento, e così largo che il capo gli si moveva dentro come la testa di una tartaruga nel guscio. Il moscardino si era fatto rosso come un gambero, lo aveva investito con un “che c’è da ridere imbecille?” al che egli aveva risposto: “rido perché ho trovato uno più imbecille di me”. Il moscardino aveva alzato il bastone a spirale. Fabrizio gli aveva buttato in faccia il vino di un bicchiere, sciupandogli la cravatta, la camicia e il panciotto di seta bianca. E naturalmente si erano battuti. Povero bellimbusto!... ci aveva rimessa un’orecchia, portata via da un colpo di sciabola. Un’altra volta, per un cane. Un signore batteva spietatamente un cane, che non voleva seguirlo perché aveva la testa a una graziosa cagnetta. Egli aveva fermato il braccio di quel signore, dicendogli: – “Oibò! Non è da animo gentile battere così le bestie!” – Quel signore gli si era voltato rabbiosamente: egli, col suo sorriso beffardo, si era scusato: – “non sapevo che foste idrofobo”. – Quello a sentirsi preso per cane lo aveva sfidato lì per lì. Si erano battuti; e Fabrizio lo aveva ferito nella mano, perché si ricordasse di non picchiare più le bestie a quel modo inumano. Un altro duello aveva avuto per difendere un commediante che non godeva le simpatie di una parte del pubblico della Comedie Francaise. Uno spettatore lo interrompeva durante la recita con sghignazzamenti e rifacendogli caricatamente il verso. Fabrizio gli aveva osservato puntamente che non c’era carità a tormentare quel pover’uomo, e quello a rispondergli che se non gli piaceva se ne andasse. Fabrizio aveva ribadito: – “Me ne andrò con voi, signore, per avere il piacere d’insegnarvi la buona creanza”. L’altro, fattosi più arrogante, s’era subito alzato per dare uno schiaffo, che era rimasto in aria perché Fabrizio, più lesto, gli aveva fermato la mano, ripiegandogli il braccio, e costringendolo a schiaffeggiarsi da sé. Erano stati separati, ma il domani si erano battuti: l’avversario, confuso dal giuoco rapido e insostenibile di Fabrizio, gli aveva voltato le spalle, e il ferro di questo lo aveva colpito in una natica. – È il solo posto dove vi si possa colpire!” – gli aveva detto Fabrizio, andandosene.

Luigi Natoli - I mille e un duelli del bel Torralba
Prezzo di copertina € 24,00 - sconto 15%
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lunedì 2 gennaio 2017

Luigi Natoli: L'Abate Meli


Pagine 725 - Prezzo di copertina € 25,00 - Sconto 15%
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Luigi Natoli: L'Abate Meli. Tratto da Musa siciliana.


Tratto nella sua versione integrale da: Musa Siciliana - Casa Editrice Caddeo nel 1922 e pubblicato a seguito del romanzo nel volume L'Abate Meli edito I Buoni Cugini Editori. 

Giovanni Meli, palermitano (1740 – 1818) medico e professore di chimica, vissuto fra dolori familiari e poveramente, ma d’animo integro e sereno. È il massimo poeta dialettale, e nn soltanto della Sicilia, per ricchezza di fantasia, varietà di toni, sentimento della natura, forma pieghevole a tutte le sfumature del pensiero, efficacia di rappresentazione, freschezza di colorito; per un certo senso di arguta, e talvolta maliziosa, bonomia, e profondità di pensiero. Grandissimo lirico e mirabile artista, che i sopracciò della critica moderna, ignoranti del dialetto, non sanno conoscere e apprezzare. La sua produzione è vasta e diversa; la sua fama poggia sulle bucoliche e sulle odi; ma i poemi, i poemetti, le favole non son meno degni di lui. Le sue poesie sono state tradotte in latino, in italiano, in francese, in inglese, in tedesco. Se ne son fatte molte edizioni; la più recente è quella dell’avv. E. Alfano, che comprende tutte le cose inedite. L’Alfano è un ricercatore innamorato di tutto ciò che riguarda il gran poeta; ed è un benemerito degli studi siciliani. Attendiamo il lavoro promessoci da G.A. Cesareo, che, poeta, critico, e siciliano, è il meglio capace di intendere e fare intendere il Meli. I saggi pubblicati ne sono prova.
 
 
Alla presentazione seguono alcune poesie di Giovanni Meli scelte da Luigi Natoli e da lui stesso commentate, esattamente come nel saggio letterario Musa Siciliana, pubblicato con la casa editrice Caddeo nel 1922

Luigi Natoli: L'Abate Meli
Pagine 725 - Prezzo di copertina € 25,00 - Sconto 15%
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Luigi Natoli: L'abate Meli. Studio Critico.

Pubblicato per la prima volta dalla casa editrice del Giornale Il Tempo nel 1883; pubblicato a seguito del romanzo nel volume: L'abate Meli nella edizione I Buoni Cugini Editori.
  
Se qualcuno avesse voglia di scrivere una biografia melica, troverebbe innanzi a sé un numero considerevole di critici e letterati abbastanza conosciuti che fan testimonianza di quanto studio sia meritevole questo nostro poeta. Ma si accorgerebbe ancora che nessuno di tanti critici ha pensato di esaminare il Meli da quel lato onde è meritamente grande: chè ognuno o partendosi da preconcetti, o rimanendo a la esteriorità de le poesie, o togliendo a esaminare alcuna de le doti de la forma, non è penetrato a scoprire quel che ci sia sotto al sorriso bacchico di questo nuovo pagano, e donde provenga questo sorriso.
Lo stesso De Sanctis, ne la sua conferenza guarda il Meli ne la sola Fata Galanti, componimento giovanile che manca di quella maturità filosofica, o meglio scientifica, che domina le Bucoliche e le Odi.
Ma per conoscere il Meli non basta nemmeno leggere tutte le poesie; Egli non ci rivela che una parte di sé stesso. Si vuol leggere anche le lettere in parte inedite, i numerosi manoscritti, il suo lavoro scientifico su la Natura, tutti quei pezzi di carta, che paiono insignificanti, ma che contengono un pensiero, un’idea, una parola del grande poeta, pensiero, idea, parola che illustrano, che finiscono quanto si contiene nelle poesie.
Tutto questo tesoro di documenti esiste ne la Biblioteca Comunale di Palermo in diciotto volumi, eredità preziosa, che ci narra tutta la vita del Meli; vita che pare un sorriso perpetuo ed è una lotta sanguinosa.
Lo studio critico che io affido per le stampe si ingegna di presentare il Meli dal suo vero aspetto; e perché quel che verrò dicendo non paia gratuita affermazione, ho illustrato il mio lavoro con l’aiuto dei manoscritti. E qui, poiché mi si potrebbero muovere degli appunti, m’affretto a dichiarare che io non ho inteso né di scrivere una vita, né di illustrare i tempi del poeta; ma semplicemente e puramente di esaminare nel modo più completo donde e come proceda l’arte sua, perché egli indipendentemente dal suo genio poetico sia sempre una grande figura de la nostra istoria letteraria, perché egli sia grande non solo come poeta ma come scienziato.
Forse a tanto non sarò pervenuto; che le molestie e le cure affannose de la mia vita han turbato sovente quella serenità d’animo necessaria al critico; ma ho fede, se non altro, che questo mio studio scuota un po’ i letterati di Sicilia, perché ci arricchiscano e presto di un lavoro più completo e più finito. Lavoro, a cui da un pezzo io avevo messo mano, ma al quale non ho potuto più attendere, costretto come sono a un’arida e pesante fatica che mi dia il pane cotidiano...
 
Luigi Natoli: L'Abate Meli. Studio critico.
tratto dal volume L'abate Meli. Pagine 725 - Prezzo di copertina € 25,00 - Sconto 15%.

venerdì 23 dicembre 2016

Luigi Natoli: Un presepe alla vigilia della rivoluzione. Tratto da: Chi l'uccise?


Padre don Nunzio stava aggiustando gli apparati per trasformare una delle cappelle della parrocchia di san Nicola in grotta per accogliervi il Bambino Gesù, la notte di Natale. Mancavano ancora dieci giorni, ma il sedici dicembre cominciava la “novena”, e si doveva celebrare innanzi alla cappella trasformata. Il brav’uomo, in sottana nera succinta, aiutava lo scaccino e il seggiolaio a mettere a posto i vari pezzi di sughero dipinto e incollato su armature di legno, che congiunti con apposito disegno, venivano a costruire al sommo dell’altare la grotta, cornice di Dio fatto uomo.
Ma i collaboratori non lasciavano soddisfatto padre don Nunzio, che dimenticava di trovarsi in chiesa, si lasciava scappare certe esclamazioni, che avrebbero fatto arrossire perfino le seggiole.
Aveva immaginato una cosa spettacolosa: far nascere il Bambino fra un nembo di tricolori; tre colori nella paglia, tre colori nei raggi, tre colori nella coda della stella fatale. Come sarebbe andata non ci pensava: avrebbe però voluto vedere se i poliziotti si sarebbero rischiati di portare le mani sulle cose sante dell’altare....
 
 
 
Luigi Natoli: Chi l'uccise?
Prezzo di copertina € 13,50 - Pagine 146

Luigi Natoli: Il presepe di zio don Popò - Tratto da: I morti tornano...


Entrando nella stanza quasi buia dove era il presepe, gli occhi di tutti furono colpiti da un quadrato di luce abbagliante, e non si vedeva da che fosse prodotta. Il presepe, debitamente e accuratamente illuminato, era costruito nel vano di una porta che metteva in uno stanzino, in modo che la porta stessa facesse da bocca alla scena. Era profondo da cinque a sei palmi quadrati, ma pareva infinitamente più grande. Rappresentava come nei grandi presepi, un insieme di colli, divisi da valli, con delle diramazioni avanzate che s’aprivano in grotta, fatti di sughero e di creta. Un fiume percorreva il mezzo della scena, fatto di vetri, e sormontato da un ponte. In fondo era dipinta una scena, in modo da chiudere il presepe; vi era effigiata Betlemme, in un orizzonte luminoso, specchiantesi in un lago. La grotta principale era occupata dalla Natività. Stava dentro la mangiatoia il Bambino Gesù, di cera, con le manine benedicenti, circondato da raggi, che eran di vetro: l’asino e il bue dietro, la Madonna in ginocchio orante, san Giuseppe appoggiato a un sasso, col bastone fiorito in mano, pareva indifferente. Dinanzi vi erano i pastori, inginocchiati, quali offrenti caci e ricotte, quali agnelli, in un canto il “ciaramellaro” in atto di togliersi il berretto, dall’altro il “pifferaio” e il sonatore di sistro prostrati. E poi altri pastori, che si affrettavano verso la grotta, in cima alla quale degli angeli volavano tenuti da fil di ferro, con la scritta: “Gloria in excelsis Deo et in terra pax hominibus bonae voluntatis”. E v’era sopra una rupe lo “spaventato” dal prodigio, sopra un’altra il “dormente”; di qua il “legnaiolo” col suo fascio di legna, di là il “torraro” diritto sulla torre; e poi il “boaro” che lanciava sassi ai buoi, l’ortolano che guidava l’asino carico di cavolfiori, la “lavandaia” col fagotto sul capo, la portatrice di colombi in un canestro e perfino il “cacciatore” che armato anacronisticamente di uno schioppo, tirava fucilate a un uccello, che il cane inseguiva.
Nell’altra grotta posta più in alto, dei pastori dimenavano con un mattarello il latte in una caldaia, sul fuoco, o fabbricavano caci e ricotte, un altro scendeva per la china portando due fiscelle, sotto un pagliaio, in basso, un altro sorvegliava le greggi. E pecore e capre e mucche erano sparsi di qua e di là; e case e torri su pei colli; e fichi d’India e alberi in ogni fenditura di sugheri; e case e fichi d’India e pastori lontano, sul ponte, alle sponde del fiume, popolavano la scena, con un supremo disprezzo per la cronologia, l’archeologia, i costumi, i luoghi. I pastori erano vestiti come quelli dell’ultimo seicento: una giubba aderente alla vita e cadente a mezza coscia, brache, e borzacchini;  in capo un berretto, e spesso, su le spalle un mantello di quei che in Sicilia si chiamano “scapulare”; le donne avevano la mantellina chiara; il cacciatore un cappello di paglia. Ma che importava? Lo spettacolo non era meno bello: e don Popò ne era così pieno, che manifestò la sua allegria intonando una canzonetta d’occasione, e accompagnandola col verso della ciaramella. I ragazzi per far chiasso l’imitarono; ed anche, eccitati, Nenè e Leopoldo e le donne.
Carlotta e Giovanni no. S’erano trovati accanto, come due spiriti dolenti in quella festa dell’intimità familiare, e sospinti dallo stesso pensiero, dallo stesso sentimento, si guardavano con un sorriso doloroso, estranei all’allegria che li circondava....
 
 
 
Luigi Natoli: I morti tornano...
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martedì 20 dicembre 2016

Luigi Natoli: Ode a Willlelmo I. Pubblicata nel volume Gli ultimi saraceni seguito al romanzo.


Willelmo I

Siciliae Regi 

Tratto da “Il Tempo”- Palermo, 26 Aprile 1881.

 
Oh, dite: quando voi, morbido sire
da li occhi azzurri e da i capelli d'oro,
 vedea Majon fuggire
da l'Aula Verde (2) e da 'l regal lavoro:
o, quando, Ugo arcivescovo ingannando,
o bel soldano fulvo d'occidente,
i telai simulando, (3)
vi si vedea cercare pe la corte,
di lascivia fremente,
le ancelle infide a la regal consorte;
dite, dite, messere, oggi che morto
siete, se aveste torto?

Dolce de ‘l cielo l’indaco sereno
ridente dietro i monti s’incurvava;
molle su ‘l doppio seno, (4)
cinta di sol, Palermo si cullava;
s’ergean, sfidando l’aere, trecento
cupole d’oro; da i giardin saliva
su l’ali fresche a ‘l vento
un profumo di zagara, e de i Fiori
su l’olezzante Riva (5)
accorrevan donzelle e trovatori,
e cantavan l’amore e queto ‘l mare
ascoltava ‘l cantare....

Note: 
1) Il dì 26 aprile 1881, per cura di Monsignor Papardo, arcivescovo di Monreale, furono tumulate in quel duomo le ceneri di Margherita, moglie di Guglielmo I, e dei figli Enrico e Roggero.
2) L’aula Verde o Sala Verde, mentovata dal Falcando, era il luogo dove si adunava il Parlamento.
3) Da quanto scrive l’arabo Tbd-Giobair si rileva, che i telai della reggia non erano che il pretesto per tenere un harem bello e buono a dispetto delle leggi cristiane.
4) Palermo antica si stendea divisa in tre città sopra un doppio porto; dove da una parte si scaricava il Cannizzaro, dall’altra la palude del Papireto. Palermo era la terza città del mondo per la sua magnificenza, e come tale ce la dipingono il Falcando, Tbd-Giobair, etc.
Aveva trecento cupole, strade lastricate – quando altrove si usavano appena mattoni di terra cotta – fabbriche di seta uniche. Nel suo seno si fondevano tre società ricche di tutto; la bizantina, l’araba e la francese.
5) La Ripa dei Fiori, sul golfo sinistro quasi dirimpetto la torre di Baych, era delizioso passeggio.


Solo una parte è pubblicata nel post: l'ode è lunga circa sette pagine.

Luigi Natoli: Gli ultimi saraceni - Pagine 719.
Pubblicato per la prima volta in libro da I Buoni Cugini editori e tratto dalle pubblicazioni in appendice al Giornale di Sicilia dal 5 agosto 1911.
Prezzo di copertina € 25,00 - Sconto 15%
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mercoledì 14 dicembre 2016

Luigi Natoli: Atenione. Uno schiavo da cui Spartaco avrebbe dovuto imparare... (Gli schiavi)


Salvio moriva di morte naturale. La fine miseranda di Chira, sebbene egli non l’avesse amata veramente e fortemente, lo aveva colpito; la sconfitta patita, i centomila caduti gli pesavano sullo spirito; il male che lo minava ebbe il sopravvento, e lo spense fra le braccia di Atenione.
Si trattava o di sbandarsi, chiedere perdono, umiliarsi, e ritornare ai padroni, o eleggere un nuovo re. I partigiani di Atenione insinuarono che lui fosse il re, che lo era stato, che avrebbe dovuto esserlo. E l’ottennero: il Cilicio fu eletto re. Egli dette subito nell’occhio alla gran maggioranza dei sudditi, perché si vestì all’orientale e adottò costumi consoni, che erano del resto i suoi. Ebbe veste lunga, manto di porpora, bacolo d’argento e corona: la qual cosa gli cattivò l’amore entusiastico dei suoi.
E Roma lo seppe. Visto che Lucullo dormiva, di nascosto elesse a capitanare l’impresa Caio Servilio e lo mandò in Sicilia. Lucullo ne fu edotto appena Servilio ebbe passato il Faro. Montò in furia.
E subito cominciò col congedare i soldati, che non si fecero ripetere l’ordine; poi distrusse il campo e bruciò fino alle cose più insignificanti. Quando Servilio giunse si trovò senza campo e senza milizie. Racimolò alla meglio quel che poteva, ma si ridusse, fra gl’insuccessi e le sconfitte, a non avere soldati. Atenione invece ristorò i suoi schiavi col gran bottino raccolto nelle città assediate e prese, senza che Servilio potesse opporsi. Fu per un momento il re di Sicilia; la percorreva in lungo e in largo, spingendosi fino al territorio dei Mamertini, che abitavano Messana, e prendendo la città di Macella che fortificò.
Roma richiamò Servilio e nel 101 a.C. affidò al console Mario Aquilio l’incarico di sbarazzare l’isola da quel barbaro.
Aquilio, compagno nel consolato di Mario, l’emulo di Silla, venne in Sicilia con le milizie di che Roma poteva disporre. Trovò l’isola sconquassata, ma non impoverita, in grazia delle schiave cilicie che durante la guerra avevano coltivata la terra. A marce forzate, attraversando quei territori dove poi sorse Salaparuta, si mosse contro Triocala. Atenione sperava di avere un nuovo trionfo; non aspettò il console, e uscì alla battaglia, fidandosi del numero degli schiavi. La mischia fu orrenda. Atenione fece strage, ma il console Aquilio cercava di lui. Si incontrarono...
 
Luigi Natoli: Gli schiavi.
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Copertina di Niccolò Pizzorno

Luigi Natoli: La baronessa di Mongellino (Il caso di Sciacca).


Giorgio Comito si fece innanzi, gittandosi come una belva addosso al barone; le due spade scintillarono, guizzarono, sibilarono; Giorgio Comito con una mossa abilissima disarmò il barone; questi mandò un grido di rabbia, quegli un grido di gioia, ed allungò una stoccata.
Molte lame nel punto stesso balenarono contro il petto del barone di Mongellino; ma nel vibrare non i muscoli forti dell’uomo incontrarono, ma il seno molle e cedevole della signora baronessa.
Ratta come il pensiero, visto il pericolo del marito, ella si era gittata fra lui e le spade; e, squarciato il petto da cento ferite, cadde ai piedi di don Gerolamo, e le bianche vesti rosseggiarono di sangue.  
E quando la folla abbandonò la torre non più difesa, tra i cadaveri orrendamente mutilati, giaceva bianca e bella la baronessa di Mongellino; e anche nella morte ella pareva volesse difendere con le braccia sanguinose il cadavere del marito....
 
 
 
 Luigi Natoli: Il caso di Sciacca.
Tratto da: La baronessa di Carini e altri racconti con fatti di sangue.
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Luigi Natoli: Il caso di Sciacca. Quadro storico


Caso orrendo che lasciò, come il Vespro, memoria durevole nella tradizione popolare, avvenne per la inimicizia di due famiglie potenti, i Luna e i Perollo, del quale fu teatro Sciacca. Nata nei primi del XV secolo per rivalità di ambite nozze, un primo urto avvenne in Sciacca durante i funerali di Martino e l’odio dei padri si trasmise nei figli, Pietro Perollo e Antonio de Luna, e vi diede nuova fiamma una lite pel possesso di una baronia di S. Bartolomeo vinta dal Luna. Per evitar spargimento di sangue si tentò una pace: ma correndo la Settimana Santa del 1459, durante la processione, il Luna fu assalito e percorso da gente armata; ne nacque una zuffa, e si dice che il Perollo, abbattuto il nemico, andasse a devastarne le case e a saccheggiarle. Il Luna si ritirò a Caltabellotta preparando la vendetta, ma il governo intervenne con minacce ed esilio.
Nel secolo XVI erano a capo delle due famiglie Sigismondo de Luna, conte di Caltabellotta, imparentato coi Salviati e coi Medici, e Giacomo Perollo barone di Pandolfina e portulano di Sciacca, il quale abitava nel castello normanno, ed era in buoni rapporti col vicerè Pignatelli.
Or avvenne che a proposito della liberazione dalla schiavitù del barone di Solanto, tenendosi Sigismondo beffato, l’inimicizia fra i due scoppiò.
Avvenne qualche scontro fra i partigiani dell’uno e dell’altro; e spingendo Sigismondo armamenti, ne fu avvertito il Vicerè, che mandò a Sciacca Girolamo Statella qual capitano d’arme, per fare un’inchiesta e provvedere. Ma Sigismondo racconto gran numero di cavalieri e di armati, assoldata una banda di Albanesi, mosse sopra Sciacca la notte del 18 luglio 1519. Aggredita la casa dello Statella, lo uccisero, e uccisero la moglie; corsero poi ad assalire il castello che cadde il 22 dopo tre giorni di assalti, con grande spargimento di sangue. Giacomo Perollo riparatosi in un granaio, scoperto fu ucciso; il cadavere legato alla coda di un cavallo, trascinato per le vie, tra gli schiamazzi osceni dei vincitori e il pianto delle povere donne di Sciacca. Il castello e le case dei partigiani del Perollo vennero saccheggiate; la città parve un deserto.
Allora il governo si mosse, mandando fanti e cavalleggeri e magistrati, ma la gente di Sigismondo resistette con le armi. Cominciarono i processi, e Sigismondo, proclamato reo di delitto capitale, si imbarcò nascostamente con la moglie e coi figli, e partì per Roma, dove implorò perdono dal papa Clemente VII, e intercessione presso l’imperatore Carlo V, che negò, per cui egli disperato s’annegò nel Tevere. 
 
 

Luigi Natoli: Il caso di Sciacca - Quadro storico.
Tratto da: La baronessa di Carini e altri racconti con fatti di sangue.
Il quadro storico è tratto da "Storia di Sicilia dalla preistoria al fascismo" ed è inserito al termine della leggenda per migliore comprensione del lettore.

mercoledì 7 dicembre 2016

Luigi Natoli: Il paggio della regina Bianca. Quadro storico: Bernardo Cabrera e la regina Bianca di Navarra

Bernardo Cabrera, accampando che per essere egli Grande Giustiziere, toccava a lui nell’interregno reggere il governo, radunava un esercito col concorso di molti baroni, con l’intento di impadronirsi della regina Bianca e farla sua moglie.
La rivolta delle città appartenenti alla Camera reginale, (appannaggio delle regine di Sicilia, che comprendeva Siracusa e parecchie città contermini) e che Bianca era costretta a sottomettere, aiutava il Cabrera, col quale essa venne in lotta aperta; e uno scontro fra i suoi e quelli del Cabrera avvenne ad Agrigento con la peggio di questo. Ma Bianca non tenendosi sicura, ricoverò in Siracusa che le apparteneva; Bernardo Cabrera corse ad assediarvela, e l’avrebbe presa senza l’opposizione di Giovanni Moncada.
La giovinezza, la beltà, la bontà cattivavano intanto simpatia a Bianca, nelle città si manifestava un movimento per mantenerla nel Vicariato, e si formava una lega: il Grande Ammiraglio levava un esercito per difenderla, e la Regina veniva a Palermo. Il Cabrera si afforzava ad Alcamo; e da lì notte tempo, piombato improvvisamente in Palermo, assaliva lo Steri, dove alloggiava la Regina, che semivestita fece in tempo a fuggire da una porticina, e, saltata in una galera, rifugiava nel castello di Solunto. La paura dei baroni della Sicilia Occidentale indusse il vecchio conte ad accettare la mediazione dei legati di Papa Giovanni XXIII, venuti a Messina per riscuotere il censo dovuto alla Santa Sede. Questi decisero il governo toccasse al conte di Modica come Grande Giustiziere, fino alla elezione del Re, e la Regina si ritirasse a Catania. Bianca accettò: ma i baroni siciliani non si piegarono e ripresero le armi.
Il conte di Modica si fortificò in Palermo, dove il conte di Adernò con la sua gente andò a intimargli di sgombrare e di andare a umiliarsi dinanzi alla regina. Il conte uscì con le sue schiere in ordine di battaglia, ma cadde in una imboscata tesagli dal Grande Ammiraglio di Lihori, e, preso prigioniero, fu mandato nel castello della Motta...
Avvenivano in questo tempo grandi agitazioni per la elezione di un successore a Martino il Vecchio; finalmente due vescovi, due monaci, quattro giureconsulti e un cavaliere, uniti in concilio a Caspe, eleggevano il 28 luglio 1412 l'infante Ferdinando di Castiglia, nipote di Martino, per suggerimento di frate Vincenzo Ferreri, poi santificato. Questa elezione in vero non riguardava la Sicilia, dove essa spettava al Parlamento. Ma a Barcellona si riteneva oramai la Sicilia come un possesso, e si fece a meno di provocare il voto del Parlamento; invece si domandò e si ottenne isolatamente dai baroni, dai capitani, dai magistrati, dagli ecclesiastici, il giuramento di fedeltà.
Tardi si avvidero i siciliani di non avere più un re nazionale...
 
 
 Luigi Natoli: Il paggio della regina Bianca.
Quadro storico tratto da: Storia di Sicilia dalla preistoria al fascismo di Luigi Natoli e pubblicato al termine del romanzo per maggiore chiarezza del lettore. Nella foto: pubblicità delle prossime pubblicazioni in appendice al Giornale di Sicilia nel 1910
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martedì 6 dicembre 2016

Il paggio della regina Bianca di Luigi Natoli

 
Luigi Natoli: Il paggio della regina Bianca.
Nell'animoso quadro storico Giovannello Chiaramonte, figlio di Andrea, sopravvissuto alla tragedia chiaramontana, vuole a tutti i costi riprendere possesso dei beni paterni usurpati dal baronaggio catalano. Vi riuscirà?
 
 
Luigi Natoli: Il paggio della regina Bianca.
Pagine 702 - Prezzo di copertina € 23,00 - Sconto 15%.